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Una Corea del nord in stile latinoamericano

Nicaragua: dalla rivoluzione sandinista, aperta e plurale ad una dittatura famigliare

“In questo anno le condizioni sono drammaticamente peggiorate in Nicaragua, dove il governo continua a facilitare, coordinare ed eseguire gravi violazioni e abusi, con detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti”. Così si è espresso a Ginevra in settembre l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu nel suo ultimo rapporto, sottolineando come il potere sia “sempre più concentrato nelle mani del Presidente e della Vicepresidente senza alcuna istanza cui i cittadini possano rivolgersi per chiedere giustizia”.

In particolare la risoluzione menziona la repressione verso membri di confessioni cristiane (cattolica in testa), in quanto ultime entità a loro modo resistenti dopo che da tempo ogni altra forma di opposizione (a partire da quella politica) è stata dichiarata fuorilegge.

Non è un caso che in uno degli ultimi Angelus in San Pietro lo stesso papa Francesco sia tornato a riferirsi con preoccupazione al paese centroamericano: “All’amato popolo nicaraguense: vi incoraggio a rinnovare la speranza in Gesù; ricordate che lo Spirito Santo guida sempre la storia verso progetti più alti; la Vergine Immacolata vi protegga nei momenti di prova…”.

Frasi piuttosto rassegnate, in cui ci si affida alla “divina provvidenza”. Tutt’altro rispetto ai toni di un anno orsono, quando il pontefice argentino si era avventurato a paragonare il presidente Daniel Ortega a Hitler.

Erano peraltro mesi che in Vaticano si osservava un incomprensibile riserbo, nonostante seguitasse la feroce persecuzione che ha portato (dalla rivolta popolare repressa nel sangue nel 2018) all’incarceramento e successiva deportazione di due prelati, 154 sacerdoti e 91 monache, privati pure della cittadinanza. Quasi che fosse intercorso dal gennaio scorso un tacito accordo di non belligeranza fra il regime e la Santa Sede. Ritegno assoluto osservato in primis dal già fin troppo rinunciatario arcivescovo di Managua, cardinale Leopoldo Brenes. Nel timore forse che l’intero paese possa rimanere senza preti. Come nella sola diocesi rurale di Matagalpa, dove sono stati ridotti a meno di un terzo.

Fino a che ad agosto altri sette presbiteri sono stati arrestati e spediti nello stato pontificio. Non solo: dopo aver cacciato il nunzio apostolico e sospeso le relazioni diplomatiche, chiuso le emittenti cattoliche (l’ultima in ordine di tempo Radio Maria), proibito le processioni all’aperto, confiscato i beni ecclesiastici e requisita l’università dei gesuiti, da ultimo è stata posta la ciliegina sulla torta con l’introduzione della tassa sulle elemosine.

La copresidente (nonché consorte) di Ortega, Rosario Murillo, ha infatti esteso il regime fiscale dell’economia privata anche alle donazioni agli istituti religiosi (con imposte dal 10 al 30%). Al che papa Francesco ha deciso di uscire dal prolungato silenzio; dando pure risalto a uno dei due vescovi deportati, mons. Rolando Álvarez, con la nomina a delegato del Sinodo generale di ottobre (insieme a una suora nicaraguense, anch’essa costretta a emigrare in Spagna).

Non si salvano neppure le chiese protestanti. Inclusi i predicatori delle sette fondamentaliste, che pure in certe circostanze erano stati promossi dal clan degli Ortega proprio in contrapposizione agli ecclesiastici cattolici. Mentre l’esoterica doña Rosario, che qualcuno laggiù chiama “papessa”, nel suo quotidiano discorso radio/tv alla nazione si erge a unica custode della dottrina del suo dio “todo poderoso”.

E sono proprio le negoziazioni fra Managua e Washington per la liberazione di 13 pastori dell’organizzazione evangelica Puertas de Montaña (con sede nel Texas) che hanno propiziato il recente allargato rilascio e trasferimento di 135 prigionieri politici nel Guatemala del presidente progressista Bernardo Arévalo. Che vanno ad aggiungersi ai 222 tradotti negli Stati Uniti nel febbraio dello scorso anno.

Dal carcere all’esilio

Si sta convertendo dunque in pratica ordinaria in Nicaragua lo sbarazzarsi dalle proprie galere dell’ingombro di ogni qualsivoglia antagonista (o pseudo tale). Naturalmente non senza averli privati prima della nazionalità; oltre che di ogni bene. Sapendo che i più resteranno inattivi nel timore che anche i familiari rimasti in patria finiscano nei guai. E seguitando comunque ad arrestare quotidianamente chiunque la tirannia disponga (ne sarebbero rimasti al momento una trentina).

