Un fratello hutu e uno tutsi
Dopo il genocidio del 1994: una rinascita che fa parlare di “eccezione rwandese”. Da Una Città, mensile di Forlì.
Sono sopravvissuta al genocidio che in cento giorni, da aprile a luglio 1994, ha fatto circa un milione di morti tra i tutsi e coloro che si sono opposti al programma genocidiario. In quei mesi la mia famiglia, tra cui i miei tre figli e mio marito, sono stati uccisi da persone che io avevo curato nel mio ambulatorio. Gli assassini erano dei vicini di casa, persone che reputavo amiche. Io mi sono salvata anche grazie all’aiuto di alcuni hutu coraggiose, e in particolare di Jacqueline Mukansonera, che per 11 giorni mi ha tenuto nascosta sotto il lavandino della sua cucina.
Tutti parlano del genocidio del 1994, ma la storia è iniziata prima. Io ne ho avuto esperienza già quando avevo 5 anni, nel 1959, quando degli uomini, armati di machete e lance, vennero a cercare mio padre e i miei fratelli per ucciderli. All’epoca si uccidevano gli uomini e i ragazzi, non le donne, che si usavano piuttosto come schiave sessuali.
Io ero piccola, avevo paura; ricordo che mi hanno steso per terra e messo uno stivale sul petto, piantato una lancia nella coscia e chiesto: “Dov’è tuo padre?”. Io però non lo sapevo. Piangevo. Mia madre mi disse che non avremmo potuto denunciare la cosa alle autorità perché eravamo tutsi. Io non capivo cosa volesse dire essere tutsi e perché fosse un male. A scuola ci chiamavano scarafagg e anche lì noi bambini non capivamo il perché.
Un genocidio non è mai spontaneo, si pianifica. A ritroso, ripercorrendo la mia vita, riconosco chiaramente le varie tappe di cui parlano gli studiosi.
La divisione etnica tra tutsi e hutu è cominciata con la colonizzazione europea, che è stata inizialmente tedesca. Quando la Germania perse la Prima guerra mondiale, siamo diventati un protettorato del Belgio. I tedeschi nel frattempo avevano introdotto un libretto di identità che si chiamava Ibuku (dal tedesco buch). Sono stati poi i belgi a introdurre una vera e propria carta d’identità etnica, che si è rivelata uno strumento terribile nelle mani dei genocidiari.
I belgi mandarono in Rwanda un’équipe di antropologi per costruire una definizione “scientifica” dei tutsi sulla base dell’altezza, ma anche del numero di vacche possedute. In base a questa definizione, in una stessa famiglia ci poteva essere un fratello tutsi e un altro hutu; dopodiché non era più possibile cambiare l’etnia di appartenenza.
Il popolo rwandese ha sempre avuto una sola lingua, una sola cultura; prima della colonizzazione avevamo anche una sola religione, che tra l’altro alcuni continuano a praticare in segreto, nonostante si professino cattolici o musulmani. Prima dell’arrivo dei belgi potevamo essere sia hutu che tutsi, secondo lo status sociale, e quindi potevamo passare da hutu a tutsi o viceversa. I matrimoni misti erano comuni. Ad esempio, nella mia famiglia mio fratello aveva sposato una donna hutu, ma i suoi figli prendevano l’identità “etnica” dal padre, quindi erano comunque dei tutsi. Le mie sorelle invece avevano tutte sposato degli hutu, quindi i loro figli erano hutu e sono sopravvissuti al genocidio.
Già nel 1959, un estremista hutu aveva elaborato i “Dieci comandamenti” degli hutu in cui veniva istituzionalizzata l’ideologia contro i tutsi. Due mesi dopo avvenne il primo massacro diretto contro i tutsi. Ma fino a quel momento, non possiamo parlare di genocidio, si uccidevano “solo” gli uomini e i ragazzi.
