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QT n. 3, marzo 2026 Cover story

Olimpiadi: quello che resta dopo il successo dello sport

Si riaprono i capitoli che l’euforia sportiva e nazionalista ha accantonato: a iniziare dalla sostenibilità ambientale, economica, sociale

Le Olimpiadi invernali italiane sono terminate. Alimentato oltremodo dai media, si è diffuso un grande entusiasmo sportivo per quelle 30 medaglie (delle quali dieci d’oro), molte delle quali frutto dell’impegno di atlete donne. Accanto all’importante risultato dello sport femminile va ricordato che alla guida delle diverse federazioni sportive domina il genere maschile, col 97,5% delle cariche apicali. E che alle federazioni le atlete iscritte sono il 23,5%. Sul tema della presenza e attività di genere c’è dunque molto da ripensare all’interno delle federazioni.

Per l’Italia il trionfo al femminile si chiama, con ricchi e fra loro diversi significati, Federica Brignone e Francesca Lollobrigida. Una reduce da un recupero incredibile di un infortunio, la rappresentazione della vittoria sul dolore, la tenacia femminile; l’altra, una madre atleta. Ambedue forti di sorrisi e leggerezza indimenticabili.

Le provvidenziali nevicate, leggera quella di sabato 5 febbraio, più intensa quella del 19, hanno permesso ai media televisivi di presentare paesaggi di eccelsa qualità e bellezza: i tecnici hanno potuto allargare i teleobiettivi su paesaggi privi di macchie. La provvidenziale neve ha tenuti nascosti un po’ ovunque i cantieri ancora aperti.

La stampa internazionale ha messo in rilievo l’efficienza della macchina organizzativa. Ma è stata impietosa con le denunce riguardanti gli sprechi, i costi eccessivi, i paesaggi naturali sacrificati allo sport. La nostra propaganda nazionalista ha potuto sostenersi solo grazie a un paginone del New York Times, elogiativo e omissivo della realtà.

Ora fa gola la possibile candidatura alle Olimpiadi estive; erano saltate quelle di Roma 2024 grazie alla sindaca Cinque Stelle Virginia Raggi. Il primo gallo salito sul possibile insieme di cantieri è stato il Presidente della Toscana, Eugenio Giani (centrosinistra), che ha offerto la disponibilità della Regione assieme a Bologna per una candidatura nel 2040. Il giorno seguente non poteva tacere Luca Zaia: l’ex presidente del Veneto, forte delle sue 203.000 preferenze alle regionali, ha candidato la Regione, che ritiene sua proprietà, per il 2036.

Il balletto ha così svegliato anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che ha annunciato una possibile candidatura della città per il 2036; e se va male, rimane il 2040. Buon ultimo, sempre in ritardo e ancorato ai bisogni del Veneto, è arrivato Maurizio Fugatti, che di suo si è inventato solo il nome, “Dolomiti – Veneto”.

Cantieri infiniti: attendiamo il 2033

Cosa accadrà dopo il grande evento Milano Cortina 2026? Intanto superiamo l’esame delle Paralimpiadi del mese di marzo, appuntamento altrettanto importante e probabilmente anche questo ricco di soddisfazioni sportive per i nostri atleti.

Poi, a inverno finito, si dovranno riprendere i lavori su quasi tutti gli impianti sportivi: a Cortina come a Livigno, a Bormio come in valle di Fiemme, ad Anterselva come nella città di Milano. Nel capoluogo finanziario del paese si dovrà riconvertire il villaggio olimpico in un costosissimo studentato. Imprese private, forti di contratti di project financing, trasformeranno il Santa Giulia (che ha ospitato le gare di hockey maschile) in centro per concerti e grandi eventi. Analoga soluzione toccherà, dopo la rimozione degli impianti per le piste di pattinaggio, alla Fiera di Rho.

Ma l’appetito dei costruttori non ha fine in quella martoriata città. Da anni non si dispone di un palaghiaccio e così interviene il sindaco Sala, sostenuto da ex giocatori di hockey. Perché non recuperare il degradato palazzo dell’Agorà e mantenere attiva una pista permanente con relativa squadra di profilo nazionale? O perché non recuperare, perlomeno in inverno, gli spazi della ex Fiera oggi destinati a ospitare anche questi nella programmazione futura grandi eventi? Milano, forte della gloriosa storia dell’hockey, si dice pronta a affrontare la sfida. Il primo palazzo coperto europeo di pattinaggio su ghiaccio è nato a Milano, ci sono 32 scudetti nella storia cittadina. Quanto ala sostenibilità economica dell’impresa, verrà affrontata solo in un secondo tempo, così si afferma. Importante, dice sempre Sala, è salire sul treno fin da subito.

