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QT n. 12, dicembre 2025 Servizi

Mamdani: una luce nel “buio americano”?

Le disuguaglianze negli USA (e in Italia): hanno fatto vincere Trump e la destra. Si sta imparando qualcosa? Intervista al prof. Mario Del Pero.

Per cercare di orientarci in quelli che sembrano degli sbandamenti – elettorali ma anche culturali – del ceto medio-basso americano (e pure italiano) parliamo con uno degli “americanisti” attualmente più accreditati, il prof. Mario Del Pero, di Cavalese, professore di Storia internazionale e Storia degli Stati Uniti a Sciences Po (Parigi), che avevamo intervistato nello scorso numero a proposito del “Buio americano” ossia gli USA con Trump.

Questa volta affrontiamo il tema partendo da una dinamica che può spiegare molto: come è cambiata la tassazione dal dopoguerra ad oggi.

In Italia, nel 1974 i poveri e i lavoratori versavano in tasse (la cosiddetta “aliquota minima”) il 10% del loro reddito, oggi versano molto di più, il 23%. Per i ricchi c’è stato il fenomeno inverso: nel 1974 versavano (l’”aliquota massima”) il 72% dei redditi, oggi solo il 43%. Questo aggravio delle tasse ai poveri a vantaggio dei ricchi è stato ancora maggiore negli USA: durante la Seconda Guerra Mondiale e per tutta l’età dell’oro dell’economia americana (anni ’40–’60), l’aliquota massima superava stabilmente il 90% , mentre oggi...

“In effetti per i redditi molto elevati si arrivò fino al 91%, ovviamente per soglie, e il presidente Roosevelt flirtò con l’idea di introdurre un’aliquota al 100% — cioè oltre un certo limite di guadagno tutto dovrebbe essere restituito, perché non avrebbe dovuto aver senso accumulare ricchezze così spropositate. Poi arrivano i tagli: John F. Kennedy ne introduce uno, ma fino agli anni ’70 l’aliquota più alta resta comunque al 70%. Il capovolgimento lo fa Reagan: in otto anni porta le aliquote dell’imposta sul reddito da 6–7 scaglioni a soli 2, tra il 15% e il 28%. È una svolta radicale. Successivamente, di fronte ai problemi di bilancio, Reagan aumenta leggermente le tasse sui profitti d’impresa. Gli anni della sua presidenza sono comunque anni di crescita e di deficit: il debito pubblico quasi raddoppia. È il paradosso della destra fiscalmente conservatrice che, in realtà, genera debito per riuscire a tagliare le imposte e a sostenere la crescita. Da quel momento si torna parzialmente indietro: con Clinton, con Obama, ma non si rimane lontani dai livelli precedenti alla rivoluzione reaganiana”.

Sono così evidenti le storture della tassazione?

Zohran Mamdani e Donald Trump

Ci sono alcune compensazioni verso i redditi bassi e molto bassi. Chi si trova sotto la soglia di povertà paga pochissime tasse e accede al limitato welfare statunitense, soprattutto alla sanità pubblica tramite Medicaid. Un tempo c’erano anche i food stamps (buoni per l’acquisto di beni alimentari). Ma all’estremo opposto, il sistema è fortemente regressivo per i redditi più alti, che sono soprattutto redditi d’impresa e da capitale, tassati molto poco”.

L’egemonia culturale della destra

e la detassazione dei ricchi

“L’economista Warren Buffett evidenziò il problema: ‘Pago molto bene la mia segretaria, che si trova nello scaglione più alto, lei paga il 39,6% mentre io, che guadagno miliardi, pago il 23% perché il mio reddito è quasi tutto capital gain’. Insomma, la segretaria pagava il doppio dell’aliquota rispetto a lui. È evidente che il sistema sia entrato in cortocircuito alimentando la diseguaglianza.

Thomas Piketty, economista e scienziato sociale francese, nel suo libro sulla diseguaglianza attribuisce un peso decisivo alla struttura della tassazione il meccanismo che ha alimentato le disparità.

Tra gli anni ’70 e la crisi del 2008, anche in Italia un discorso di riduzione delle tasse è stato culturalmente egemone: l’idea che la tassazione fosse uno strumento oppressivo con cui lo Stato limita la libertà individuale — compresa quella di arricchirsi ad libitum — era diventata quasi indiscutibile. E’ stata la crisi del 2008, che ha messo in luce molte contraddizioni e ha eroso un patrimonio fondamentale per milioni di americani, quello immobiliare, ad incrinare queste certezze.

