L’Europa mazziata e cornuta alla resa dei conti
La difesa dalla minaccia cinese - economica e non solo - all’origine delle eclatanti mosse di Trump.
Inutile nasconderselo: Donald Trump, con le sue recenti rozze dichiarazioni, ha spiazzato un po’ tutti, da Macron e Scholz fino a Zelenski e Putin compreso, dai più blasonati giornali europei ai fogli e fogliacci nostrani, letteralmente rovesciando il tavolo delle aspettative di tanti leader europei, smascherando pie illusioni e sbugiardando le narrazioni accomodanti sulla guerra ucraina di frotte di giornalisti e analisti. Quella ritrovata entente cordiale tra Putin e Trump ha mandato letteralmente nel pallone chi era abituato a accodarsi sempre e comunque con le direttive del Padrone del Vapore assiso sulla poltrona dello studio ovale a Washington e, incredibile dictu, ha fatto sì che qualche leader europeo cominciasse a dire a mezza voce che forse, sì, sarebbe magari il caso che l’Europa cominci a darsi una politica estera più autonoma dai desiderata del presidente americano di turno.
Quel che ha stupito è stata soprattutto la velocità di questa inversione a U della politica americana verso il capo del Kremlino, le cui parole d’ordine: “Non siamo stati noi gli aggressori”, “La Russia è stata provocata dalla politica espansiva della NATO”, “Zelenski è un dittatore delegittimato” si sono d’un tratto ritrovate in bocca anche a Trump e ai suoi consiglieri e portavoce. Che sta succedendo? Un meeting di una ristretta élite dei paesi europei (Italia, Spagna Francia, Inghilterra, Polonia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca) è stato convocato in fretta e furia a Parigi e immortalato in una foto di gruppo con signora che evidenziava lo sconcerto nei volti dei leader europei e lo sguardo, alquanto staccato e scettico della signora Meloni (che pareva dire: che ci siamo a fare qui?). Un vertice che si è concluso in un nulla di fatto. Mentre Francia e Inghilterra proponevano un velleitario invio di truppe di peace keeping in Ucraina (dimenticando che senza il benestare di Putin, la proposta è inagibile), altri quattro big, ossia Polonia Germania Spagna e Italia, saggiamente frenavano. Stallo totale, mentre intanto russi e americani si incontravano Riyad e per discutere di un cessate il fuoco e di spartizione delle risorse dell’Ucraina, escludendo dai colloqui l’Europa oltre che Zelenski. Mentre scriviamo è fresca la notizia che Macron e Starmer hanno chiesto un incontro urgente con Trump, il quale ha significativamente commentato: quei due non hanno fatto nulla per la pace in questi tre anni di guerra. Traduzione: e questi guerrafondai vorrebbero pure sedere al tavolo dei negoziati di pace?
Raramente l’Europa è stata umiliata e presa a pesci in faccia con tanta spavalderia da un presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo la destra europea si prepara a mietere il raccolto elettorale dello scontento dilagante in Europa tra popolazioni impoverite, con interi settori industriali messi in crisi dalla doppia tenaglia della perdita del gas russo a buon mercato e di una mal calcolata politica di Green Deal, tra deflazione e disoccupazione in crescita.
Ma è un’altra la domanda che dovremmo porci oggi: cosa c’è dietro la evidente fretta di Trump di normalizzare i rapporti con Putin? La percezione dell’imminente crollo del fronte ucraino? Forse. Ma potremmo meglio rispondere con una sola parola: paura. E non per la sorte, ormai segnata dell’Ucraina e del suo presidente. Una grande paura per la tenuta della supremazia del dollaro, oggi messa in forse da due o tre minacce incombenti:
1. La de-dollarizzaione strisciante ma inesorabile, portata avanti dai paesi BRICS che stanno sostituendo il dollaro con le rispettive monete nazionali nei loro scambi e, al prossimo vertice in Brasile, introdurranno una nuova moneta comune
2. Lo stratosferico deficit americano, finanziato da decenni con la semplice immissione di cartamoneta o, in parole povere, stampando dollari di carta a ritmi crescenti, nella convinzione che il dollaro sarà sempre accettato nell’universo mondo.
3. La crescente potenza commerciale e finanziaria della Cina, che è già ora il primo esportatore di prodotti industriali nel mondo, e che soppianterà gli Stati Uniti anche nella classifica mondiale del PIL al più tardi in un decennio.
Con riguardo al primo punto, Trump ha sollevato il pugno della minaccia di sanzioni e dazi avvertendo che se i paesi BRICS vorranno introdurre una moneta comune per abbandonare il dollaro, andranno incontro a un aumento dei dazi del 100% o a sanzioni sui loro prodotti. Ma è un’arma spuntata: le sanzioni, e soprattutto il sequestro di depositi bancari e in oro di troppi paesi (Russia, Venezuela, Iraq, Siria, Yemen ecc.), hanno alimentato in questi anni la fuga dal dollaro. Circa il secondo punto, l’arma inventata da Trump è una sorta di “ministero per lo sfoltimento” della pubblica amministrazione, affidata al Elon Musk che ha proceduto a licenziamenti massicci di colletti bianchi, una misura in realtà insufficiente: la prima potenza imperiale del mondo non potrà mai gestire i suoi immensi compiti (tra cui il mantenimento di circa 800 basi militari all’estero, programmi di aiuti a paesi amici ecc.) senza un permanente deficit di bilancio. Il problema è che tra molti paesi del mondo la fiducia in questa montagna di dollari di carta, prodotti a gogo dalle rotative della banca centrale americana, non è più incrollabile… e molti paesi, soprattutto di area BRICS, hanno cominciato discretamente a disfarsi di miliardi di buoni del tesoro USA.