Nel 1962, con l’indipendenza, le elezioni sono state tenute in un clima di massacri; è stata abolita la monarchia ed eletto un governo interamente hutu. A quel punto molti tutsi hanno abbandonato il paese. Da allora abbiamo vissuto come dei paria, emarginati, senza neanche il diritto al passaporto; se eri tutsi, potevi andare a scuola solo fino alla fine del primo ciclo, era molto difficile proseguire gli studi.I bambini tutsi venivano bullizzati e sottoposti a pene corporali, per cui non di rado abbandonavano la scuola. Negli anni successivi ci sono stati altri massacri. Dopo quelli del 1963, gli orfani di tutsi trucidati a volte venivano allevati dagli stessi hutu che avevano ucciso i loro genitori. Nel 1992 hanno anche ammazzato a sangue freddo una religiosa italiana, Antonia Locatelli, che aveva lanciato l’allarme e contattato i media per denunciare questi massacri. Nessuno è stato stato punito per queste uccisioni.
Nel 1990 è iniziata la guerra…

Nel 1990 i tutsi rifugiati nei paesi limitrofi, impossibilitati a rientrare in Rwanda si erano rivolti alle Nazioni Unite per perorare la loro causa e richiedere una terra, un luogo dove vivere.
Visto lo scarso ascolto ottenuto, a un certo punto, organizzati nel Fronte patriottico rwandese, Fpr, hanno deciso di rientrare nel paese: forse una guerra avrebbe convinto la comunità internazionale a riconoscere loro il diritto a una terra...
La reazione degli intellettuali hutu rwandesi fu quella di aggiornare i famosi “Dieci comandamenti” del 1959 diffondendo, purtroppo con successo, quell’ideologia genocidaria attraverso i media estremisti, la cui propaganda attribuiva ai tutsi la responsabilità di tutti i problemi del Paese. Per evitare di mettere in pratica l’accordo di Arusha del 1993, che prevedeva la condivisione del potere coi rifugiati, il Presidente iniziò a preparare il genocidio, armando la popolazione con migliaia di machete. Ogni strumento era buono per uccidere: armi da fuoco, asce, martelli, coltelli da cucina. Erano anche state distribuite delle liste dove era indicato quanti eravamo, dove abitavamo, chi doveva essere ucciso.
La fine del genocidio è stata proclamata all’indomani della durissima battaglia che portò alla liberazione dell’ultimo settore della capitale Kigali, quello in cui vivevo con la mia famiglia. In quelle settimane la situazione era terribile: il paese era pieno di cadaveri in putrefazione; ovunque c’erano fosse comuni ancora aperte e piene di mosche. Poi non c’erano soldi, perché i genocidiari, scappando, avevano portato via quanto depositato nelle banche; e non c’era più cibo. I cani erano diventati enormi a forza di mangiare i cadaveri e a un certo punto hanno iniziato ad attaccare le persone. Hanno dovuto mobilitare i militari per abbatterli. A Kigali non c’era molta gente in giro; io ero come impazzita: camminavo scalza perché non avevo le scarpe; avevo dovuto svestire un cadavere per potere andare in giro.
Il governo e i militari genocidari, dopo la sconfitta, avevano attuato la politica della terra bruciata: avevano demolito i ministeri, svuotato le casse dello stato, bruciato i campi per poi fuggire nell’allora Zaire (attuale Repubblica democratica del Congo), obbligando circa tre milioni di persone ad andare con loro e tenendole poi in ostaggio nella zona frontaliera col Rwanda.
La strategia degli assassini era stata quella di coinvolgere direttamente la popolazione nella messa in opera del genocidio, rendendo quindi molti rwandesi dei complici. L’idea era che se tutti sono responsabili, nessuno lo è, cercando di perpetuare così l’impunità dei decenni precedenti. Questo ha voluto dire che alla fine del genocidio c’erano prigionieri dappertutto, erano circa 120.000.