Su questo fronte dobbiamo osservare come negli USA anche le municipalità abbiano iniziato ad assumersi responsabilità nuove. Tra esse l’introduzione del salario minimo all’interno del territorio comunale. Esiste infatti un salario minimo federale molto basso — 7 dollari e 50, meno della metà rispetto a mezzo secolo fa, se indicizzato all’inflazione — e poi un salario minimo statale. Alcune città, già Washington negli anni ’90 ma soprattutto molte altre dopo il 2008, hanno introdotto un salario minimo municipale. È una scelta che ha una sua logica in un Paese con tutele sociali ridotte, poca sindacalizzazione e enormi disparità salariali, soprattutto nelle aree urbane, dove convivono redditi altissimi e lavoratori poco qualificati.

E’ in questo contesto, di attivismo municipale e di utilizzo della politica urbana come laboratorio per promuovere nuove politiche, che si inserisce il disegno di Mamdani, usare strumenti di governo municipali per fare politiche sociali. D’altronde è già stato fatto. Ad esempio, quando nel 2017 Trump si insediò, la prima cosa che fece fu uscire dagli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Orbene, centinaia di città americane, da Portland a Burlington in Vermont, crearono una rete per rilanciare politiche pubbliche che a livello municipale rispettassero gli obiettivi della COP21. Insomma, si costruì un’azione pubblica antitetica a quella del governo federale”.

E ora Mamdani...

“Rientra pienamente in questo attivismo dei sindaci e delle amministrazioni cittadine. Ha toccato un tema vitale: il costo della vita, che coincide con la qualità della vita, anzi, con il diritto a vivere in modo decoroso. Era stato lo stesso Trump a vincere sul costo della vita, che lui aveva focalizzato sulla crescita dell’inflazione. E ora ci sono sondaggi che dicono che molti degli ispanici si stanno pentendo di aver votato Trump. Non solo per la politica migratoria — i raid, le deportazioni — ma anche perché il costo della vita non è cambiato, i prezzi restano elevati, il trend resta quello: un’inflazione al 3%, istituti di credito assai più prudenti…

Su Mamdani aggiungo una cosa: secondo me deve fare attenzione. Ci sono parti della sua proposta politica che sono di buon senso e possono piacere trasversalmente (scuola dell’infanzia, asili nido), ma altri, come i trasporti pubblici gratuiti sono difficilmente realizzabili, e quindi demagogici, possono essere un boomerang”.

Comunque abbiamo visto Trump cambiare diametralmente posizione rispetto a Mamdani. Ha avvertito che era stato efficace?

Sì, soprattutto ha visto che Mamdani ha vinto, e a Trump chi vince tendenzialmente piace. Devo dire la verità: mi ha sorpreso l’incontro alla Casa Bianca, mi ha sorpreso che sia stato convocato così rapidamente e mi ha sorpreso il tono. L’ho visto, non ho solo letto i resoconti: l’impressione è che Mamdani si sia comportato molto bene. È arrivato con grande pacatezza, con decoro istituzionale, e ha messo sul tavolo i temi della sua agenda politica, senza smussarli: ha menzionato la sua preoccupazione per gli immigrati presenti a New York, potenziali vittime dell’ICE (Immigration Customs Enforcement, agenzia preposta all’applicazione delle leggi sull’immigrazione ndr) e dei violenti raid dell’amministrazione. Senza alzare i toni, senza attaccare direttamente Trump, ma con grande chiarezza.

Credo che questo abbia spiazzato Trump. I leader, soprattutto quelli con una tendenza autocratica, quando non trovano lo scontro frontale e si trovano davanti un interlocutore abile, pacato ma fermo, spesso vanno in tilt. Infatti cosa ha fatto Trump? È ricorso alle lusinghe: ha cominciato a celebrare Mamdani. E quell’incontro ha generato più polemiche nella base MAGA che a sinistra.

E questo può voler dire che l’impostazione politica di Mamdani sia sostanzialmente corretta, soprattutto per un’elezione come quella di New York, perché tocca temi concreti”.

Passiamo alle due governatrici democratiche elette in Virginia e New Jersey: avevano una piattaforma diversa, forse più moderata...

“Sì, sono più moderate, diremmo più centriste. Hanno insistito su due temi: discontinuità e rinnovamento. Sui quali è stato vincente anche Mamdani, che come avversario aveva, nominato dall’establishment democratico, un vecchio arnese come Andrew Cuomo, dal grande passato politico ma oggi disconnesso dalla realtà.

