Aiutare la fragilità, difendere i diritti
Inaugurato a Trento il Centro Antidiscriminazioni: per offrire sollievo, comprensione, spesso soluzioni, al disagio delle persone LGBTQIA+
Forma e sostanza. Taglio del nastro lo scorso 17 settembre, in via al Torrione 6, al primo Centro Antidiscriminazioni LGBTQIA+ della città: un luogo pensato per accogliere, ascoltare e offrire risposte concrete a chi vive situazioni di fragilità o subisce discriminazioni. Un presidio atteso e necessario, come dimostrano i fatti di cronaca: nel febbraio 2025 un’agente di polizia transgender è stata aggredita, riportando lesioni permanenti al volto.
Non è un caso isolato: insulti, minacce e attacchi verbali sono segnalati anche nel nostro territorio, che non occupa i primi posti delle statistiche, ma nemmeno è immune dal fenomeno. Alcuni segnali, tuttavia, indicano una crescente consapevolezza istituzionale locale. Trento, Rovereto, Pergine Valsugana, Arco e Mori, Comuni aderenti alla rete READY contro le discriminazioni, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia del 17 maggio, hanno organizzato delle iniziative di informazione e sensibilizzazione. Ma non basta.
Il quadro nazionale è preoccupante. L'Italia ancora non dispone di una legge che riconosca e sanzioni l’omotransfobia come aggravante specifica. Nel 2024 la Gay Help Line ha ricevuto circa 20.000 contatti: oltre tre persone su dieci hanno denunciato episodi di discriminazione, soprattutto sul lavoro (28,9%) e in ambito sanitario (22,2%). Quattro su dieci hanno riferito violenze legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere; in quasi la metà dei casi si tratta di maltrattamenti in famiglia dopo il coming out, che colpiscono soprattutto i più giovani. Più della metà delle persone seguite aveva meno di 29 anni, e una su venti era minorenne. Dietro i numeri ci sono volti e storie di sofferenza. Che necessitano di luoghi sicuri e in grado di offrire sollievo, comprensione e spesso anche soluzioni al disagio. Ne abbiamo parlato con Shamar Droghetti, presidente di Arcigay del Trentino, e con Giulia Poliandri, coordinatrice del nuovo Centro Anti Discriminazioni e dello sportello di prima accoglienza.
Amnesty International Italia denuncia che la discriminazione verso persone trans e non binarie (non strettamente e completamente maschili o femminili ndr) è spesso invisibile e sottostimata. Quali sono, secondo la vostra esperienza, le principali difficoltà che una persona LGBTQIA+ incontra oggi in Trentino?
Droghetti: “Le discriminazioni denunciate sono la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più radicato nel tessuto sociale: la reale dimensione resta sottotraccia, i dati che emergono molto spesso sono solo quelli della cronaca. Fatta questa premessa, a livello nazionale abbiamo degli uffici dedicati che ci restituiscono, anno per anno, il termometro della situazione. Da quando è cambiato anche il colore politico del governo, ci si è resi conto che la discussione sui nostri temi si è ulteriormente polarizzata e i casi sono in aumento. Questo rappresenta il punto di partenza della nostra riflessione.
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Poliandri: “Shamar, che è il presidente di Arcigay Trentino, ha un osservatorio privilegiato sulla comunità; io mi occupo di sociale da quasi 15 anni e posso aggiungere la prospettiva dal punto di vista dei servizi (i CAD, ndr). Sicuramente mancano in Trentino degli spazi di aggregazione, di socializzazione, di espressione. Arcigay fa quello che può, in un territorio particolare per conformazione dove molti luoghi di incontro sono concentrati nel capoluogo. Tuttavia, penso - un po' come ha detto Shamar - che la maggior parte delle persone, che fanno parte della comunità LGBTQIA+, vivano le stesse difficoltà e le stesse fragilità di tutte. A volte con una fatica aggiuntiva anche perché i servizi non sempre sono in grado di leggere con precisione i percorsi di vita e le difficoltà delle persone”.
Vivere in città o nelle valli: fa la differenza per una persona LGBTQIA+?
Droghetti: “La differenza è data dalle opportunità che si possono raggiungere, dal CAD agli eventi che organizziamo come Arcigay del Trentino in sede. La dimensione del capoluogo è più facile: anche se oggi con internet e i social l'accesso alle informazioni, che tu viva nell'ultimo paesino della valle dispersa oppure a Trento può essere uguale, ma le opportunità di aggregazione sono diverse. E il principio di solitudine si aggrava in un posto più distante: scoprirsi LGBTQIA+ in un luogo dove non trovi il riconoscimento dei tuoi pari, può alimentare l'idea di essere l'unica persona nel mondo. Poi Internet sopperisce, si comunica, si resta in contatto, manca però la dimensione umana di un abbraccio, della condivisione di un momento di difficoltà o del festeggiamento di un traguardo. Non c'è soltanto la tristezza, si può anche essere felici. Ma bisogna potersi aggregare”.