Di converso, con queste “liberazioni” l’autocrazia locale riesce a guadagnarsi una sorta di benevolenza da parte dell’amministrazione Biden, che si limita a seppur severe sanzioni ad personamnei confronti degli orteguisti; senza per questo espellerla dal prezioso Cafta, il trattato di libero commercio fra gli Stati Uniti e i paesi dell’istmo centroamericano. A differenza dell’ultrasessantennale spietato embargo del “gigante del nord”, che sta riducendo Cuba alla fame (per di più strumentalmente inclusa nella lista dei paesi terroristi). Mentre Il Nicaragua ospita da tempo, senza colpo ferire, la base radar e di spionaggio russa del Cerro Mokorón. E al contempo ha sottoscritto un accordo di cooperazione in tema di sicurezza con la Cina.

La gran parte degli ultimi estradati a Città del Guatemala sono giovanissimi. Fra loro i due muralisti che nel novembre scorso festeggiarono l’incoronazione della connazionale Sheynnis Palacios a Miss Universo (che da allora non ha più potuto fare ritorno a casa) dipingendone il volto per le vie della cittadina di Estelì.

Nessun rilascio invece per i leaders indigeni miskitos e mayangnas della Costa Atlantica recentemente imprigionati per essersi ribellati alle invasioni delle proprie terre ad opera di neo-coloni orteguisti dediti al business del legname e della pesca. Anzi, alcuni/e di loro non si sa neppure che fine abbiano fatto.

Come se non bastasse, il regime ha messo al bando altre 1.500 ong (Save the Children compresa) che si aggiungono alle oltre 3.500 (delle quali un migliaio cattoliche) chiuse e spogliate dei propri beni dal 2018. Dove per ong non si intendono solo le organizzazioni non governative senza fini di lucro legate alla cooperazione internazionale (gli ormai tanto famigerati “agenti stranieri” di putiniana memoria). Ma della società civile e dell’associazionismo sparso sul territorio: sindacale, imprenditoriale, culturale, sportivo, del volontariato... Con l’obbligo per quelle superstiti di “collaborare con lo stato”.

Sono state poi apportate modifiche al codice penale per introdurre i cyber/delitti (fino a 5 anni di carcere) e poter perseguire i nicaraguensi e gli stranieri che violino le leggi locali anche fuori dal tPaese. Mentre la polizia potrà effettuare qualsiasi intervento repressivo senza il mandato di alcun giudice.

Le prime crepe

Eppure questo ossessivo clima di caccia alle streghe non sarebbe sinonimo di forza del regime. Al contrario la coppia presidenziale mostra una certa debolezza, tanto da diffidare dei propri stessi apparati. Come confermano le crescenti purghe nei ministeri, nella polizia, nelle amministrazioni locali e nel sistema giudiziario; con passaporti negati a funzionari pubblici cui (alla rovescia) è vietato lasciare il paese. La tuttofare Murillo promuove solamente i suoi fedelissimi, paramilitari in testa; invisa com’è pure agli stretti di Daniel (in precarie condizioni di salute e ormai incapace di articolare un discorso). Non è un caso che sia arrivata ad esautorare lo storico capo della scorta del marito; e sottoposto agli arresti domiciliari nientemeno che il proprio cognato, generale Humberto Ortega (ex ministro della difesa durante la rivoluzione sandinista), reo di aver ipotizzato l’imminente implosione della tirannia per “un’impraticabile successione dinastica” del figlio Laureano Ortega. Il che ha creato malumori nell’esercito, del quale l’infuriata Rosario ha defenestrato il responsabile dell’intelligence politica. L’incertezza la fa dunque da padrone. Mentre all’interno del sistema cresce il malcontento.

Del resto il Nicaragua è ormai equiparabile a una Corea del Nord in stile latinoamericano; con la differenza che nello stato centroamericano, grazie ai giornalisti profughi e ai social si viene a sapere tutto. E dove soprattutto è ancora permessa (anzi favorita) l’emigrazione. Per un motivo preciso: garantire l’apporto delle rimesse familiari (ammontate lo scorso anno a quasi 5 miliardi dollari) degli oltre 800mila nicas espatriati, che salvano il bilancio delle famiglie e dell’intera economia nicaraguense.

