Turisti tutti i giorni
Il turismo è divenuto fenomeno di massa, e la sua incarnazione distruttiva, ’overtourism, si manifesta in vari modi. Come intervenire? Da “Una Città”, mensile di Forlì.

L’idea che il turismo porti ricchezza è vera. Ma è una ricchezza non distribuita sul territorio. Esiste la tassa di soggiorno, ma non esiste un sindaco che dica: “Abbiamo guadagnato tot milioni dalla tassa di soggiorno e li abbiamo usati per costruire un ospedale”. Questi soldi vengono spesso reinvestiti in promozione turistica. Un settore che si auto-alimenta, che vede arricchirsi poche persone e che, d’altra parte, impiega spesso le categorie cosiddette svantaggiate (donne, giovani, migranti) in lavori sottopagati, stagionali, irregolari.
Inoltre il turismo genera problemi sociali, economici e ambientali, come il sovraffollamento delle città, l’inquinamento, la distruzione degli ambienti naturali, o la creazione di monoculture economiche fragili. I luoghi in cui si investe unicamente sul turismo sono esposti a crisi improvvise, essendo il turismo un settore la cui esistenza dipende da fattori incontrollabili. L’abbiamo visto ad esempio durante la pandemia Covid, o in Romagna con l’alluvione del 2023.E in una monocultura turistica, senza alternative economiche, l’intero territorio collassa.
Le località turistiche sono diventate invivibili per i loro abitanti e, in ultima analisi, anche per i turisti.
Negli ultimi 10/20 anni abbiamo assistito a un enorme aumento del turismo internazionale, che cresce in virtù dell’allargamento al diritto alla vacanza per tutti, ovvero a causa dell’incremento della ricchezza globale e della possibilità di spostarsi facilmente. Tutto ciò comporta però la rottura dell’equilibrio e la svalutazione dei luoghi. A tutti piacerebbe godere in modo esclusivo certi spazi o certe città, ma ciò non è possibile. Addirittura, oggi si vanno a visitare destinazioni consigliateci da qualche travel influencer proprio perché poco frequentate; ma, visitandole, a loro volta diventano affollate: le stesse caratteristiche che avevano determinato l’interesse per quella meta, col turismo vengono meno. E ancora: quando viaggiamo, vorremmo godere delle autenticità di un luogo. Ma quando arrivano i flussi di massa, la domanda crea una industrializzazione seriale di quelle tipicità (cibo, souvenir, gadget) che crea stereotipi falsi. Viene così meno la stessa autenticità che ha creato la domanda.

Ogni luogo ha una sua soglia, una sua capacità di carico. Quando la superi, ecco l'overtourism, dove la bilancia non pende più dalla parte dei residenti, ma da quella dei turisti. Molte sono le cause, ma probabilmente la nascita dei voli low cost ha avuto un’incidenza importante. In origine, il turismo era ad appannaggio delle classi aristocratiche. Il nome viene dal Grand Tour, come sappiamo. Con l’aumento della ricchezza e del benessere globale, sempre più persone hanno cominciato a viaggiare.
Il turismo di massa, come lo conosciamo, nasce dopo la Seconda guerra mondiale, ma è stato solo negli ultimi venti-trent’anni che è esploso, ed è stato a causa dello sviluppo dell’aviazione civile. Da allora chiunque ha potuto permettersi un volo low cost ed è diventato normale prendere un aereo e passare un weekend a Barcellona.
È diventato normale consumare vacanze brevissime, molto concentrate, in cui non si conoscono i luoghi visitati, ma si visitano freneticamente le mete e le attrazioni più iconiche, in brevissimo tempo. E qui si arriva al punto critico: da una parte è giusto che sempre più persone abbiano il diritto di viaggiare e di vedere, dall’altra parte, però, non è giusto che il costo ricada sull’ambiente.