Nel frattempo tutti e tre i palazzi che hanno ospitato le gare olimpiche verranno privati della pista ghiacciata e riportati nelle mani interessate dei grandi gruppi industriali multinazionali.

Rimangono problemi insoluti: tanti e diffusi

Se Milano sembra avere idee chiare su come gestire i suoi impianti, un po’ ovunque rimangono irrisolti i temi della gestione futura delle strutture sportive, tutte realizzate con fondi pubblici. Nella valutazione che segue si tenga presente che oltre il 40% degli ambiti scolastici in Italia è privo di palestre. In teoria, così si afferma, l’evento olimpico ha promosso lo sport a livello educativo e amatoriale, ma da quanto si coglie si è investito solo nella frenesia agonistica.

La situazione più allarmante rimane sempre Cortina. Non c’è ancora idea di quali soggetti, pubblici ovviamente, saranno chiamati a pagare i deficit della gestione della pista di bob. C’è un piano di gestione, ma appare irrealistico nella quantificazione del deficit annuale. Un certo impegno della regione Veneto è stato stabilito, interverrà la società privata Ista, ma i disavanzi reali chi li pagherà se il Comune di Cortina si dichiara privo di risorse? Soluzione proposta: Cortina diventerà centro federale delle attività di scivolamento. Visto che è l’unico impianto italiano, era ovvio che ciò accadesse. Rimangono prive di risposta altre domande: chi pagherà i deficit di gestione dei vecchi trampolini in località Zuel, da decenni abbandonati, ripristinati a spazio servizi? E quelli dello stadio del ghiaccio appena rimesso a nuovo? Chi ultimerà la cabinovia di Socrepes, sposata dal Comune e Fondazione come opera indispensabile al trasporto pubblico, rimasta incompiuta e imposta su una grande frana in movimento?

Non è che in Fiemme manchino i problemi. Certo, la Provincia di Trento si è impegnata a rifondere parte dei costi di gestione delle grandi strutture ai Comuni - Predazzo, Tesero, Baselga di Pinè - deficit annuali quantificati in 700 mila euro per l’insieme delle opere. Ma i costi di gestione saranno senza dubbio maggiori, e i comuni ospitanti le strutture già hanno bilanci in sofferenza. Baselga di Piné, graziata dallo spostamento delle gare a Milano, ora per voce del suo sindaco, rilancia. Non gli sono sufficienti i 29,5 milioni spesi nel rifacimento delle piastre, e la garanzia che il centro sarà il punto di riferimento degli allenamenti della federazione nazionale; ora torna a reclamare lo stadio coperto: qualora la sciagurata proposta venisse recepita, serviranno almeno tre decine di milioni di investimento, più continue iniezioni di fondi per ripianare gli inevitabili deficit di gestione. E teniamo presente che durante le giornate olimpiche (come del resto avviene da anni sull’altopiano) il Comune ha dovuto rifornire giornalmente il suo acquedotto con le autobotti della Protezione civile.

Ma il Trentino ha toppato in modo pesante anche sul trasporto pubblico. Il presidente Fugatti aveva promesso il potenziamento del trasporto da Ora a Canazei, il progetto BRT passato da 60 a 100 milioni di euro di spesa. Si è solo realizzata la stazione autocorriere e il parcheggio sotterraneo a Cavalese, e si interverrà nella stazioni di Pozza di Fassa, forse di Penia, ma sul progetto complessivo è calato un imbarazzante silenzio. Come è imbarazzante il silenzio, l’incertezza riguardo i lavori sulla linea ferroviaria della Valsugana.

Federica Brignone

Non parliamo poi di Livigno, dove il Comune sarà impegnato a seguire strutture non ultimate come parcheggi pubblici e privati, le opere di accesso alle strutture, situazioni di rischio idrogeologico che incombono sul paese. Opere passate da 30 milioni a 160. E Bormio dovrà gestire il suo Ski Stadium, una struttura abnorme di alto impatto paesaggistico che sicuramente la società sciistica locale accrediterà nella lista spese al Comune, con costi complessivi passati da 10 milioni a 76.

