La diga a tutti i costi
Il Consorzio del Brenta vuole imporre la diga sul Vanoi. Nonostante l’opposizione delle istituzioni.
È stata resa pubblica la relazione che fa sintesi delle centinaia di osservazioni pervenute al Consorzio del Brenta riguardo la costruzione di una grande diga nella val Cortella in Vanoi. La relazione è stata redatta dall’ente promotore, un passaggio discutibile nel metodo e nella forma, perché una simile valutazione va affrontata da un ente pubblico. Oltre a questo pesante limite, il Consorzio del Brenta da oltre due mesi è guidato da un Consiglio di amministrazione scaduto.
A dicembre si erano tenute le elezioni del nuovo organismo che però oggi rimane ancora privo di direzione. I rappresentanti di Coldiretti sono alleati con il fronte ambientalista e vogliono un deciso cambio di rotta.
Nel nuovo organismo vi sono due fronti paritari: la cordata degli uscenti con soli dieci eletti e gli oppositori, anch'essi in dieci. Nonostante questa situazione di stallo, a decidere i contenuti della risposta sono stati dirigenti del gruppo del Presidente uscente Enzo Sonza, chiaramente sconfitti dal voto. Una prima riunione dei nuovi eletti è saltata causa la mancata presenza dell’area di Coldiretti. Una seconda causa è stata l’assenza dei consiglieri uscenti.
Cosa è stato scritto o si è omesso nella relazione? I dirigenti e il Ministero dell’Agricoltura dimostrano di essere in affanno. Non si aspettavano di doversi relazionare con una tanto diffusa e severa mobilitazione popolare. Infatti il dirigente del Ministero si permette di scrivere: “Il confronto non ha raggiunto gli obiettivi, in quanto sono intervenuti enti e associazioni più distanti dagli impatti del progetto, coinvolti dagli effetti solo indiretti e di principio, come la tutela dell’ambiente e della montagna, paesaggio e associazioni di categoria”. Secondo costoro,insomma, associazioni ambientaliste e di categoria, come l’ordine dei geologi, o i pescatori, non avrebbero avuto titolo per esprimersi. E che ambiente, paesaggio, o sicurezza, sono aspetti marginali da valutare.
Leggiamo poi come viene intesa la solidarietà. È mancata, si scrive, ”una solidarietà tra montagne e pianura, per cui se le acque non vengono utilizzate a monte e sono essenziali per la sopravvivenza di valle, possono essere trattenute e regolate... l’acqua è senza confini, per questo non si vuole rinunciare all’idea e all’auspicio di una solidarietà fra montagne e pianure”.
A loro modo di vedere le realtà delle montagne non hanno diritto di esprimere i loro bisogni, di difendere la qualità dei territori e la sicurezza delle popolazioni. Vi si legge l’intento di affermare una solidarietà priva di reciprocità, a senso unico, imposta da chi si ritiene più forte e difende interessi corporativi o sostiene determinate lobby. Nelle osservazioni più associazioni ambientaliste hanno invece approntato un apposito paragrafo che spiega cosa significhi solidarietà fra esigenze delle comunità urbane e le vallate di montagna, il dovere della ricerca di coesione e soluzione di un problema reale che investe l’agricoltura dell’area della Brenta.
La diga si deve fare,
anche contro la volontà delle istituzioni
Da quanto si rileva nella relazione, sembra che il Consorzio intenda investire in un invaso ridotto, ritenuto meno invasivo: invece dei 33 milioni di metri cubi del progetto iniziale si scenderebbe a 20 milioni. Il costo complessivo verrebbe di poco ridimensionato, scendendo dagli oltre 200 milioni di euro a 167. Si omette di dire che il Ministero da oltre un anno ha stralciato l’opera dal Decreto siccità. Quindi a oggi non è finanziato.
Nella relazione non si trova traccia di analisi delle tante proposte che sostengono l’opzione zero in modo propositivo e le innumerevoli alternative tecniche alla costruzione della diga.