Nel 1998-99 sono andata a incontrare alcuni di loro nelle carceri. Ero mossa da una domanda: come potremo vivere di nuovo insieme, come un unico popolo? Ho così scoperto delle storie aberranti. Ricordo in particolare quella di un bambino di dieci anni, Evariste, che aveva ucciso i suoi tre amichetti sotto la supervisione degli adulti. C’erano mamme che avevano ucciso i loro figli perché il padre era tutsi.
Per i sopravvissuti era vitale che fosse fatta giustizia. La comunità internazionale ci diceva che non sarebbe stato possibile punire tutti perché ci sarebbe voluto più di un secolo per realizzare tutti i processi; la proposta era quella di un grande perdono collettivo.
Ma questo non ci poteva bastare. Abbiamo quindi fatto ricorso alla giustizia tradizionale, una giustizia riparatrice, riconciliatrice. Si dà ai colpevoli la possibilità di confessare il crimine, testimoniare, pentirsi e chiedere perdono alle vittime sopravvissute, ma anche a tutti i rwandesi. La confessione permette di ridurre la pena di metà.
Credo che questa sia stata una buona strategia, che ha contribuito alla riconciliazione e ci ha permesso di tornare a vivere insieme, vittime e carnefici. Con le loro confessioni, gli assassini ci hanno aiutato a trovare i corpi dei nostri familiari così da poter elaborare il lutto. Tra l’altro, la maggior parte dei genocidiari erano giovani ed era quindi importante che, oltre alla punizione, avessero la possibilità di partecipare alla ricostruzione del paese.
Ovviamente ci sono ancora dei problemi perché, malgrado gli sforzi compiuti, l’ideologia genocidiaria a volte risulta ancora presente nelle scuole e soprattutto nelle famiglie.

Certamente la giustizia tradizionale ci ha aiutato a ricostruire il tessuto sociale. Ma c’è stata anche una grande mobilitazione per contribuire allo sviluppo del paese, creando le condizioni per vivere meglio. Sono state definite delle regole, che i rwandesi hanno accolto in uno sforzo collettivo di ricostruzione. Alcune di queste regole, apparentemente banali, comportano però un miglioramento delle condizioni di vita. Per esempio, tutti devono mettersi le scarpe (il che ha voluto dire renderle accessibili anche ai più poveri); i tetti delle case non possono più essere di paglia, per evitare che entrino l’acqua e gli insetti. C’è stato poi un grande sforzo per fornire alla popolazione l’acqua corrente e l’elettricità.
Un grande passo è stato fatto anche rispetto all’ambiente. È stata ingaggiata una lotta radicale contro la plastica (non si vedono più in giro buste e bottigliette) e sono stati avviati progetti di rimboschimento, con anche investimenti nelle rinnovabili e nelle nuove tecnologie.
C’è una disciplina ferrea sul traffico stradale: regole molto severe contro l’alcol al volante e la droga, obbligo del casco per i motorini e le moto (e con non più di due passeggeri); le macchine si devono fermare ai passaggi pedonali.
In questi ultimi anni sono emerse voci critiche sul Rwanda, in particolare sulla gestione del paese con metodi forti del presidente Kagame. Ma io penso che all’estero non colgano appieno il fatto che la costruzione di un’identità rwandese libera dai pregiudizi dell’epoca coloniale e post-coloniale, non poteva essere il prodotto di un processo democratico realizzato secondo i criteri delle vecchie potenze coloniali. Per noi il presidente Kagame è colui che ha messo fine al genocidio dei tutsi e che sta riuscendo a portare sviluppo in un contesto quasi esente da corruzione e arricchimento personale, ma soprattutto sta lavorando per la riconciliazione e la de-etnicizzazione del paese.
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Yolande Mukagasana è una sopravvissuta del genocidio contro i tutsi, in cui ha perso tutta la famiglia. Il suo libro “La morte non mi ha voluta” (pubblicato in Italia nel 1998 ) costituisce la prima testimonianza diretta sul genocidio. Nel 2008 è uscito “Le ferite del silenzio”, con interviste a sopravvissuti e a genocidari. Nel 1998 è stata insignita del Premio Alexander Langer.