Un po’ più serena sembra la situazione ad Anterselva. Certo, un impianto tanto ambizioso, costato alle casse pubbliche 55 milioni di euro qualche problema lo creerà, nonostante si tratti dell’unico vero centro federale della specialità di biathlon presente in Italia. Ma ci sarà concorrenza nell’utilizzo causa le diffuse piastre di poligono presenti in regione: a Tesero, a Lavazè, come nel nuovo centro di tiro nel poligono vicino, in Val Badia.

Un po’ in tutte le località per garantire legacy nel tempo (ci si riferisce solo all’ammorbidimento del debito di gestione) si fa affidamento sull’ormai vicino appuntamento delle Olimpiadi giovanili invernali, conquistate dall’Italia per il 2028 (unica candidatura internazionale). Come si farà affidamento sulle promesse del CONI e relative Federazioni che hanno garantito che le nuove strutture diventeranno centri di riferimento nazionali se non internazionali per gli allenamenti e per ospitare gare di rilevanza internazionale. La Val Gardena ha già ottenuto i mondiali di sci alpino 2031, Fiemme si sta organizzando per chiedere lo svolgimento dei campionati del mondo di sci nordico per il 2033. Appuntamenti importanti. Ma è lecito chiedersi: dopo tanta baldoria cosa rimane nelle nostre valli, alle montagne italiane che hanno ospitato le Olimpiadi?

Domande che attendono risposte

Si dovranno affrontare problemi di natura idrogeologica, sulle tante circonvallazioni e attorno a diverse opere come la cabinovia di Socrepes (Cortina) e a Livigno (SO).

Le opere delle Olimpiadi invernali 2026 non sono terminate, nonostante i media e i politici lo sostengano. Se ne parlerà ancora, perlomeno fino al 2033, data di scadenza delle funzioni di Infrastrutture Milano Cortina 2026, sempre non si proroghi la scadenza come accaduto nel giugno 2024. Diverse opere previste non sono nemmeno appaltate.

Si dovrà decidere chi pagherà gli extracosti, ovviamente delle opere pubbliche, ma anche le spese che vengono reclamate a Milano dalle società che hanno sostenuto strutture in project financing. Cosa ci si inventerà per aggirare le leggi nazionali ed europee sugli appalti nel foraggiare queste imprese?

La Corte costituzionale è stata chiamata a chiarire se la Fondazione Milano Cortina 2026 sia una società di diritto privato, come sostengono Malagò e il governo italiano, oppure un ente di diritto pubblico. I magistrati milanesi ritengono che, anche a causa degli interventi finanziari di sostegno diretto dello Stato, le finalità dello scopo statutario del suo agire rientri in un interesse generale, quindi pubblico. I dirigenti della Fondazione sono stati indicati dagli enti pubblici, soci fondatori. Parte dei debiti accumulati sono stati pagati con soldi pubblici. Ora, se si tratta di un ente privato, chi risarcirà lo Stato dei soldi ricevuti? E chi pagherà i deficit - si parla di oltre un centinaio di milioni - maturati nel 2025? E se la Corte deciderà che Fondazione è un ente di diritto pubblico quali saranno le conseguenze sui dirigenti per le assunzioni prive di concorso o per discutibili appalti affidati in via diretta?

Cortina. I lavori alla cabinovia di Socrepes a Olimpiadi concluse.

Riguardo Infrastrutture Milano Cortina 2026 e il commissario straordinario Saldini, siamo proprio certi che tutti gli appalti e i contratti stipulati abbiano rispettato la legge? Pensiamo alle piste di Socrepes, di Bormio, ma non solo.

Un nuovo capitolo è stato di recente aperto. Negli ultimi giorni delle gare, in tutte le località, gli ispettorati del lavoro sono intervenuti con energia. Ai lavoratori, alle ditte impegnate anche nella gestione dell’evento hanno chiesto conto degli orari di lavoro, delle paghe reali, dei contratti sottoscritti, delle norme sulla sicurezza, degli alloggi, dell’uso dei servizi. Dai primi passi dell’inchiesta sembra emergere un dato: diverse ditte avrebbero chiesto ai lavoratori di mentire.