Poliandri: “Confermo le difficoltà legate all'accessibilità di alcuni servizi, però è importante dire che lo stereotipo del territorio legato a un estremo bigottismo e a una società escludente, forse non è più fedele. Nelle valli abbiamo esperienze e realtà molto interessanti, come Mia Majon a Canazei, dove dopo un mese di apertura del CAD, posso dire che non si riscontrano differenze rispetto alle situazioni in città. Anzi, due scuole di territori limitrofi ci hanno scritto per ricevere assistenza sul come inserire nei regolamenti scolastici le indicazioni per le carriere alias, ovvero su come permettere ad adolescenti che stanno affrontando un percorso di affermazione di genere, il riconoscimento del proprio nome di elezione. Direi che l’identificazione valle uguale chiusura, non è più così cristallizzata”.
Quanto pesa, nella vita quotidiana, l’assenza di una legge nazionale contro l’omotransfobia? O ci sono altri fattori che incidono di più?

Droghetti: “Pesa, ma non è l'unico fattore. E dare priorità in un'agenda, dove manca tutto, è molto difficile. Posso dire – secondo me – cosa ha inciso nella vita di noi persone LGBTQIA+: lo scroscio di applausi in Parlamento alla bocciature del disegno di legge Zan contro l'omotransfobia. Per di più era un ddl che parlava anche di disabilità, e un Parlamento che gioisce al mancato riconoscimento di soggetti a rischio, picchiati in mezzo alla strada perché portatori di una soggettività che su di sé attira anche la violenza, è una ferita che ci si porta dentro. È un esempio brutto: e non tanto per la mancanza di questa legge, ma per la modalità con cui è stata chiusa quella partita”.
Poliandri: “Soprattutto in questo caso c'è lo scontro tra il piano ideologico e quello che produce un effetto reale sulla vita delle persone. Faccio un esempio: la legge sul femminicidio è piuttosto recente, non abbiamo ancora in mano dei dati per capire se effettivamente ha spostato di qualche metro l'ecatombe che viviamo. Però sono anni che accumuliamo norme per vari reati connessi alla violenza di genere e il fenomeno è in aumento. Vuol dire che le leggi da sole comunque non bastano, anche se hanno un ruolo importante, anche simbolico, ma la percezione di sicurezza e di serenità delle persone passa da altro, dalla formazione, dall'educazione, dall'apertura di spazi di condivisione e di confronto. Secondo me questo fa la differenza”.
Famiglia, scuola, lavoro, social: in quali ambiti vedete più spesso episodi di discriminazione? E chi sono oggi le persone più vulnerabili?
Droghetti: “Abbiamo sicuramente un problema dato da alcuni social: i commenti sotto una mia intervista pubblicata su Facebook sono di una violenza durissima, anche denunciabile. I social rappresentano una bolla e alcuni stanno diventando una fucina di odio dove si alimentano contrapposizioni e polarizzazioni ideologiche. Ma la violenza può essere esercitata in tanti modi, ad esempio sappiamo di famiglie che obbligano alle terapie riparative (pratiche pseudoscientifiche intese a cambiare l'orientamento sessuale di una persona ndr), o che allontanano le persone LGBTQIA+; sappiamo che ci sono scuole che vietano i regolamenti per le persone trans, che non validano il loro percorso di affermazione di genere. Anche grazie al lavoro che si sta facendo con il CAD, tra alcuni mesi avremo una fotografia delle varie situazioni, e potremo fare dei ragionamenti più puntuali”.
Poliandri: “La discriminazione è multipla e complessa: è istituzionale, è sociale, può essere intrafamiliare o nel gruppo dei pari. Probabilmente le persone più esposte sono quelle a cui manca una rete di supporto, vivono in contesti profondamente non inclusivi, dove le discriminazioni subìte si sommano una sull'altra fino a portare alla sofferenza. In questo momento in Italia, anche per com'è andato il dibattito pubblico degli ultimi anni, le persone che hanno un'identità di genere non conforme hanno patito una forte restrizione delle opportunità offerte dal servizio sanitario pubblico. Le persone trans oggi sentono il fuoco sulla pelle: sulle loro vite è in atto una battaglia ideologica a tutti i livelli, anche sul piano internazionale, un attacco diretto, frontale, molto esplicito, violento, che a tratti implica una riduzione degli spazi di agibilità del proprio vivere”.
Il CAD è gestito da Arcigay del Trentino insieme a professionisti e realtà locali. Cosa cambia rispetto al vecchio sportello Lgbt?
Droghetti: “Rappresenta il passaggio da una base volontaria a una professionale che ha capacità di spesa. Questa modalità ci permette di essere più efficaci “
Avete già raccolto storie o situazioni emblematiche che raccontano meglio di tante statistiche quanto fosse necessario aprire questo presidio?
Poliandri: “La totalità delle persone arrivate da noi, ci racconta di anni di peregrinazioni. C'è un tessuto di servizi alla persona pubblici e privati, incluso il terzo settore, che non è pronto a rispondere alle esigenze della comunità LGBTQIA+”.
Droghetti: “Molto spesso non si tratta di un unico servizio, ma dovrebbero essere coinvolti più soggetti che tra loro non parlano. Il risultato è che si continua a girare, a bussare alle porte senza ottenere una vera risposta”.
Cosa direste a una persona LGBTQIA+ che ha subìto una discriminazione ma ha paura di chiedere aiuto?
Droghetti: “A volte ci vuole coraggio anche per riuscire a chiedere aiuto, non è un passo scontato e non sempre si può fare subito- Noi comunque siamo qua”.