Le due governatrici si sono collocate dentro uno spostamento a sinistra già avviato. In Virginia, che in gran parte gravita su Washington, Spanberger ha sfruttato il tema caldo dei licenziamento dei dipendenti federali. Sherrill, in New Jersey, è riuscita a parlare degli stessi temi affrontati da Mamdani, ma con una declinazione meno radicale: inflazione, costo della vita, lavoro. Ha recuperato anche una parte del voto ispanico perso l’anno scorso.

La cosa interessante è che non si è votato solo lì: in alcuni paesi della Georgia si è votato per un’agenzia statale che regola i prezzi delle utilities, come l’elettricità e per la prima volta i democratici hanno ottenuto la maggioranza; in California si è votato un referendum sul ridisegno dei distretti elettorali, in Ohio... Insomma, i democratici hanno vinto ovunque, con un messaggio di sinistra adattato ai contesti. E registrando affluenze altissime: il che vuol dire che hanno recuperato i voti di chi non votava più”.

Introduco un parallelo italiano: dove è egemone l’idea per cui “si vince al centro”, come se Trump avesse vinto al centro, o Meloni avesse vinto al centro. E la ricetta vincente per la sinistra, sarebbe recuperare quell’1, 2, 3, 5% di elettori di partiti come quello di Renzi. Ma forse la questione è un’altra: non sarebbe più utile recuperare, non dico la totalità ma una parte, di quel 60% che non vota perché non vede politiche capaci di rappresentarlo, ha subito, con qualsiasi schieramento al governo, un peggioramento delle condizioni di vita (vedi il discorso su tasse, disuguaglianze, welfare)?

“Alcune avvertenze. La prima è che bisogna fare attenzione quando si prende un modello — e quello statunitense è un modello con caratteristiche molto specifiche — e gli si chiede di ‘dare lezioni’ a contesti come il nostro, pluripartitici, parlamentari, proporzionali. Comunque: il processo politico-elettorale statunitense dell’ultimo decennio è risultato molto polarizzato, un contesto in cui non ci si può permettere di perdere i propri elettori. Perché poi un partito non li recupera al centro, non li recupera tra gli indipendenti e, meno che mai, tra gli elettori dell’altro campo. La polarizzazione significa proprio questo: bassissima mobilità elettorale e necessità di mobilitare al massimo il proprio campo. Kamala Harris ha preso 6-7 milioni di voti in meno rispetto a Biden quattro anni prima. Ha perso per molte ragioni, ma anche per questa. E quel bacino elettorale oggi lo si mobilita con un messaggio pragmatico, concreto ma radicale.

Quindi, per rispondere seccamente alla domanda: sì, con tassi di astensionismo come gli attuali italiani, non si vince andando a ‘cogliere nei cespugli’, come si diceva una volta, ma investendo tutto il proprio potenziale elettorale con un messaggio anche radicale e coraggioso, purché concreto e pragmatico. Anche se poi, al governo, mettere in pratica quel messaggio dentro i tempi strettissimi della politica contemporanea, diventa molto difficile”.

Trump, la Russia,

l’imperialismo e il movimento MAGA

Parliamo di politica estera, in particolare di Ucraina. Di cui all’elettorato di Trump sembra importi pochissimo. Make America Great Again significa “ce ne freghiamo degli altri”. Ma per converso, un rapporto così stretto con la Russia come quello instaurato da Trump, può andare bene ai sostenitori MAGA?

“Sì, può andare bene per una serie di ragioni. La prima è la condivisione di un certo conservatorismo culturale e religioso. Putin, a modo suo, si presenta come un baluardo contro la deriva ‘woke’, contro il liberalismo, in difesa di una cristianità intesa in senso ampio, anche ortodosso. Quel tipo di conservatorismo culturale crea un ponte con la destra repubblicana bianca, cristiana, spesso razzista. Il mondo putiniano — gli Alexander Dugin e compagnia — prova a parlare quel linguaggio.

Il secondo è che questa posizione incarna una promessa di disimpegno degli Stati Uniti: anti-internazionalismo, far pagare agli altri i costi della pace e della stabilità. Il quattordicesimo dei 28 punti dell’annunciato piano di pace trumpiano ha dell’incredibile: i fondi russi ora in mano europea vanno scongelati, 100 miliardi andranno a investimenti per la ricostruzione dell’Ucraina, l’Europa ne metterà altri 100 e il 50% dei profitti derivanti dalla ricostruzione andrà al governo degli Stati Uniti. L’ho letto e l’ho dovuto rileggere tre volte. Ma quel messaggio, a quelli dell’“America first” piace.