Eppure investire nell’opzione zero costa un decimo della spesa complessiva. Non solo operando nello sghiaiamento degli invasi artificiali già esistenti. Ancora più efficaci - ci confermano i tecnici - risultano altre proposte inserite nelle osservazioni: lo sviluppo delle aree di infiltrazione forestali, il recupero e risanamento dei pozzi abbandonati, la realizzazione lungo la Brenta di piccoli bacini, delle aree di esondazione, una diversa regimazione delle acque del fiume, con un costo complessivo di soli 20 milioni di euro.
Difficile è anche comprendere come si possa imporre la diga attraverso un progetto esecutivo quando buona parte degli enti istituzionali interessati, forti di competenze dirette, si oppongono e in assenza di fondi statali certi. Il No della Provincia autonoma di Trento è chiaro, il lago si estende su territorio del Trentino. Un No ribadito recentemente dal Presidente della Provincia Maurizio Fugatti, pronto a sostenere la posizione di chiusura anche rivolgendosi alla magistratura.
Arriva, forse, anche il no di Luca Zaia, che si fa forte del ribadito giudizio negativo dei tecnici della sua Regione. Già nel luglio 2024 i suoi uffici avevano rilevato la pericolosità del bacino dal punto di vista geologico, a causa della morfologia dei versanti, che già presentano diffusi fenomeni di franamenti su ambedue i versanti, alcuni in corso.
Di Luca Zaia ci si può fidare comunque poco. Il 12 luglio 2022 il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato all’unanimità una mozione che dichiarava fondamentale la costruzione della diga. A seguire, la Regione, nel maggio 2023, segnalava nuovamente al governo una presunta necessità e urgenza dell’invaso. Rendono fragile questo no dei tecnici del Veneto i recenti comportamenti della maggioranza che governa la Regione. Lo scorso mese ha boicottato una mozione del PD e dei Verdi contro la diga. I consiglieri della destra e civici sono usciti dall’aula per far mancare il numero legale al voto. Della maggioranza sono rimasti in aula due consiglieri bellunesi della Lega che non hanno voluto perdere la faccia davanti ai loro elettori in provincia. Ma sono contrari alla diga anche l’assessore regionale, di Belluno, il leghista Gianpaolo Bottacin, il presidente della provincia di Belluno e sindaco di Longarone, leghista anche lui, Roberto Padrin.
Una confusione che ha dell’incredibile. Da una parte si difendono interessi speculativi e dall’altra ci si preoccupa di non perdere i consensi elettorali. A parte le contraddizioni in casa Lega, il fronte del no si fa forte della competenza decisionale in capo solo alla Direzione Dighe del Ministero delle Infrastrutture, Ministero che da oltre un anno ha tolto dall’elenco del decreto siccità quest’opera.
In tanto marasma risulta incomprensibile il rifinanziamento del progetto di fattibilità da parte del Ministero dell’Agricoltura: da 1,5 milioni di euro la spesa di un progetto tanto debole è stata portata a 1,989,639 milioni. Sorge il dubbio che i due ministeri nemmeno si parlino; forse è in corso una lotta fra FdI (che guidail Ministero dell’Agricoltura con Lollobrigida) e la Lega, con Salvini ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture.
A sostenere il no intervengono poi anche direttive europee, che vanno rispettate. Il documento divenuto legge europea della Nature Restauration Law, che prevede il ripristino di almeno il 20% degli ambienti degradati entro il 2030, il 90% entro il 2050 e il ripristino a naturalità di 25.000 km di fiumi a scorrimento libero, di fatto impedisce la costruzione di ogni nuovo invaso che interrompa il libero scorrimento delle acque fluviali e sostiene la rinaturalizazione di quanto è stato degradato nel tempo.
Inoltre la Commissione Europea, rispondendo a una interrogazione della europarlamentare dei Verdi Cristina Guarda, tramite la vicepresidente Maro? Sef?ovi?, sostiene un deciso no.
È lo stesso assessore regionale veneto Gianpaolo Bottacin ad affermare che in Veneto ogni anno piovono 18 miliardi di metri cubi di acqua, il che dimostra in modo definitivo quanto risulti irrilevante la costruzione del bacino del Vanoi nel garantire una sicurezza di approvvigionamento idrico per le terre sottostanti.
In presenza di questa situazione insistere a voler imporre l’opera non può che generare sospetti.