In un clima di sbandierata euforia è necessario dare un’occhiata alla casa madre Cio, alle sue responsabilità. Le Olimpiadi sono risorte nel XIX secolo per fare dello sport un motore capace di contribuire alla costruzione della pace, del rispetto degli organismi internazionali, della condivisione fra diversità culturali. Si sarebbe dovuta attuare una tregua olimpica, invocata dall’Onu e dal Papa. Nulla di questo è avvenuto, le guerre sono continuate. Russia e Bielorussia sono state escluse dall’evento sportivo mentre Israele (solo per fare un esempio) è stato accettato, nonostante sia inquisito dal Tribunale internazionale per genocidio. Sono state imposti due pesi e due misure nella valutazione delle tragedie che sconvolgono questa umanità.

L’assenza di coerenza nei proclami di CONI e Cio è evidente. Come è evidente il fallimento dell’Agenda olimpica Cio 2020 + 5. E’ necessario trovare esigibilità su documenti tanto importanti, le luccicanti verniciature dei media italiani non diminuiscono l’entità del fallimento del Cio.

Le raccomandazioni proposte, le parole chiave, partendo dalla trasparenza, dal diritto di cittadinanza, dal rispetto delle norme ambientali ovunque derogate in queste olimpiadi, devono venire dimostrate e attuate.

Si dovrà anche rivedere il significato dello sport principe della montagna invernale, lo sci alpinismo, umiliato in due garette da “Giochi senza frontiere”. Chi non sapesse nulla di quello sport, della sua simbiosi con la natura, la neve, un ambiente bellissimo e duro, si è trovato di fronte a una parodia (una salita di 50 metri invece che 1500, discesa su un campetto-scuola invece che in neve fresca, tra rocce, boschi e crepacci) un modestissimo spettacolino, privato di significato e realtà.

I prati dei parcheggi in valle di Fiemme: 15 ettari.

Il Cio sta anche investendo nelle Olimpiadi diffuse. In modo ossessivo si è affermato che quelle italiane siano state un successo. Così accadrà in Francia nel 2030 (le Alpi accostate alla Costa azzurra), e accadrà forse in Svizzera nel 2038 con il coinvolgimento dei nove cantoni. Ma siamo certi che sia questa la strada del futuro che ci porterà a riequilibrare in positivo i conteggi della sostenibilità? O invece, come accaduto in Italia, i diversi stati ne approfitteranno per diffondere speculazioni e clientelismo su più ambiti territoriali? Perché non valutare quante risorse umane, economiche, si siano sprecate nella gestione delle diverse sedi: sicurezza, alloggi, trasporti, volontariato, sanità? Perché non invertire la rotta e investire, in estate e in inverno, come accadeva nella Grecia del 776 a.c., in un’unica località, una estiva e una invernale come sedi permanenti?

La montagna italiana cosa porterà a casa da questo evento? Un investimento cospicuo in aree turisticamente forti, quelle che dovrebbero lottare contro l’overturismo: Livigno, Bormio, Cortina, Fiemme. Il dossier di candidatura parlava di lotta allo spopolamento della montagna? Si è mai accennato a un progetto di rilancio della montagna socialmente fragile, nel bellunese o in Valtellina? Appare più chiaro e documentato il disegno di fare della montagna una banale protesi ricreativa della città, si tratti di Milano o di Venezia.

Un ultimo passaggio riguarda i media italiani. All’interno di tutto l’universo dell’informazione è necessaria una riflessione. A parte il vuoto chiacchiericcio di molti telecronisti, che disturbano l’ascoltatore con una selva di inutili tecnicismi o sperticati osanna nazionalistici ai nostri (incolpevoli) atleti, è doveroso rilevare come l’informazione olimpica è rimasta limitata all’ambito strettamente agonistico. Forse non è eccessivo parlare di censura, sicuramente di pesanti omissioni che hanno privato i cittadini di informazioni importanti. Riguardo i temi dell’ambiente, della correttezza amministrativa, del diritto-dovere alla trasparenza, dello spazio dedicato ai tanti comitati che ovunque hanno espresso il loro motivato dissenso.

Abbiamo superato il record di medaglie? Ottimo risultato. Ma si è dimenticata la medaglia di cartone, da distribuire, con poche lodevoli eccezioni, a gran parte dei media italiani, in particolare alla televisione pubblica, con la solita eccezione di Report.

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