Tra i pericoli dell’overtourism, si è detto, c’è la mercificazione dei luoghi. C'è il caso eclatante di Bologna, trasformatasi, in meno di dieci anni, da città degli studenti a città del cibo. È stato un cambiamento rapido, un’operazione fatta a tavolino. Bologna è sempre stata una città universitaria, con un suo sottobosco culturale. Poi si è capito il potenziale del turismo. L’operazione “City of Food” ha degli autori: l'ex sindaco Virginio Merola e l’attuale Matteo Lepore, che già quando era assessore al “marketing territoriale” ha fatto una serie di operazioni per comunicare Bologna come “città del cibo”. Bologna ha le sue bellezze architettoniche (portici, torri, chiese, musei), che però forse non bastavano ad attirare turisti rispetto ad altre città. Allora si è deciso di legare il nome della città al cibo di qualità. Negli stessi anni -siamo verso il 2018- è uscita la guida Lonely Planet che ha fatto conoscere Bologna in tutto il mondo e sono stati fatti importanti investimenti sull’aeroporto Marconi. Il turismo gastronomico ha funzionato ed è esplosa l’economia turistica, creando problemi soprattutto abitativi: gli studenti non trovano più casa, perché è più conveniente affittare alloggi su Airbnb ai turisti.
Rimanendo in Emilia Romagna, nella riviera romagnola l’overtourism esisteva già prima che si coniasse questo termine. Lì sono sempre esistiti i problemi legati al lavoro stagionale e alla mancanza di case. E quando il turismo è stagionale, c’è anche un problema di servizi pubblici, calcolati sulla base dei residenti e non dei cittadini “temporanei”. Vigili del fuoco, forze dell’ordine, ospedali, gestione dei rifiuti, viabilità: non si considera il fatto che d’estate la popolazione si decuplica e servirebbero più servizi.
Come dicevamo, il turismo dipende da una domanda che può venir meno da un momento all’altro e la crisi climatica sta amplificando questi fattori. Pensiamo all’industria dello sci, che deve fare i conti con la mancanza di neve; e pensiamo all’industria balneare, che deve fare i conti con l’innalzamento dei livelli del mare e con gli eventi estremi che colpiscono in maniera più intensa le coste. L’innalzamento del mare e l’erosione costiera stanno determinando un progressivo accorciamento delle spiagge. E il turismo balneare dipende da quelle: se non c’è la spiaggia, non c’è turismo.
Spiagge perdute
Fino a oggi ce la siamo cavata spendendo milioni per opere di difesa, ma con l’aggravarsi del fenomeno non sarà più sostenibile spendere tutte queste risorse. Bisognerà decidere quali coste salvare e quali abbandonare. A Venezia è stato fatto il Mose, con un costo mostruoso, e con le spiagge avverrà la stessa cosa. Si sta scegliendo già oggi quali salvare e quali abbandonare in base al loro valore economico, e non ecologico. Ci sono, al Sud, spiagge che non hanno nessuna frequentazione turistica e che sono già scomparse. Il turista estivo non se ne rende conto, perché arriva quando la spiaggia è già stata pulita e allungata: ma se la vedesse d’inverno, dopo una mareggiata, capirebbe quanti metri se ne sono andati.
Nel 2019 il Comune di Rimini ha avviato i cantieri del cosiddetto “Parco del Mare”: è stato rifatto il lungomare, che prima era il classico lungomare adriatico con la strada e i parcheggi; l’hanno pedonalizzato e hanno fatto una serie di strutture pubbliche e campi sportivi. Ma l’elemento importante, che non si vede, è che hanno rialzato l’arenile di circa un metro; hanno avviato il ripristino delle dune costiere, che sono l’unica opera di difesa efficace per preservare le spiagge (molto più delle scogliere artificiali), e hanno realizzato dei bacini di contenimento idrico sotterraneo. Così, nel maggio 2023, Rimini non è stata allagata. Il sistema ha funzionato: l’acqua in eccesso è stata raccolta in questi bacini. Un progetto scientificamente ben costruito. Ma perché è successo? Perché l’economia di Rimini dipende dalla spiaggia, il 70% del suo Pil dipende dal turismo.
Per mettere un freno al turismo di massa, a Venezia si è introdotto un biglietto d’ingresso alla città. È la prima volta che succede in Italia e non è una decisione democratica, perché la città è uno spazio pubblico. È una forma di privatizzazione dello spazio pubblico, una decisione ridicola che non risolve: è solo un modo per monetizzare la presenza di turisti giornalieri, che si portano il panino da casa e non lasciano soldi in città. Già oggi la privatizzazione è aumentata a dismisura: pensiamo alle nostre piazze e alla diffusione dei dehors. Si è legata la fruizione di un bene pubblico al consumo.
