Raimondi, il Procuratore che ha scoperto la mafia in Trentino
E’ andato in pensione Sandro Raimondi, un Procuratore della Repubblica che ha lasciato il segno. Al contrario dei suoi predecessori, che forse perché poco entusiasti dell’incarico in quel di Trento (“città tranquilla” viene definita, con una certa sufficienza, nel giro dei magistrati inquirenti, “non c’è criminalità” e manca che aggiungano “purtroppo”), o forse perché timorosi di rompere equilibri di potere, avevano vissuto il periodo trentino come un prepensionamento. Con il risultato che la criminalità appena appena evoluta, se non la cerchi, non la trovi, per cui Trento era tranquillissima. In apparenza.
Ci ha pensato appunto Raimondi a squarciare questo velo. Giunto qui nel 2018 dopo esperienze controverse nelle Procure di Brescia e Milano (era pure stato deferito al CSM), forse anche per rilanciare un’immagine un po’ appannata si era subito dato da fare.
Infatti nel “tranquillo” Trentino, vari reparti del Ros stavano già indagando sul traffico di droga, le turbolenze del distretto del porfido, il silente insediamento di una locale ‘ndranghetista. Tutte indagini che trovavano poco o nessun supporto tra le inerti scrivanie della Procura; e a cui invece Raimondi seppe dare un impulso decisivo. Si giunse così all’inchiesta e poi al processo “Perfido”, che svelò a un Trentino attonito la presenza mafiosa; e poi a “Romeo”, sull’intreccio tra grandi affarismi e piccola politica locale; e infine al giro di stupefacenti, alberghi e – così le imputazioni – riciclaggi, della famiglia Agostini, di cui tutti parlavano, senza però intervenire. E altre inchieste ancora.
Insomma, un'encomiabile attività di indagine su più fronti: che ha scoperchiato pentole, rinviato a giudizio personaggi decisamente pericolosi, individuato modalità di inquinamento della società come pure dell’ente pubblico. E qui però entrano in gioco i limiti dell’azione di Raimondi: si è sempre fermato ai livelli bassi e medi, evitando di arrivare a quelli alti.

Tranne in un settore, quello giudiziario, lo stesso Tribunale, che da Raimondi è stato terremotato, con il deferimento al CSM di ben tre magistrati, tra cui il Presidente del Tribunale, e spostamenti di sede di varie autorità statali, tutti implicati in convivi organizzati dal faccendiere Giulio Carini, trait d’union tra la ‘ndrangheta e le istituzioni statali.
I maligni dicono che i magistrati coinvolti erano delle correnti di sinistra, mentre Raimondi era una toga azzurra, in quota Forza Italia. Sarà, ma resta il fatto che è stato dato uno scossone ad ambienti ritenuti intoccabili.
Noi rivolgiamo a Raimondi un altro rilievo: a parte il caso dei magistrati, le indagini si sono occupate degli inquinamenti dei livelli bassi o tutt’al più medi della società. Si è chiesto il rinvio a giudizio dei sindaci di Fierozzo e di Lona, come pure dei carabinieri di Albiano (ma questi ultimi attraverso un procedimento lunghissimo che rischia di perdersi), ma sono statirisparmiati i grandi cavatori, anche quando erano in costante contatto telefonico coi picchiatori mafiosi in spedizione punitiva. E’ stato fatto uscire dal processo con modalità non propriamente convincenti lo stesso Giulio Carini; e con modalità ancor più discutibili il generale Dario Buffa, per quanto accusato di aver procurato al mafioso Domenico Morello il porto d’armi e informazioni sulle inchieste a suo carico.
Non abbiamo nemmeno visto indagini su casi in cui sarebbero potuti essere coinvolti i massimi vertici della politica trentina, come l’indecente appalto del NOT.
Infine, un ultimo rilievo: l’uso smodato dei patteggiamenti (entra più in dettaglio Walter Ferrari a pag 26). Questa è una prassi costante del braccio destro di Raimondi, il PM Davide Ognibene. Magistrato serio, svolge indagini estese e approfondite, ma poi arriva a chiuderle con patteggiamenti estremamente favorevoli per gli imputati, che accettano: così il PM da una parte evita il rischio che l'accusa venga sconfitta, magari per sottigliezze giuridiche o errori formali, dall’altra risparmia al suo ufficio e al Tribunale un sacco di lavoro. Con questa strategia, evidentemente approvata da Raimondi, Ognibene vince sempre, e il Tribunale riesce a non venire travolto dai tempi lunghi. Per converso, la società si trova una giustizia mutilata, con esiti gravi come nel caso del picchiatore Mustafà, che può tornare a girare spavaldo nel distretto del porfido, a riprova di quanto molti colà sentenziano: la giustizia è una burletta, è meglio farsi gli affari propri.
Qui vediamo due impostazioni negative che aleggiano nel Tribunale trentino (e probabilmente anche in altri). La prima è la visione del processo non come un momento di riequilibrio di torti, ma come un match, dove c’è chi vince e chi perde, “e a me non piace perdere” dicono tutti. Per cui il PM che vede l’imputato riconoscersi colpevole vince, anche se poi se ne torna libero a combinare disastri. E con la stessa logica, l’avvocato (è capitato a QT) non patrocina una Parte Civile che non ha molte possibilità di vittoria, ma la cui presenza in processo sarebbe una importante testimonianza civile.
Ecco, questa poca cura degli effetti sulla società del proprio operare, ci sembra il rilievo più grande da addebitare a Sandro Raimondi.