L’Antimafia, il Ministro e i “pesci grossi
Il faccendiere Carini e il cavatore Bertuzzi: due perplessità su “Perfido”, un’interrogazione parlamentare e la risposta dell’ineffabile Ministro Nordio
”Nel prossimo numero parlremo della conferma che il Tribunale, mentre stiamo andando in stampa, ha dato della solidità delle investigazioni e delle conseguenti accuse del processo “Perfido”. E quindi dei meriti che vanno riconosciuti a chi ha saputo rilevare – e poi far condannare - la presenza ‘ndranghetista in Trentino.
Qui invece ci tocca affrontare i limiti delle indagini e soprattutto della loro gestione a livello giuridico. “’Perfido’: arrivato ai pesci grossi, il Tribunale si ferma?” titolavamo nello scorso settembre.
Ora queste nostre perplessità sono arrivate al Ministro della Giustizia, il ben noto Carlo Nordio.
I casi da noi sollevati erano due: l’archiviazione della posizione di Giulio Carini, il faccendiere delle “cene di capra” indicato come “elemento cerniera tra la compagine ‘ndranghetista e le più alte cariche amministrative e statali”. E poi le mancate indagini sul concessionario di cave Franco Bertuzzi, pur implicato nel pestaggio dell’operaio Hu XuPai. Come si vede, i “piani alti”, di fronte ai quali la giustizia sembra essersi arrestata, o addirittura mai mossa.
Queste perplessità le ha riprese l’on. Stefania Ascari (del M5S), membro della Commissione Parlamentare Antimafia, in un’interrogazione ai ministri della Giustizia Nordio e dell’Interno Piantedosi. Vediamo i due casi.
“L'archiviazione del procedimento relativo a Giulio Carini, figura chiave per comprendere i rapporti tra la criminalità organizzata e le istituzioni – scrive Ascari - è avvenuta senza un accertamento medico-legale indipendente”. Questa decisione “appare in contrasto con la prassi consolidata” e con una sentenza della Cassazione che stabilisce che non basta il certificato che stabilisce che il soggetto ha bisogno di un amministratore di sostegno, in quanto le due cose – sostegno di un amministratore e incapacità di intendere e volere – sono diverse.
Non si capisce questa frettolosa archiviazione (fatta per risparmiare i soldi di una controperizia? diciamo noi) la quale – dice la parlamentare antimafia - “visto il ruolo che sarebbe stato svolto da Carini quale raccordo con la Calabria e intermediario tra ‘ndrangheta e istituzioni locali e statali, rende particolarmente critica la comprensione del fenomeno infiltrativo”.
Il ministro Nordio risponde che il Procuratore della Repubblica ha il potere discrezionale se disporre o non disporre una perizia, “purché ne fornisca congrua motivazione”. E nel caso di Giulio Cariniil Procuratore dott. Raimondi ha stabilito che sì, è incapace, basandosi sul certificato medico presentato dalla difesa, e che non c’è bisogno di ulteriori verifiche.
Dello stesso parere è risultato il GIP, e quindi per Nordio tanto basta. Le “congrue motivazioni” ci saranno anche, ma a causa della privacy, se le tengono per loro.
Tutto regolare, per carità. Ma questo era un processo che avrebbe dovuto approfondire i legami tra una presenza mafiosa già accertata, e ampi settori dello Stato, tra cui i vertici dello stesso Tribunale (“C’è stato un assalto al Tribunale” aveva amaramente ammesso lo stesso PM Davide Ognibene).
Su questo chiediamo l’opinione dell’on. Ascari.
Non si può vedere in tutto ciò un Tribunale che si chiude a riccio, e non vuole rendere conto del proprio operato? Si dice sempre che la mafia la si sconfigge non tanto nelle aule del Tribunale, ma nella società: orbene, l’archiviazione di Giulio Carini è stata presa sulla base di documenti che vengono tenuti segreti, né è mai stata comunicata all’opinione pubblica (è stata solo l’insistenza della Parte Civile Questotrentino a portare a galla la vicenda, altrimenti destinata a un lungo oblio). E’ così che si pensa di sconfiggere la mafia?
“Pur ammettendo che la segretezza del certificato medico sia imposta dalle normative sulla privacy e riconoscendo la legittimità della decisione del Procuratore, permangono delle perplessità sul rischio di basare una decisione così importante su documenti non accessibili al pubblico e senza possibilità di verifica indipendente. È una questione che riguarda il bilanciamento tra il rispetto della discrezionalità del magistrato e l'esigenza di trasparenza e approfondimento, specialmente nei processi riguardanti tematiche di rilevante interesse pubblico, come legami tra mafia e istituzioni. Si tratta di un cortocircuito che non aiuta la lotta alla mafia.
Arriviamo ora alla sera del 2 dicembre 2014, al fatidico pestaggio dell’operaio cinese Hu Xupai. L’analisi dei tabulati telefonici ci dice che prima, durante e dopo il pestaggio c’è tutta una serie di chiamate e Sms tra i picchiatori e diverse utenze, in genere di personaggi poi coinvolti nell’inchiesta “Perfido”. A noi interessano i contatti tra il capo della squadraccia Mustafà Arafat (peraltro già condannato) e il numero 348-7661913, utenza telefonica mobile intestata alla ditta Avi e Fontana srl di Franco Bertuzzi, della potente omonima famiglia di imprenditori del porfido.