Con il clan degli Ortega che continua ad arricchirsi servendo i cartelli dei narcos tramite l’invio di containers di cocaina dal porto di Corinto (vedi gli ultimi intercettati in Russia, Panama e nel porto italiano di Genova); col traffico di migranti che giungono a Managua a caro prezzo su voli charter da Cuba, Haiti, Marocco, Libia e persino dall’Afghanistan (via Kazakistan) con destinazione finale (per terra) gli Usa; oltre al business delle miniere d’oro; e la requisizione dei conti correnti e delle proprietà dei dissidenti che hanno lasciato il paese. Mentre risulta poco significativa la ricaduta economica della presenza commerciale e dell’appoggio di Russia, Cina e Iran, in cambio di un voto nelle assise internazionali.

L’isolamento internazionale

In tale contesto il Nicaragua, anche per la sua irrilevanza strategica, si è quanto mai isolato internazionalmente; incluso nel subcontinente latinoamericano (e nell’Organizzazione degli Stati Americani), dove Ortega è arrivato a polemizzare pubblicamente con capi di stato di sinistra come il colombiano Gustavo Pedro (ex guerrigliero del M19) oltre che col brasiliano Lula da Silva, fino al ritiro dei rispettivi ambasciatori, per il loro critico atteggiamento verso il Venezuela. Anche se è necessario precisare che il clan orteguista risponde esclusivamente a deliri di potere personali, al di fuori di qualsiasi dinamica politico/ideologica. Men che meno di sinistra e antimperialista, come invece ostenta a parole. Ostentando, per esempio, la sua partecipazione alla Conferenza Mondiale contro il Fascismo di Caracas.

Sarebbe un grossolano errore confondere Managua con L’Avana, orfana di Fidel Castro. O con la Caracas del comunque assai discutibile Nicolas Maduro.

E per chi nutrisse ancora qualche dubbio, soprattutto nel nostro Belpaese, basta ricordare la “curiosa” attribuzione dell’immunità diplomatica nicaraguense agli eredi di Licio Gelli, fondatore della P2: con il figlio Maurizio promosso ad ambasciatore a Madrid (con l’aggiunta di Gran Bretagna, Grecia, Slovacchia, Cechia e Andorra); nonché del nipote del “venerabile”, Licio junior, in Uruguay. Senza contare la stessa ambasciatrice del Nicaragua a Roma, Monica Robelo, figlia di quel faccendiere nicaraguense/italiano, Alvaro Robelo, che fu fratello massone nella loggia di Andorra con Roberto Calvi; il quale a sua volta nel 1977, ai tempi del somocismo, aveva fondato a Managua una filiale del Banco Ambrosiano. Daniel Ortega non ha fatto altro che riprendere quel filo nero del dittatore Somoza.

Com’è successo?

Viene da chiedersi a questo punto come sia stato possibile che la rivoluzione più aperta e plurale della storia di fine secolo scorso in America Latina abbia avuto un simile epilogo.

Così ci ha risposto la ex comandante guerrigliera Dora Maria Téllez dagli Stati Uniti, dove è stata deportata a forza dopo due anni di dura prigionia impostale dallo stesso Ortega: “All’indomani della sconfitta elettorale del febbraio 1990 il Frente Sandinista de Liberación Nacional (Fsln) si divise fra noi che intendevamo continuare sulla strada della democratizzazione per vincere le elezioni successive, e l’assolutismo di Ortega che puntava a riprendersi il potere per sempre anche venendo a patti con gli interessi dell’oligarchia locale. Si impose lui, riconquistando nel 2007 la guida del paese. Con l’ambiziosa moglie Rosario che dopo aver sconfessato (nel 1998) la propria figlia Zoilamerica che aveva denunciato il padrastro Daniel per abusi in giovanissima età, acquisì un enorme potere. Fino a praticare un dispotismo peggiore di quello di Somoza”.

E all’obiezione del perché il Movimiento de Renovación Sandinista d’opposizione al regime, da lei co-fondato, si sia convertito in Union Democratica Renovadora sacrificando l’appellativo ispirato al General de Hombres Libres, Augusto Sandino, Dora Maria argomenta con sofferenza che “è difficile conservare, soprattutto per le nuove generazioni, il valore della parola ‘sandinista’ che l’orteguismo ha manipolato e tradito; anche se è ormai a tutti chiaro che non si tratta nemmeno più di una dittatura del partito sandinista, bensì di una famiglia”. Con l’amara presa d’atto che il simbolo unificante oggi dell’opposizione è per tutti quella bandiera azzurro/bianca nazionale che i controrivoluzionari sbandieravano un tempo in antitesi a quella rosso/nera del Frente Sandinista.

Dora MariaTéllez al momento è ospite all’Università di Harvard dove sta scrivendo le proprie “Memorie di una ribelle” e tenendo lezioni e incontri con gli studenti sulla storia e il presente dell’America Latina.

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