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QT n. 4, aprile 2026 Servizi

Quando gli avvocati erano classe dirigente…

L’atteggiamento dell’avvocatura in occasione del referendum: sintomo evidente di una crisi.

Paolo Chiariello

La crisi profonda dell’avvocatura italiana è un fenomeno che si è via via esacerbato nel corso degli ultimi decenni. Il ruolo di questa professione è stato fondamentale attraverso la sua attiva partecipazione agli eventi che hanno segnato la storia, negli ultimi quattro secoli, di quello che siamo soliti chiamare Occidente.

Se ci vogliamo limitare al nostro Paese e alla sua storia recente, non possiamo dimenticare alcune figure che hanno saputo interpretare nella maniera più piena e drammatica quella funzione sociale dell’avvocatura che troppo spesso si invoca senza, probabilmente, comprenderne compiutamente il significato più profondo, che va ben al di là della funzione di difesa tecnica svolta nel processo, per investire direttamente la vocazione civile e latamente politica insita nella professione forense.

Duccio Galimberti

Nella Resistenza, per esempio, vi fu chi, come Duccio Galimberti, usò il balcone del proprio studio professionale, all’indomani del 25 luglio del ’43, per esortare fin da subito la popolazione all’impresa di scacciare sino “all’ultimo tedesco, sino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista”, per fare dello stesso studio professionale, l’8 settembre, il centro dell’organizzazione della resistenza armata, subito prima di intraprendere egli stesso la via della montagna per condurre sino in fondo quella lotta che lo portò a morire, sotto tortura, l’anno successivo.

Angelo Bettini

L’avvocato roveretano Angelo Bettini ha incarnato forse ancor più simbolicamente la vocazione della professione legale a farsi classe dirigente anche e soprattutto nei momenti critici della nostra vicenda nazionale, venendo assassinato dagli sgherri nazi-fascisti con un colpo di pistola proprio, e assai significativamente, nel suo studio professionale.

Giorgio Ambrosioli

Per venire più vicini ai nostri tempi, come dimenticare le parole con le quali Giorgio Ambrosoli – “eroe borghese” per antonomasia - consapevole che il suo senso del dovere lo avrebbe condotto inevitabilmente alla morte, si rivolgeva alla moglie con una sorta di lettera-testamento nella quale, con orgoglio, rivendicava di aver fatto, da commissario liquidatore della Banca Privata italiana di Michele Sindona, “politica e in nome dello Stato e non per un partito”.

Naturalmente, quelle evocate sono figure eroiche, uniche per il loro altissimo senso del dovere portato sino alle estreme conseguenze.

Ma esse rappresentano comunque bene quella che è, a livello ideale, la connaturale funzione di classe dirigente che spetterebbe di diritto, soprattutto nei tempi di crisi, all’avvocatura: la capacità di individuare, facendosene carico, il bene comune.

La recentissima vicenda referendaria, al contrario, ha segnato forse il punto più preoccupante di quella crisi di cui si diceva all’inizio, con gli organi che, a torto o a ragione, volevano rappresentare l’avvocatura di fronte all’opinione pubblica, impegnati in una battaglia che perseguiva propri obiettivi nella ristretta cornice del processo penale, del tutto disinteressati alle ricadute che la legge di revisione costituzionale avrebbe avuto sulla qualità, e forse sulla stessa sopravvivenza, della nostra democrazia. Democrazia liberale, cioè democrazia basata sul controllo dei poteri attraverso la loro reciproca limitazione e il loro reciproco bilanciamento in funzione della protezione della libertà dei cittadini.

Chi, più e meglio dell’avvocatura avrebbe dovuto avere gli strumenti per comprendere come l’indebolimento della magistratura e della sua indipendenza costituisca, anche in questi anni di grande sofferenza delle democrazie occidentali, il primo strumento per trasformare le stesse in “democrazie illiberali”? In regimi, cioè, dove il dispotismo della maggioranza fa strame delle libertà, del diritto e dei diritti?

Giunti a questo punto, non è un caso se, in un recente numero monografico della autorevolissima rivista “Il Mulino” dedicato specificamente alle classi dirigenti italiane, l’avvocatura non è stata neppure menzionata…

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