Trump e il Canale
Quelle su Groenlandia e Canada probabilmente sono solo sparate; ma con Panama il presidente americano fa sul serio.
Nel suo imperiale discorso di reinsediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio scorso, Donald Trump ha annunciato la ridenominazione geografica del Golfo del Messico in “Golfo d’America”. Ha prefigurato una futura annessione del Canada quale 51° stato della bandiera a stelle e strisce. Ed ha assicurato che “presto ci riprenderemo il Canale di Panama”.
E’ una sorta di rilancio della Dottrina Monroe di “America agli americani” della prima metà dell’800. Dove per americani s’intendono naturalmente solo gli statunitensi. Filosofia politica che esordì allora con la guerra che dimezzò il territorio messicano.
Ma se l’appropriazione del Canada (cui si aggiungerebbe pure la Groenlandia) potrebbe essere una sparata, con la via interoceanica il tycoon intende fare sul serio. E da subito.
La Repubblica di Panama sorse di fatto nel 1903 grazie al presidente Theodore Roosvelt, che ne sottrasse il territorio alla Colombia proprio in funzione della realizzazione del corso d’acqua artificiale (inaugurato nel 1914). Da allora la zona del Canale è rimasta ininterrottamente sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, che vi installarono pure il Comando Sud della U.S. Force. Oltre alla Escuela de las Americas, dove si sono formati tutti i dittatori militari latino-americani.

Fino a che non è arrivato il generale Omar Torrijos, capo della locale Guardia Nacional, che durante i complicati negoziati col presidente Jimmy Carter per il passaggio del canale alla sovranità di Panama, ebbe a dire con tono intimidatorio: “Basterebbe una scimmia per farlo saltare in aria”. Nel 1977 furono così sottoscritti i Trattati Torrijos /Carter, entrati pienamente in vigore solo dal 31 dicembre ‘99. “Un regalo insensato e una cattiva eredità” li ha definiti Trump riferendosi proprio al suo centenario predecessore, al cui funerale aveva assistito qualche giorno prima di ridiventare presidente.
Eppure non era stato facile per Carter ottenere il consenso maggioritario del Senato su quell’intesa. Lo aiutò l’attore John Wayne, amico di Torrijos, che scrisse personalmente a diversi senatori. E dire che Torrijos era un antimperialista (non comunista) che nel ’79 appoggiò la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Come paradossalmente la sostenne lo stesso presidente Carter disponendo ben 75 milioni di dollari in aiuti alla prima giunta di governo capeggiata dall’allora comandante guerrigliero Daniel Ortega. Erano evidentemente altri tempi. Che Trump, da degno emulatore di Ronald Reagan, intende definitivamente seppellire, ripristinando a tutti gli effetti il proprio storico “cortile di casa” centroamericano. Con piscina dei Caraibi annessa (vedasi l’immediato reinserimento di Cuba nella lista dei paesi terroristi).
Nella sua locuzione ufficiale, dopo aver lamentato di “essere stati trattati molto male e con le nostre navi sovratassate” è andato al centro del problema: “Noi il Canale l’avevamo dato a Panama; ma è la Cina che lo sta gestendo”.
In effetti le infrastrutture di entrambi gli accessi di entrata/uscita sono affidati alla Panama Ports Company, controllata dalla Ck Hutchison Holdings di Hong Kong. Con il governo panamense che nel 2017 interruppe i rapporti diplomatici con Taiwan per aprirli con Pechino. Fino a sottoscrivere l’intesa sulla “Nuova via della seta” e ricevere in visita Xi Jinping a Città di Panamà nel 2018.
Trump allora era nel suo primo mandato da presidente. Eppure non si strappò le vesti di dosso, nonostante fossero soprattutto le navi portacontainer degli Usa i maggiori utilizzatori di quel transito acquatico che in una dozzina di ore coprono gli 82 km che separano l’Atlantico dal Pacifico. Preferì di fatto proseguire nella linea adottata da George Bush Jr. nei suoi due mandati (2001/2009) di sostanziale disinteresse verso l’America Latina. Tanto che la Cina ne approfittò moltiplicando gli ingenti investimenti in tutto il subcontinente. Quando all’opposto George Bush padre aveva disposto nel dicembre 1989 l’invasione dei marines proprio a Panama per scalzare il successore di Torrijos (nel frattempo deceduto in un misterioso incidente aereo nell’81), l’ambizioso generale Manuel Antonio Noriega, per i suoi legami con il narcotraffico.
Trump ha affermato che i paesi latinoamericani “hanno bisogno di noi più di quanto noi di loro”, confermando quel certo disinteresse. Salvo naturalmente il tema dell’immigrazione da sud che vuole fermare. Ma almeno sul Canale di Panama (che ha appena celebrato il 25° di sovranità nazionale) ha invertito la tendenza.