Poi ci sono le risposte dal basso. Overtourism, caro affitti, mancanza di servizi hanno fatto sì che si siano sviluppate vere e proprie proteste contro i turisti. Le proteste delle Canarie nell’aprile del 2024 sono state molto efficaci e partecipate: 57.000 persone hanno manifestato contro il turismo di massa, che ha reso invivibili quelle isole.
Sono proteste che a livello mediatico hanno funzionato: quando a Barcellona hanno sparato sui turisti con le pistole ad acqua, il movimento è finito sui giornali di tutto il mondo.
Occorre intervenire a monte del problema, ovvero regolamentare la facilità di spostarsi a basso costo: il prezzo che non paga il turista, ricade sull’ambiente. Perché la politica non si assume questa responsabilità? Perché significa andare contro gli interessi di compagnie private. Airbnb ha fatto causa a tutti i sindaci europei che hanno introdotto delle regole per limitare gli affitti brevi; pensiamo a cosa potrebbe succedere se uno Stato decidesse di mettersi contro Ryanair! Ma l’unico modo per cambiare le cose è regolamentare. Mettere dei limiti alle attività economiche che hanno determinato questo eccesso di turismo e che sono le maggiori colpevoli dei problemi sociali, economici e soprattutto ecologici. Ecologici in senso ampio, non si parla solo di inquinamento. Se la città non è più abitata da chi la vive, ma solo da turisti, diventa un luogo temporaneo di consumo, senza alcuna attività che non sia rivolta ai turisti.
Nel turismo è avvenuto un mutamento velocissimo: la villeggiatura di due o tre mesi che si faceva fino agli anni '60 oggi non si fa più. Sono cambiate le nostre vite, lavoriamo tanto ed è normale avere un desiderio di evasione in luoghi lontani; tanto più se è facile prendere un aereo e partire. Per questo è difficile risolvere il problema restando all’interno di una logica turistica; occorre affrontare un discorso complessivo sul nostro modo di intendere il lavoro. Se le nostre vite prevedessero meno lavoro e più tempo libero, il desiderio di evasione verrebbe un po’ meno.
Qui subentrano tutti i discorsi sulla settimana lavorativa corta, di quattro giorni. Se ci godessimo di più il luogo in cui abitiamo e che non abbiamo tempo di vivere, avremmo meno necessità di evasione. Tutto questo si somma, dicevamo, alla possibilità di viaggiare a basso costo, che andrebbe regolamentata: non dovrebbe essere possibile, in tempi di crisi climatica, permettere l’enorme quantità di inquinamento dovuto agli aerei civili. Recentemente dovevo andare in Svezia, e ho controllato quanto potesse costarmi andarci in treno: non erano tanto le 26 ore di viaggio, ma il prezzo, che era il quadruplo rispetto all’aereo. Se il costo in termini ambientali fosse scaricato sul biglietto, e quei 20 euro di Ryanair diventassero 200, allora il treno a 150 euro sarebbe più normale. Più tempo libero e meno possibilità di spostarsi facilmente inquinando tantissimo: si tratta di cambiare radicalmente non tanto le abitudini dell’individuo, ma il sistema economico complessivo. Poter prenderci più tempo libero e vivere i territori vicini a casa. Nessuno, naturalmente, vieta di fare due o tre grandi viaggi che desideriamo. L’anomalia è farli con questa frequenza, brevità e frenesia: una moda emersa negli ultimi 20/30 anni, quella di consumare i luoghi in modo veloce, quasi collezionandoli.
Se avessimo più tempo libero, saremmo turisti tutti i giorni. Se esci dall’ufficio alle 6 di sera, la tua giornata è finita; se esci alle 4, no. Se la settimana finisce di giovedì, hai tre giorni per fare quello che vuoi,
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Alex Giuzio, giornalista per il manifesto, si occupa di temi ambientali, economici e normativi legati al mare, alle coste e al turismo.