L’impero di Trump al contrattacco?
Fra America latina, Europa e Medio Oriente il presidente si dà un gran daffare. Con obiettivi ambiziosi ma non privi di rischi.
Questo primo anno di presidenza Trump si conclude con la innegabile presa d’atto che il suo iperattivismo in politica estera ha rimesso in moto, nel bene e nel male, tutti i più bollenti teatri d’azione: Americhe (Venezuela), Europa orientale (guerra ucraina), Medio Oriente (da Gaza all’Iran). Il personaggio, capace come pochi di suscitare odio o entusiasmo, ha iniziato con una politica dei dazi estremamente aggressiva sconvolgendo le aspettative di paesi rivali o amici, costringendoli comunque a una revisione profonda della loro politica estera.
Teatro americano. Gli attacchi alle presunte imbarcazioni di narcotrafficanti venezuelani sono avvenuti in aperta violazione delle leggi internazionali (libertà di navigazione) e probabilmente anche delle leggi interne agli USA che non ammettono le esecuzioni extra-giudiziali, il che è esattamente quel che è avvenuto a un centinaio di persone imbarcate in piccole imbarcazioni che navigavano in acque del Centroamerica. Trump ha usato la pezza giuridica di una legge americana che gli permette di dichiarare terrorista chi vuole: individui e organizzazioni, movimenti politici (Hamas, Hezbollah) e associazioni criminali (bande di narcotrafficanti), forze armate (il Corpo dei Pasdaran iraniani) e interi stati come lo Yemen o la Somalia. Dopodiché, tutto è permesso: atti di pirateria diventano operazioni di “polizia internazionale”, esecuzioni extra-giudiziali sono forme di “guerra al terrorismo” e così via.
Il Diritto Internazionale vigente è stato affiancato da un diritto “de facto” targato USA che si è imposto con l’esercizio spregiudicato della forza appena mascherato dalla foglia di fico della legge anti-terrorismo americana. Ma l’aspetto più preoccupante di questa involuzione è la quasi totale assenza di reazioni internazionali, al di là di qualche bisbiglio di disapprovazione o scrollata di capo: l’Europa, erede della più prestigiosa tradizione giuridica che nasce dal Diritto Romano, è rimasta muta; e tacciono Cina, Russia o India, avendo evidentemente altre preoccupazioni cui badare.
Ma è proprio solo una esibizione di forza gratuita quella di Trump dinanzi alle coste del Venezuela? Non esattamente. Non da oggi gli USA sono preoccupati della influenza crescente della Cina in Sudamerica, che ha stretto accordi commerciali praticamente con tutti paesi più importanti assicurandosi prodotti come terre rare e mercati di sbocco per le proprie merci: è il libero commercio, un dogma del pensiero liberale. Ma tutto questo, per Trump, deve essere bloccato. Riesumando la Dottrina Monroe, Trump con le minacce contro il Venezuela, sta riaffermando il diritto degli USA a trattare l’America Latina come il proprio cortile di casa. Insomma, il vero obiettivo delle spacconerie di Trump non è tanto (o non solo) il Venezuela di Maduro quanto proprio la Cina e il suo preoccupante espansionismo commerciale e diplomatico. Si tratta in sostanza di un brutale avvertimento diretto alla Cina da un lato e dall’altro ai paesi latinoamericani, che a scanso di grane “devono” ispirarsi al modello dell’Argentina di Milei, perfettamente allineata agli USA.
Ulteriore preoccupazione americana è la richiesta di adesione ai BRICS di vari paesi latinoamericani che si sono messi in fila per entrare in questa organizzazione egemonizzata da Cina e Russia. Trump, dopo l’incontro con Putin in Alaska, sa di potere contare su un sostanziale accordo di spartizione delle zone di influenza che garantisce il silenzio-assenso di Putin su Venezuela e America Latina in cambio dell’appoggio di Trump al piano russo di pace in Ucraina. È la Cina in conclusione che rischia di più, ed è certo che quando Trump in aprile sarà a Pechino per discutere delle questioni pendenti tra i due paesi (dazi, Taiwan), il capitolo America Latina sarà uno dei dossier principali.
Europa Orientale. In questo teatro, come s’è detto, Trump lavora ormai di conserva con Putin chiarendo a Zelensky in ogni occasione che il presidente ucraino e i suoi supporter europei “non possono nulla, senza la mia approvazione”. Trump vuole chiudere la questione ucraina per due ordini di motivi:
1.Tornare a fare affari con Putin, ripartendo dallo sfruttamento delle terre rare in Ucraina e in Donbass, ma soprattutto dallo sfruttamento della promettente nuova Via Artica dei commerci marittimi, resa possibile dalla ritirata dei ghiacci;
2. Provare a staccare la Russia dall’abbraccio, mortale per le prospettive dell’egemonia USA, con la Cina di Xi Jing Pin. Quest’ultima, oggi la prima economia industriale al mondo, alleandosi con la Russia, il paese detentore del più temibile arsenale atomico e missilistico nonché ricchissimo di risorse energetiche e alimentari, creerebbe quel blocco euro-asiatico che è destinato a dominare economicamente il pianeta per il tempo a venire. Impresa per Trump assai ardua in verità: la Russia, giustamente dal suo punto prospettico, non può fidarsi di un paese che ogni quattro anni può avere un nuovo presidente, magari appartenente a quel Partito Democratico tradizionalmente anti-russo, pronto a cancellare domani le aperture di Trump. Ma si tratta per lui di una scelta obbligata: l’alternativa all’apertura alla Russia sarebbe quella di tornare a corteggiare quella UE di imbelli “paesi nani” che egli, diversamente dai Democratici, vede da sempre con sommo fastidio e neppure malcelato disprezzo.