Il Canale

Stiamo parlando di un’infrastruttura che interessa fra il 3 e il 5% dell’intero commercio mondiale, oltre che riguardare il 70% dei porti statunitensi (in partenza e/o arrivo). In questo caso, però, il condotto interoceanico ha perso da tempo parte della sua rilevanza per il varo di cargos di stazza ben maggiore dei Panamax cui conviene circumnavigare Capo Horn. E che neppure il costosissimo (5 miliardi di dollari) ampliamento delle chiuse del 2016 per i Neopanamax (avallato da un referendum popolare) ha potuto compensare. Visto che, per una persistente siccità (dovuta agli inesorabili cambiamenti climatici) nella zona tropicale con i più alti livelli di precipitazioni del pianeta, si è ridotto l’afflusso di acqua dolce al lago Gatún che garantisce il funzionamento delle chiuse stesse. Con code di giorni delle imbarcazioni agli ingressi di Balboa e Colón, aumento dei pedaggi (con surplus se vuoi la precedenza) e conseguente sottoutilizzo (almeno del 25%) dell’intero sistema, che registrava fino a oltre 40 transiti giornalieri. Il tutto mentre una parte dei 4,4 milioni di panamensi soffre di seri problemi di approvvigionamento di acqua potabile nelle proprie case.
Trump potrebbe forse avere un pretesto per rimettere in discussione quei Trattati, laddove vi si prevede il diritto degli Stati Uniti di difendere il corso d’acqua “in caso di minaccia”.
Ma è subito giunto un monito da Mosca: “Trump e il governo di Panamà devono garantirne la neutralità”, altrettanto fissata in quegli accordi.
Intanto il 64enne José Raúl Mulino, affermatosi come presidente nel maggio scorso alla testa di una coalizione di ultradestra, si è subito premurato di dichiarare che il Canale, che rappresenta la principale fonte di entrate del paese (equivalenti al 16% del Pil) “appartiene ed apparterrà sempre a Panamà”. Ma al contempo ha disposto un’audizione sull’impiego di risorse pubbliche da parte della holding cinese che ne gestisce il funzionamento. Del resto proprio Mulino, appena eletto, aveva auspicato che “se vincesse Trump gli chiederò una palata di cemento per erigere un altro muro anche qui da noi”. Riferendosi al selvaggio stretto del Darién dal quale transitano verso nord ogni anno decine di migliaia di emigranti delle più svariate nazionalità. Con meta gli States. Flusso che in effetti Mulino è già riuscito in certa misura a contenere.
Di mezzo, però, ci sarebbe pure un irrisolto contenzioso fiscale/amministrativo tra le autorità locali e il Trump Ocean Club Hotel (oggi JW Marriot) di Punta Pacifica. Secondo quanto riportato recentemente da Newsweek, la Trump Organization non avrebbe pagato 12,5 milioni di dollari di tasse. Ma stiamo parlando di un paese da sempre accusato di essere un paradiso fiscale (vedi lo scandalo dei Panama Papers) e con fama di elevati livelli di corruzione istituzionale. Con risvolti che hanno a che vedere pure con l’Italia.
Basti pensare che Mulino, di origini italiane, è stato il delfino dell’ex presidente Ricardo Martinelli (anche lui con sangue italiano) soprannominato dal 2009 “il Berlusconi di Panama”. Con il quale fu protagonista dello scandalo dell’ acquisto di radar ed elicotteri da Finmeccanica. Martinelli è rifugiato (ormai da un anno) nell’ambasciata nicaraguense di Città di Panama per scampare a una condanna per riciclaggio.
Sta di fatto che Mulino non è stato invitato alla cerimonia di reinvestitura del “pregiudicato” Donald a Washington. In compenso il 24 gennaio scorso è venuto a Roma (oltre che da papa Francesco) dal presidente Mattarella, che gli ha riconosciuto la gestione del canale come “un esempio di collaborazione internazionale”. Con Mulino che a sua volta gli ha chiesto di intercedere presso l’Unione Europea perché Panama sia tolto dalla lista degli Eden fiscali.
Una possibile soluzione
Intanto Trump ha nominato dei cubano/americani della Florida nei posti chiave della sua politica estera: a cominciare dal responsabile per l’America Latina del Dipartimento di Stato, Claver Carone; oltre allo stesso ambasciatore a Città di Panama, Marino Cabrera. Per non parlare del Segretario di Stato, nella persona di Marco Rubio, che ha già annunciato che la sua prima missione sarà proprio nel paese del Canale.
Eppure una soluzione del problema Cina, che nell’istmo centroamericano sta estendendo i proprio interessi (pur con certa prudenza rispetto al resto del subcontinente) il presidente Trump la potrebbe pure avere. Con uno scambio: lasciare che Taiwan, senza colpo ferire, torni sotto la piena sovranità della Repubblica Popolare, in cambio che Pechino non si intrometta nel suo “cortile di casa”.