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QT n. 10, ottobre 2024 Servizi

Diciassettenni all’estero

Le multiformi esperienze di Intercultura, raccontate, analizzate, in un bel convegno e in una particolare festa per i 60 anni dell’associazione.

Il momento forse più intenso è stato quando si è collegata Samantha Cristoforetti: “Collegamento astrale” - era stato presentato. “Beh, direi invece domestico” con un sorriso precisava lei, alludendo alla libreria che le faceva da sfondo. Con parole piane, con eloquio sempre simpatetico, spiegava come l’anno di studio all’estero le fosse risultato un momento fondante: della sua cultura, dell’approccio con gli altri, della sfida con le difficoltà. Sentendola parlare ed esprimere con semplicità ed empatia concetti non semplicissimi, capivi perché, dei non pochi astronauti italiani, oggi la gente ricordi lei e solo lei. Perché ha saputo vivere con pienezza e consapevolezza il suo difficile compito, e poi lo ha saputo comunicare, entrando nelle case e nell’animo di tutti noi.

Questo è stato il punto di partenza del convegno prima, e della festa poi, per i sesssant’anni di Intercultura a Trento, l’organizzazione volontaria che ogni anno invia un discreto numero di studenti, a vivere un anno – quello della quarta superiore - in una famiglia e scuola estera, dalla Germania alla Cina, dal Ghana agli Stati Uniti.

Un’esperienza non facile. Non tanto per la barriera della lingua – quando sei in acqua impari a nuotare, e poi a nuotare bene, cioè a farti capire, e capire anche quando i tuoi coetanei teenager scherzano e allora parlano per allusioni, o usano doppi sensi, o comicamente storpiano le parole. E tu a poco a poco capisci, entri nel gioco, e quando torni a casa, il russo, o l’hindi, o il danese, lo padroneggi davvero.

Non è questo il problema. Che è invece l’impatto, a diciassette anni scarsi, con una cultura diversa, talora profondamente diversa. Ti trovi a vivere, in famiglia, a scuola, nei divertimenti, con persone che poi magari ti diventeranno molto care, ma che intanto ti sembrano aliene; in mezzo a loro, per quanto siano gentili, tu annaspi, perché pensano in maniera diversa, hanno valori, principi, punti di riferimento che tu stenti a comprendere.

Si è visto tutto questo nel convegno, e soprattutto nella successiva festa, quando dopo cibo, musica e bevande si è aperto, tra gli ex studenti all’estero ritornati da pochi mesi come da molti decenni, un intenso momento di racconti e riflessioni sulla propria esperienza.

Episodi raccontati con leggerezza, evidenziandone gli aspetti comici: fraintendimenti risolti con un sorriso, ma anche bruschi impatti con culture radicalmente diverse e difficili da capire e giustificare. Il caso della ragazza proveniente da una famiglia laica, catapultata in una famiglia ultra cattolica “Sei atea? Che bello, così ti battezzi qui con noi!” “Ma anche no!”

“Se non credi in Dio, in cosa credi, nel demonio?”

“Ma per favore...”

Oppure le differenze di classe sociale: da una famiglia italiana di classe media a una di sudamericani ricchi, molto ricchi, che vivono in un loro mondo blindato e disprezzano i più sfortunati. Da una famiglia di imprenditori italiani, che abita in una ricca villa, a quella di modesti insegnanti americani, che i figli li devono ammassare in due-tre per stanza, e tu capisci subito quanto il mondo sia diverso da casa tua. Oppure la famiglia del centro-america, che tiene soprattutto alle apparenze, e davanti al portone parcheggia il Suv grande, lucido e costoso, e in casa non ha neanche i mobili. Oppure chi è andato negli Usa in uno stato razzista, ha frequentato una scuola per soli bianchi, gli è toccato ascoltare – siamo nei primi anni ’60 - i durissimi discorsi (e poi non sarebbero state solo parole) contro i manifestanti delle marce per la libertà.

Momenti molto duri, aspri per un diciassettenne. Che però vengono raccontati come momenti di crescita.

Eccezionale crescita. Ti tocca mettere a confronto i tuoi principi più fondanti con un’altra realtà, in cui devi imparare a convivere, senza però rinunciare a te stesso. Con persone con cui profondamente dissenti, ma che comunque impari a capire, ed anche ad amare.

A ricordare tutto questo ci si è commossi. E si è riflettuto.

