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Viaggio a Vienna in tempi difficili

Cosa dovremmo imparare dall’esperienza austriaca.

All’inizio del percorso del bellissimo Museo della storia dell’Austria (Haus der Geschichte Österreichs), che racconta gli eventi dal 1918, nascita della Repubblica, ad oggi, il presidente Alexander van der Bellen, in un breve video, rivolge ai cittadini e alle cittadine parole di rassicurazione. Molti sono preoccupati che a quasi 5 mesi dalle elezioni ancora non ci sia un governo e moltissimi sono sconvolti dal recente attentato di Villach, dove un giovane radicalizzato ha ucciso e ferito.

La Repubblica austriaca è solida e stabile, dice il presidente, perché ha una Costituzione dai principi moderni e validi. Quanto stabilito dalla Dichiarazione dei diritti umani nel 1948 e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2009 li confermano e li ampliano.

Fa bene allo spirito sentire un politico non inchinarsi al normale diffondersi di odio e disprezzo per chi cerca rifugio e libertà in Europa, diventata nel mondo un polo di attrazione da chi fugge da guerre e persecuzioni perché ha fatto dei diritti civili e dell’accoglienza la propria caratteristica fondamentale. Anche se il vento che veniva dalla Germania soffiava in altra direzione, il presidente della Repubblica austriaca è riuscito a governare la grave crisi politica, in cui si è infiltrato anche l’estremismo razzista di destra, portando nel porto della ragionevolezza e della concretezza della politica seria un nuovo governo. E a Vienna chi scrive ha visto e sentito gli ultimi giorni di questa vicenda, in cui tutto sembrava crollare, e poi la soluzione, che si deve a diverse ragioni e a politici sensati, fra i quali van der Bellen ha avuto un ruolo da grande statista.

Nella Costituzione austriaca non c’è scritto che chi ha preso più voti deve avere l’incarico, e questo è stato dato al capo del secondo partito, ÖVP. Partito popolare. Perché il primo era guidato da Herbert Kickl, noto per il suo estremismo.

Il tentativo di formare una coalizione con socialdemocratici (SPÖ), Neos e Verdi non è andato a buon fine. Si sono ritirati i Neos (Das Neue Österreich und Liberales Forum), partito nato con l’obiettivo di offrire un’opzione liberale, dopo che il partito guidato da Haider e Strache e ora da Kickl, pur chiamandosi “liberale”, in realtà ha un indirizzo di estrema destra. Van der Bellen ha dovuto dunque dare l’incarico a Herbert Kickl, erede di Haider e Strache dei quali è stato lo spin doctor, ora capo della FPÖ, il partito che alle elezioni ha avuto più voti. Un uomo di bassa formazione, fortemente aggressivo verso gli avversari, con uno stile estraneo alla felpata politica austriaca.

Il tentativo di fare una coalizione con il partito popolare è però fallito, perché anche coloro che nell’ÖVP non erano contrari per principio, hanno dovuto ricredersi dopo che è emerso il programma del cancelliere incaricato. Kickl era già stato ministro dell’interno nel governo di coalizione ÖVP-FPÖ di Sebastian Kurz, caduto dopo lo scandalo Ibiza. Entusiasmato dalla prospettiva di diventare cancelliere, Kickl ha esposto le sue idee. Diventare Volkskanzler, cancelliere del popolo, usando una parola che in Austria e in Germania è stata usata storicamente solo dai sostenitori di Hitler. Aveva difeso gli oppositori delle vaccinazioni del Covid che passeggiano con la fascia con la stella gialla al braccio, come se fossero ebrei perseguitati, terribile in un Paese in cui, dei 200.000 ebrei che ci vivevano, poche decine sono tornati dai campi di sterminio. Ha definito l’aborto un capriccio personale e ha proposto di tornare agli anni Cinquanta nelle leggi sull’uguaglianza delle donne. Ha difeso l’operato delle Waffen –SS (“Non si può condannare tutta l’unità, le colpe sono individuali”, ripetendo le parole del fondatore del suo partito nel 1956). Ha proposto una lista di proscrizione per insegnanti e per coloro che criticano il potere. Nel suo programma l’uscita dell’Austria dalla UE, la costruzione di un muro contro il migranti e la “remigrazione”, in parte suggerimenti e slogan presi dalla AfD (Alternative für Deutschland), ma con una lunga tradizione nel partito. Ha anche dichiarato di voler abolire il canone per la radiotelevisione ORF che (a differenza di quella italiana) è indipendente e fornisce una vera informazione.

