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QT n. 3, marzo 2026 L’editoriale

Dai giochi alla guerra

Anna Mussi Monte Stivo, rifugio Marchetti (2019).

Parliamo di Olimpiadi nel nostro servizio d’apertura. E’ stato un bel momento, lo sport come può essere. Gli atleti accomunati da un’amicizia sincera, una fratellanza pur all’interno di una competizione fino all’ultima goccia di sudore. Puoi arrivare al traguardo stremato, buttarti per terra perché sfinito, eppure poi rialzarti e abbracciare l’avversario che ti ha battuto. Ne abbiamo visti tanti di questi episodi, uno più bello dell’altro, e tutti sinceri. E’ l’ideale olimpico, decoubertiniano, sempre sbeffeggiato dai realisti. Che questa volta sono stati travolti da una realtà più forte del loro triste cinismo.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia: non solo e non tanto l’inadeguatezza dei telecronisti (ossessivamente e anche sguaiatamente bercianti, grettamente nazionalisti, ridondanti di incomprensibili tecnicismi), ma il grande business che sta dietro il grande circo.

Luigi Casanova spiega bene in queste pagine quanto può essere nefasto il lascito dell’evento: debiti insostenibili, mega strutture inutilizzate, violenze sull’ambiente. E soprattutto le conseguenze sociali su località piccole: impennata del costo della vita, incremento delle disuguaglianze… L’albergatore forse ci guadagna, ma l’addetto alla seggiovia troverà affitti insostenibili. E più in generale una grandiosa campagna pubblicitaria, ma in favore di realtà già segnate dall’overtourism: Cortina, ad esempio, non ha bisogno di ulteriore pubblicità, ma di equilibrio, nel territorio e tra la popolazione.

Tutto questo è ben noto al Comitato Olimpico Internazionale come pure al Coni. Tanto che queste Olimpiadi dovevano essere improntate alla sostenibilità, al punto da coinvolgere nell’ideazione le stesse associazioni ambientaliste. Si è visto come è finita: ha trionfato il gigantismo, e le associazioni se ne sono andate sbattendo la porta.

Non è un caso, ma una coazione a ripetere: ogni edizione si apre a sempre nuove discipline, si amplia a dismisura il ventaglio delle gare (50 metri, 100, 500, 1500, 5000, 30 kilometri, maschile, femminile, mista, staffette le più svariate e poi ancora ulteriori fantasiose modalità di competere). Con che finalità? Aumentare a dismisura le ore di spettacolo, e quindi incrementare il business, anche se c’è il rischio che crolli su se stesso.

D’altronde guardateli, al momento delle premiazioni, i papaveri del CIO: vecchi burocrati, senza un domani eppur inamovibili, che si vivono gli ultimi anni in una lussuosa, immeritata agiatezza.

Tutto questo ci sembra specchio e paradigma dell’oggi. Dell’attuale umanità. Che coltiva ancora valori positivi, come la fratellanza. Ma al contempo è insidiata dall’avanzata dell’opposta cultura dell’individualismo. Della sopraffazione. Dell’intolleranza.

E’ quanto vediamo in questi giorni di incomprensibile guerra.

Quale delle due prospettive prevarrà, la fratellanza o la prevaricazione, non è dato sapere. Però ognuno di noi sappia che farà bene a schierarsi.

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