Circa il terzo punto, la crescente rivalità con la Cina, è qui una delle ragioni che hanno indotto Trump a tentare di chiudere in fretta il capitolo Ucraina, oltre all’altro capitolo scottante, quello palestinese. E questo per poter meglio concentrare le risorse americane sul pericolo n. 1: la inarrestabile marcia della Cina verso il dominio planetario, oggi solo commerciale-finanziario (si pensi ai numerosi accordi di sviluppo stipulati con paesi africani e latino-americani, ma anche con paesi asiatici dall’Iran alla Birmania), domani anche militare e geostrategico.
Le due strategie americane
A proposito di questi punti critici per il futuro degli USA, sui quali c’è un generale accordo tra gli studiosi, sono emerse due linee o strategie diverse a livello politico, ossia della proposta di soluzioni. La prima è quella dei democratici di Biden, Obama, Clinton e soci, che puntano a una resa dei conti con la Russia, alla sua sconfitta con un giusto mix di guerre e sanzioni puntando su un’Ucraina pronta a fornire carne da cannone in cambio dell’ingresso nella NATO. Questa strategia parte dal presupposto che occorre prima sconfiggere militarmente la Russia, e poi volgersi contro la Cina. Una strategia elaborata dai think tank tipo Rand Corporation, fortemente russofobi (indipendentemente da chi possa governare a Mosca), e che punta ad arrivare a un indebolimento progressivo della Russia e, dopo l’auspicabile sconfitta in Ucraina, a uno smembramento del suo immenso territorio che arriva fino a Vladivostok, sul Pacifico. In proposito girano in rete vere e proprie cartine di una futura Russia ridotta a uno spezzatino di una decina di piccoli stati indipendenti e perciò facili prede delle multinazionali americane in gara per accaparrarsi beni energetici e alimentari in ogni parte del mondo. A questa linea aggressiva - e veniamo così alla seconda strategia - si sono opposti fin dall’inizio Trump e il suo think tank che, all’indomani dell’inizio della guerra in Ucraina tre anni fa, hanno fortemente avversato l’impegno americano a favore di Zelenski, vedendone chiaramente quale fosse lo scopo ultimo concepito dai pensatori della Rand Corporation.
Trump in realtà non ha fatto mai mistero del suo piano di separare la Russia dall’abbraccio con la Cina, ma con altri mezzi: di qui la sua proposta (eretica per i grandi cervelli di Bruxelles) di riammettere la Russia di Putin nel G8, da dove era stata estromessa dopo la conquista della Crimea nel 2014.
Si noti bene: il partito di Biden e quello di Trump concordano pienamente su un punto: l’alleanza Russia-Cina deve essere smantellata, perché la potenza economica e finanziaria della Cina sommata a quella militare-tecnologica della Russia rappresenta con matematica certezza la premessa al declino degli Stati Uniti d’America come potenza dominante. Ma i due partiti differiscono radicalmente nelle strategie: per i democratici e i progressisti (?) di Biden la Russia va distrutta come compagine statale, attraverso la sconfitta militare sul campo (in Ucraina) e poi smembrata come s’è detto più sopra. Per i repubblicani di Trump, la Russia va strappata all’alleanza fatale (per gli USA) con la Cina e riportata nel campo euro-atlantico. Nell’uno e nell’altro caso è evidente che sarebbe raggiunto lo scopo: lasciare la Cina senza l’appoggio del suo principale alleato e minare alle basi la crescente influenza dei BRICS. In sintesi, la strategia trumpiana non contempla alcuna guerra alla Russia e conta sul fatto che, una volta ristabiliti i normali rapporti diplomatici e commerciali con la Russia (a partire anche da una spartizione di comune accordo delle risorse ucraine in terre rare, uranio e campi di grano e di girasole), sarà più semplice fronteggiare la Cina e contenerne lo sviluppo, oggi apparentemente inarrestabile.
In questo quadro si capisce qual è la sorte dell’Europa, che già ora appare mazziata e cornuta a seguito della giravolta compiuta dalla politica estera americana. Aveva questa nostra povera Europa - povera perché diretta da leader (?) con povertà d’idee, non perché priva di risorse – una occasione storica, prima della guerra in Ucraina, di appoggiare con forza la richiesta russa ripetuta fino a novembre del 2021 di arrivare in Europa a un patto di sicurezza comune, ossia indivisibile, che soddisfacesse le esigenze di tutti, opponendosi al bellicismo della Rand Corporation e del partito di Biden che, com’è noto, ignorò la proposta russa; ancora, in extremis, l’Europa avrebbe potuto sostenere con forza la proposta di pace praticamente pronta a Istanbul a un mese dall’inizio della guerra e letteralmente fatta a pezzi da Boris Johnson che ne bloccò la firma.
Ma questo avrebbe richiesto da parte dell’Europa la schiena diritta e una ferma opposizione al partito americano della guerra a oltranza contro lo zar russo. Oggi è l’America di Trump che sorride e stringe le mani a Putin con cui si prepara a una rinnovata alleanza economica e geopolitica, a spese dell’Europa: si vocifera di fondi sovrani russo-americano-sauditi pronti a sfruttare non solo le ricchezze dell’Ucraina.
L’America ha vinto la partita: il connubio tra la potenza industriale europea e il gas e le risorse russe rappresentava il futuro di un’Europa superpotenza in grado di competere alla pari con gli USA da un lato e con la Cina dall’altro. Oggi la Russia, l’altro vincitore, potrà scegliere come partner di sviluppo la Cina o gli USA (o magari ,“andreottianamente, tutti e due…), ma non sceglierà più l’Europa miope di Macron, Starmer e Von der Leyen.