Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca
QT n. 3, marzo 2026 Trentagiorni

Remigrazione: un obbrobrio

Dedichiamo volentieri le due pagine di Trenta Giorni a queste testimonianze sul mondo dei migranti e dei diseredati, sul volontariato che con tanta generosità li assiste, e sulle autorità che con tanta protervia li opprimono.

Sono George-Ciprian Lungu, segretario del circolo dei Giovani Democratici dell’Alto Adige e delegato esteri per il circolo provinciale dei GD Alto Adige/Südtirol. Sono di origini rumene, ho 24 anni e studio Storia all’Università di Trento. Scrivo per esprimere una posizione personale e politica su ciò che sta accadendo oggi a Bolzano e in Italia, con l’avanzare del concetto di “remigrazione”, un’idea profondamente pericolosa e incompatibile con la democrazia.

La remigrazione non parla di sicurezza né di legalità: parla di espulsione su base etnica, di corpi estranei, di una società immaginata come pura e omogenea. È una visione che contraddice radicalmente la storia e la realtà dell’Alto Adige, una terra di confine plurilingue, multietnica, segnata da migrazioni, minoranze e convivenze forzate ma anche costruite nel tempo.

Ancora più doloroso, per me, è vedere miei connazionali rumeni sostenere queste idee, come se avessero rimosso la propria storia. Molti di loro sembrano dimenticare che la comunità rumena in Italia è stata, per anni, una comunità migrante precaria, esposta allo stigma e alla paura. Ognuno di noi, come rumeno, conosce almeno una persona arrivata in Italia o in un altro paese europeo prima del 2007, prima dell'ingresso della Romania nell'Unione Europea: persone arrivate illegalmente, sui treni, nei camion, nascondendosi, accettando qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Conosco anche ragazzi della mia età arrivati dopo il 2007, che vivevano comunque nella paura di essere rimandati indietro se “sbagliavano” qualcosa. E quello “sbaglio” non riguardava la legge, ma l'idea astratta di non essere abbastanza integrati. Ogni gesto diventava una prova, ogni errore una colpa.

Ci si sentiva costantemente sotto esame. Oggi, alcune di queste stesse persone firmano per la remigrazione, senza rendersi conto che potrebbero esserne le prime vittime. Perché le ideologie dell'odio non si fermano mai dove promettono: iniziano dagli “altri” e finiscono sempre per colpire anche chi pensava di essere al sicuro. Cambiano i bersagli, non cambia il meccanismo. È così che funziona l'autoritarismo: costruisce nemici, normalizza l'esclusione, svuota la democrazia dall'interno. Per questo è nostro dovere reagire.

I migranti non sono tutti criminali. Hanno gli stessi sogni, le stesse ambizioni e gli stessi problemi di chiunque altro: lavoro, casa, sicurezza, futuro. Ridurre la complessità sociale a una questione etnica o migratoria è una mistificazione che serve a nascondere i veri nodi irrisolti: precarietà, disuguaglianze, crisi del welfare, isolamento sociale. Le diversità non sono un'anomalia, ma la base stessa dell'Unione Europea, dove convivono popoli slavi, germanici, latini e greci; tradizioni ortodosse, cattoliche e protestanti; storie, lingue e culture differenti. Pretendere un'Europa etnicamente o culturalmente omogenea significa negare il progetto europeo alla radice.

Contrastare la remigrazione significa difendere l’idea che la cittadinanza non è sangue, ma partecipazione, che l’Europa non è una fortezza, ma un progetto democratico, e che l’Alto Adige non è una terra di esclusione, ma di convivenza.

Commenti (0)

Nessun commento.

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire altre verifiche e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.