E piace anche perché gioca e rafforza un’ostilità verso l’Europa, talvolta una vera e propria eurofobia, che è molto diffusa a destra. Ha radici antiche, ma negli ultimi anni è tornata con forza.

E piace perché dà forma agli schemi neoimperiali di Trump. In fondo, cosa propone? Una potenza imperiale globale — gli Stati Uniti — che tratta con potenze imperiali regionali: la Russia, la Cina, e, in un certo senso, Israele in Medio Oriente. L’idea è quella di fare ciò che l’imperialismo ha sempre fatto: competizione tra imperi, ma anche collaborazione tra imperi, una sorta di co-gestione dell’ordine globale. Nella visione trumpiana l’Ucraina finisce di fatto sotto la sfera d’influenza russa: si cede il Donbass, si accetta la Crimea annessa, si riducono le forze armate ucraine, si impedisce un processo di adesione alla NATO e perfino all’Unione Europea. E l’Europa si trova caricata del peso economico dell’operazione, diventando un Paese sostanzialmente subordinato.

Ora, dentro la destra repubblicana ma più al Senato che altrove, c’è ancora verso la Russia un’ostilità che ha matrici antiche, risalenti alla guerra fredda. Nell’elettorato MAGA decisamente no”.

Quindi dal punto di vista interno è stato un posizionamento assolutamente comprensibile

“Non credo che a Trump darà vantaggi politic-elettorali significativi, il mondo MAGA è preso ora da altre questioni. Ma sicuramente non ci saranno costi politici di alcun tipo”.

Il progetto autoritario non si ferma

Passiamo alle modalità brutali con cui la presidenza Trump ha investito le altre istituzioni. Si vedono delle risposte?

“C’è stato il caso dell’ex direttore dell’FBI James Comey, che aveva guidato le indagini sui tentativi della Russia di influenzare le elezioni del 2016 a favore di Trump; e quello della Procuratrice generale dello stato di New York Letitia James, che aveva condotto l’accusa nel processo in cui Trump era stato condannato per frode finanziaria. Trump voleva che la procura del North Carolina incriminasse Comey e James, ma il Procuratore all’epoca si è rifiutato. Allora Trump ha fatto dimettere il Procuratore e al suo posto ha nominato una avvocatuccia che si occupava di assicurazioni. Questa, senza esperienza, ha portato avanti l’incriminazione da sola, in quanto tutto il resto della Procura si è rifiutato di co-firmarla. Arrivato al Tribunale, il giudice ha archiviato il caso in una settimana, perché la Procuratrice era stata nominata senza la ratifica da parte del Senato come previsto dalla legge. Una figuraccia cosmica.

Questo fatto ci dice due cose: il disegno autoritario di Trump esiste. La seconda è che talvolta il dilettantismo estremo di questa gente diventa un boomerang. Stiamo parlando di una banda di dilettanti, dal segretario della difesa al direttore dell’FBI per esempio, che non hanno esperienza, strumenti e competenze per dare corso alle loro politiche.

Vediamo un secondo caso che ritengo illuminante. Sempre in North Carolina l’ICE (Immigration Customs Enforcement, vedi sopra) ha fatto una serie di rastrellamenti di immigrati a Charlotte, città democratica dove ci sono grandi università dello stato, cittadelle liberal.

Per una settimana questi agenti hanno seminato terrore in quelle comunità con scuole che venivano chiuse e gente che non si presentava al lavoro. Se ne è parlato pochissimo in Italia, però questi raid ci dicono che quel disegno autoritario rimane: e alla fine, come abbiamo visto, l’ex direttore dell’FBI o la ministra della giustizia di New York riescono a difendersi, ma un povero immigrato o anche un cittadino con regolare permesso di soggiorno, queste possibilità non le hanno.

I nostri, seppur dilettanti infliggono straordinaria sofferenza a molte persone”.

Queste sono cose che però rischiano di costare elettoralmente: a iniziare dagli ispanici…

“Sì, come abbiamo già visto. E senza l’elettorato ispanico vai a perdere in un contesto così polarizzato. Nella tornata di due settimane fa hanno votato circa 25 milioni di americani ed il segnale è stato inequivocabile”

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