Le incredibili esternazioni del candidato cancelliere, hanno convinto la ÖVP a ritirare la disponibilità a formare una coalizione a due.

La soluzione

L’Austria sembrava così destinata a ripetere le elezioni, in una situazione di caos. Ma il Presidente della Repubblica, anziché stare a guardare, ha ammonito i partiti democratici ad assumersi le loro responsabilità. E la palla è ritornata alla prima ipotesi. E sabato 22 febbraio, dopo pochi giorni, è stata finalmente data la notizia che i partiti popolare e socialdemocratico faranno un governo sostenuto dall’esterno dai Neos e/o dai Verdi, e che forse uno dei due entrerà nella coalizione, probabilmente i Neos. Consapevolezza della gravità della situazione o timore di una deriva già vissuta negli anni Trenta? Forse anche timore di nuove elezioni, che come in altri paesi sono sempre più ostaggio delle derive populiste. Il risultato è comunque una nuova occasione di fare qualcosa di concreto, affrontando i problemi della popolazione, finora lasciati da parte per rincorrere gli slogan dei populisti di estrema destra che hanno influenzato anche i partiti democratici.

Heribert Prantl, giurista e giornalista della Süddeutsche Zeitung, ha detto della Germania qualcosa che vale anche per molti altri paesi: “Il successo dell’AfD ha cambiato la politica in Germania. I programmi di tutti i partiti democratici sono virati a destra: non si sono mai visti programmi di partiti democratici nella Repubblica federale tedesca così a destra come nel 2025”. Un comportamento che si vede ovunque, anche in Italia, anche in Sudtirolo. Che ovviamente è molto attento a quanto accade al di là del Brennero. Da noi però le parole sono solo parole. Il presidente Kompatscher e il segretario SVP Steger hanno fatto approvare dalla direzione del partito un documento in cui si dice fra l’altro che la Svp è da quasi 80 anni a favore di una politica moderata, orientata al compromesso, all’autonomia, alla difesa delle minoranze, democrazia, diritti umani e per l’integrazione europea. Nel documento si proclama la distanza da AfD e FPÖ. Però Kompatscher e la SVP hanno una coalizione con partiti che non sono molto distanti dai due nominati. E quando il suo vicepresidente di FdI ha marciato con gli ex esponenti di Casa-Pound con tanto di fiaccole in mano, in seguito alle proteste, l’ha richiamato, ma senza conseguenze.

Da noi una reazione come quella della nostra “patria” (seconda o prima) non è neppure immaginabile.

Chi sta un po’ di giorni a Vienna e in Austria, fatica a capire il perché di queste contorsioni dei politici in un paese così ordinato, una città così bella, così cosmopolita, dove si sentono tante lingue, dove antico e moderno si integrano, si respira un’aria di libertà – davanti al Ballhaus, sede del Cancellierato, le proteste con striscioni e slogan si svolgono senza che nessun poliziotto intimidisca chi le fa - dove i trasporti pubblici funzionano, e ci sono musei e archivi, e iniziative di carattere culturale e sociale invidiabili. Dove chi commette scorrettezze o ruba viene espulso dalla politica, anzi di solito, scoperto, se ne va di propria iniziativa. Una città e un paese in cui ci sono scuole elementari come quelle raccontate nel film Favoriten, (nome di un quartiere di Vienna), con classi di soli bambine e bambini dal retroterra migrante cheimparano a diventare cittadini austriaci.

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