Poi si è andati oltre. Il primo punto è stato la positività di queste esperienze. Il presidente di Intercultura nazionale, il trentino Andrea Franzoi, ha brevemente citato alcune statistiche. Intercultura, cosa non molto nota, a differenza di analoghe associazioni che portano gli studenti all’estero, prepara i ragazzi prima della partenza, li segue (per quanto possibile, non tutte le articolazioni nelle varie nazioni funzionano al meglio) all’estero, e poi li accoglie al ritorno, per portarli a un’elaborazione consapevole dell’esperienza.

E non solo: cosa ancor meno nota, elabora ricerche sugli esiti dell’esperienza, sia attraverso i giudizi espressi in appositi questionari, sia seguendo i successivi iter scolastici. Ebbene, Franzoi, per non essere troppo lungo, ha potuto citare solo alcuni dati, ma molto significativi: se ne evince che, a fronte a pochissimi casi di fallimento (studenti ritornati a casa perché non in grado di portare a fondo l’esperienza, anche quando gli si faceva cambiare famiglia e scuola; oppure rispediti con un calcio nel sedere perché avevano violato norme fondamentali di buon comportamento, sostanzialmente assumere stupefacenti, oppure rubacchiare negli spogliatoi della palestra), la stragrande maggioranza ha dato dell’anno all’estero una valutazione positiva, molto positiva o addirittura entusiasta. E negli anni successivi ha avuto un rendimento a scuola e all’università molto superiore alla media.

Ma oltre alle statistiche ci sono anche gli esempi concreti di testimonial di queste crescite culturali ed umane. Proprio Samantha Cristoforetti è il più luminoso, dalla Val di Sole, agli Stati Uniti, allo spazio. Ma pure Maria Concetta Mattei, presentatrice e conduttrice Tv e della serata, ed altri ancora, ricordati sia dal sindaco Franco Ianeselli che dal rettore Flavio Deflorian.

Le ricadute sulla società

Sì, ma tutto questo a cosa serve? C’è un grande lavoro di volontariato (nel selezionare, preparare, accompagnare gli studenti in uscita; e così pure il reciproco nel cercare e seguire famiglie trentine ospitanti ragazzi stranieri) svolto da tanti studenti ritornati, come pure da loro genitori, che vogliono aiutare altri ad avere la stessa possibilità. Ci sono soldi spesi dalle famiglie, ma anche da istituzioni, come Provincia o Fondazione Cassa di Risparmio (il cui presidente era tra i relatori della serata) che permettonoanche ai non abbienti di accedere al programma. Appunto, tutto questo a cosa serve? Fa bene ai ragazzi che ne godono, d’accordo, ma poi, ha una ricaduta sulla società?

Appurato che la grande maggioranza degli studenti ne esce con un accrescimento culturale, maggior apertura agli altri e al mondo, tutto questo, in cosa si traduce? L’ambizione di Intercultura sarebbe quella di contribuire a rendere il mondo un po’ più giusto.

E’ mera velleità?

Gli studi della Fondazione Intercultura hanno cercato di dare risposte a questo ambizioso quesito. Risposte complesse, che nella giornata trentina, giocoforza compressa, non si è riusciti ad analizzare. Però delle considerazioni sono state fatte. Partendo dai numeri: in sessanta anni sono stati 1300 i ragazzi trentini andati all’estero con Intercultura.

Hanno cambiato qualcosa nel nostro panorama culturale? Hanno introdotto elementi di comprensione, rispetto per l’altro?

Il tema è stato (provvisoriamente?) chiuso dalle parole, nette, del rettore Deflorian: “Io sono un ingegnere, e dovrei guardare innanzitutto ai numeri. Ma qui non faccio questione di numeri. Come non li faccio quando all’Università si discute degli studenti che, in simbiosi con un ateneo estero, perseguono una doppia laurea: sono pochissimi, costano molto. Ma rappresentano una cosa positiva, indicano una tendenza. Sono un momento prezioso”.

Così Intercultura e, su scala maggiore ma con minore profondità, il progetto Erasmus (universitari che studiano alcuni mesi in atenei europei) sono esperienze da difendere e valorizzare. Quanto serviranno a migliorarci tutti, non lo sappiamo. Ma intanto queste esperienze continuiamo a coltivarle, a farle vivere ai nostri giovani.

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