Chi è dall’altra parte del telefono? Proprio Franco Bertuzzi, come testimonierà il maresciallo D’Andrea, cui sarà il cavatore, attraverso il 348-7661913 a comunicare che nella cava era stato fermata “una persona responsabile di danneggiamenti”.
Dunque, il pestaggio inizia circa dieci minuti prima delle 19. Alle 18.49 Bertuzzi invia un sms a Mustafa, e poi alle 18.55 e alle 18.56. Alle 19.03, alle 19.04 e alle 19.05 giungono a Mustafa tre sms, due dei quali dalla Anesi srl (cioè da Mario Nania, uomo di mano di Giuseppe Battaglia, condannato per mafia in primo e secondo grado) e uno dalla Avi e Fontana (Bertuzzi).
Tra le 19.57 e le 19.59 da Franco Bertuzzi altri 3 SMS a Musatafa Arafat. “Verso le ore 20 circa” il maresciallo Dandrea viene contattato sul suo telefonino da Bertuzzi, che alterna anche due chiamate, alle 20.01 per 49” e alle 20.03 per 20” a Mustafa.
Nel verbale di Polizia Giudiziaria datato 18 febbraio 2015, nel quale sono sommariamente riassunte le acquisizioni dei tabulati telefonici, viene richiesto di “escutere (...) come persona informata sui fatti Bertuzzi Franco di Albiano (...)”. Poco sotto, scritto a penna si legge “Si delega l'audizione di Bertuzzi Franco” firmato “Licia Scagliarini” della squadra di PM che seguiva l’inchiesta.
Orbene, Franco Bertuzzi, non risulta mai essere stato né indagato, ma nemmeno audito. Come mai questa “esclusione da ogni approfondimento, nonostante pesanti elementi indiziari a carico?” chiede Ascari.
Il ministro Nordio si affida al Procuratore Raimondi, che risponde con una tautologia: ha deciso di non indagare perché non ne vedeva i presupposti.
A Nordio tanto basta, non entra nel merito, si limita a sottolineare che le indagini hanno condotto a 19 custodie cautelari, a processi in cui è stata riconosciuta la presenza di una associazione mafiosa, a condanne confermate in Cassazione, a nuove elezioni nel Comune di Lona Lases ecc ecc.
Sentiamo quindi l’on. Ascari.
A noi invece il punto sembra un altro (non a caso ripreso, con le stesse parole usate da Questotrentino, da più di uno degli avvocati difensori nel recente processo d’appello): non è che ci si sia limitati ‘ai calabresi, brutti, sporchi e cattivi’? Che ci si sia arrestati di fronte ai concessionari di cave? Non c’è il pericolo che si perseguano gli uomini di mano, ma non i possibili mandanti?
Anche qui: nella Procura, nel Ministero della Giustizia, in base a quali intendimenti si affronta il fenomeno mafioso? Gli investigatori hanno fatto un poderoso lavoro di indagine: ma poi, a livello giudiziario, ci si limita a considerare solo i piani bassi dell’associazione?
“Nella lotta alla mafia è essenziale non limitarsi a perseguire i ‘livelli operativi’, ma affrontare anche i livelli superiori, come i finanziatori, i facilitatori e chiunque contribuisca o sostenga le attività criminali. Non entro nel merito del giudizio sull’operato specifico della Procura, ma mi auguro sinceramente che le istituzioni italiane mantengano sempre la volontà di combattere il fenomeno mafioso mirando non solo agli esecutori materiali, ma anche ai soggetti più influenti che operano dietro le quinte. La storia del nostro Paese ci insegna che la vera giustizia e l’efficace lotta alla mafia passano necessariamente attraverso il colpire i mandanti, gli organizzatori e i finanziatori. Solo così si potrà sperare di sradicare davvero la mafia, altrimenti rischiamo di trovarci a combattere contro un nemico che si rinnova continuamente, senza mai affrontarne la radice più profonda”.
Più in generale, come valuta questo particolare risvolto di “Perfido”?
“I concessionari delle cave sapevano della presenza della manovalanza criminale, che era funzionale alla loro strategia di sfruttamento del territorio e dei lavoratori per fare profitto. Se nel 2013 un consigliere provinciale (Filippo Degasperi, poi affiancato da Alex Marini, entrambi del Movimento 5 Stelle ndr) non fosse arrivato a dar voce alle denunce del CLP e a veicolare le loro istanze al di fuori dei circuiti locali le vicende oggetto di questa inchiesta sarebbero rimaste insabbiate. È dunque evidente che dietro ci fossero dei mandanti che però fino ad oggi sono rimasti al coperto. D'altra parte il legislatore ha sempre lavorato in un'unica direzione come peraltro aveva messo in evidenza il rapporto Metric elaborato da Transcrime nel 2015”.
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Mentre andiamo in stampa apprendiamo che Ignazio Macheda, capo della (presunta?) locale ‘ndranghetista è stato prosciolto in quanto dichiarato dal Tribunale incapace di seguire il processo con consapevolezza. Mentre sembrava perfettamente consapevole quando alcune settimane fa i Carabinieri lo hanno sorpreso a minacciare il presidente di una Onlus. Di questo scriveremo il prossimo numero.