Teatro mediorientale. È qui che Trump ha apparentemente colto il suo successo più clamoroso: la tregua che segna la fine delle ostilità nel martoriato territorio di Gaza. Ma le cose sono più ingarbugliate di quanto Trump avrebbe voluto: Hamas si rifiuta di deporre e tanto meno consegnare le armi e, del resto, gli è stato ormai riconosciuto de facto il ruolo di polizia in un territorio devastato dove continua ad essere l’unica forza in grado di mantenere l’ordine pubblico (e che ha approfittato della tregua per regolare i conti con una milizia rivale assoldata da Israele in funzione anti-Hamas).
Ora Trump si trova un po’ tra il martello israeliano e l’incudine dei paesi garanti (Egitto, Emirati, Turchia) che esigono il passaggio alla fase 2 dell’accordo di tregua, che deve condurre all’instaurazione di un governo di tecnici palestinesi garantito dagli USA e dai paesi sunnominati, nonché all’ulteriore arretramento dell’esercito israeliano dalla fascia gialla alla fascia rossa, preludio all’inizio di un programma di ricostruzione. Tutto fumo negli occhi di Netanyahu e compari dell’ultradestra. Riuscirà Trump a imporre la sua agenda? Anche qui il presidente americano non ha scelta: se cedesse alle pretese israeliane di rimandare sine die la fase 2, manderebbe in pezzi la tregua tanto faticosamente raggiunta, romperebbe con i tre paesi musulmani sunnominati e di fronte al mondo crollerebbe la pretesa terzietà degli USA nell’accordo di pace.
Ma la questione più scottante in Medio Oriente resta quella della possibile ripresa della guerra tra Israele e Iran. Com’è noto, la “guerra dei 12 giorni” si concluse dopo un intervento americano che prese di mira tre centrali di arricchimento dell’uranio sotterranee in Iran. L’attacco, secondo Trump, avrebbe ritardato di anni il programma nucleare iraniano. Questo esito fu subito smentito, non dall’Iran, bensì da una dichiarazione dei servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti che parlarono al più di un ritardo di mesi, tuttavia zittiti da Trump a stretto giro. Emerse poco dopo una ricostruzione degli eventi che in sostanza dimostrò come Israele, dopo un primo attacco di successo che portò alla eliminazione di molti generali e di una decina di scienziati nucleari, dovette subire il pesantissimo contrattacco iraniano basato su centinaia di missili di precisione che devastarono diverse strutture sensibili: raffinerie, porti, centri di ricerca, industrie militari, dimostrando – questo l’aspetto più preoccupante – la incapacità dell'Iron Dome di neutralizzare i missili ipersonici iraniani, che arrivavano puntuali sui loro obiettivi dopo che centinaia di droni avevano saturato le difese aeree israeliane. Al momento in cui Israele dichiarò la fine delle ostilità, fonti americane affermarono che il suo esercito aveva consumato in 12 giorni la produzione di missili (americani) Patriot e simili di un anno e che, a Israele, restavano scorte per non più di due settimane. Di qui la convinzione iraniana di avere vinto la guerra e il paradosso dei due paesi arcinemici che celebravano entrambi la vittoria…
Al di là della propaganda, restano alcuni dati di fatto: Iron Dome ha mostrato di essere utile contro i razzi artigianali di Hamas, ma non è riuscito a intercettare non solo i sofisticati missili iraniani, ma neppure quelli lanciati dallo Yemen dagli Houthi Inoltre, l’auspicata insurrezione anti-regime della popolazione iraniana non solo non c’è stata ma, inaspettatamente, anche l’opposizione interna più dura agli ayatollah si è stretta intorno al governo in un moto di patriottismo anti-israeliano. Ne è uscita sconfitta la cosiddetta opposizione della diaspora iraniana che aveva puntato tutto sull’erede al trono Reza Pahlavi, residente negli USA e in cordiali rapporti con Israele, che forse già pregustava il rientro in Iran dopo la auspicata caduta del regime sconfitto dalla coalizione israelo-americana.
L’opposizione interna al regime degli ayatollah ha preso una posizione molto chiara: rifiuto totale dell’idea che il cambio di regime possa essere realizzato con la forza militare di potenze straniere. È in questo contesto che Israele, secondo notizie di questo dicembre 2025, si prepara a chiedere a Washington il via libera a un secondo attacco all’Iran.
Con quali prospettive? L’Iran ha approfittato di questi sei mesi per potenziare le scorte di missili ipersonici, per acquistare moderni caccia MIG-29 dalla Russia e batterie anti-missile dalla Cina. Insomma si presenta molto più preparato di prima e probabilmente col sostegno pieno di Russia e Cina. Non è chiaro se l’Iran già possegga l’arma nucleare, ma è evidente che anche solo il sospetto aggiunge molta incertezza all’avventura di Israele e, soprattutto, causa una forte ritrosia di Trump a parteciparvi. L’Iran non fa mistero della sua intenzione di colpire duramente con i suoi missili di precisione anche le basi americane nel Golfo, se mai dovessero partecipare all’azione israeliana. E nessun presidente americano è sopravvissuto politicamente a lungo (Vietnam docet) al flusso di bare americane che ritornano mestamente in patria ammantate dalla bandiera a stelle e strisce.