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Attacco all’Iran: cui prodest?

Una guerra molto rischiosa. E intanto l’opposizione al regime islamico è dilaniata dai contrasti.

Al momento in cui iniziavamo questo articolo (27 febbraio) il Medio Oriente continuava a vivere come “in modalità sospensione”: una potente flotta americana basata su un gruppo portaerei staziona alle porte del Golfo Persico, un’altra flotta analoga davanti alle coste israeliane, pronta a difendere l’alleato di ferro degli USA: lo stato israeliano.

La propaganda USA s’era inventato un nuovo argomento: gli iraniani potrebbero avere (in futuro) missili capaci di colpire anche l’America, oltre che l’Europa e naturalmente Israele. Pare la riedizione del vecchio pretesto del lupo che, per attaccare l’agnello che beveva a valle nel medesimo ruscello, gli diceva: “Tu mi sporchi l’acqua che bevo!”.

Una cartina recentemente pubblicata su internet mostra ironicamente la grave “minaccia iraniana” agli USA, con il commento “Ma guarda un po’ [questi iraniani] quanto vicino hanno messo il loro paese alle nostre basi!”

Ora però, mattina del 28 febbraio, ogni incertezza è stata spazzata via dall’attacco preventivo combinato di Israele e USA a Teheran e altre città iraniane. I prossimi giorni diranno quali conseguenze avrà questa nuova sconsiderata avventura del duo Trump-Netanyahu. Ma ricostruiamo un po’ gli eventi recenti.

In Oman si erano appena conclusi dei precolloqui tra delegazione americana e iraniana per stabilire gli argomenti di trattativa.

Gli americani ne proponevano tre:

  1. Arricchimento dell’uranio iraniano (da azzerare)
  2. Limitazione della gittata dei missili iraniani (non devono arrivare fino a Israele)
  3. Interruzione dei rapporti dell’Iran con i suoi alleati regionali: Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e altre milizie in Irak.

Si trattava di una estensione della vecchia reiterata richiesta del governo USA di azzerare ogni forma di arricchimento dell’uranio (in pratica ciò significherebbe smantellare l’industria nucleare civile, costata all’Iran decenni di investimenti in attrezzature e formazione universitaria di ingegneri e scienziati). L’Iran, di fronte alla inattesa richiesta americana di aggiungere gli altri due punti summenzionati, ha detto un secco no: non possiamo né vogliamo mettere a rischio la difesa nazionale che poggia principalmente proprio su missili ipersonici di ultima generazione che hanno mostrato, nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, di poter colpire a piacimento qualsiasi punto di Israele. Come a dire: l’Iran rifiuta di farsi disarmare de facto di fronte a un nemico, Israele, dotato di missili a testata nucleare e che non ha mai fatto mistero di voler distruggere l’Iran come stato unitario. Analogamente, l’Iran ha rifiutato di mettere sul tavolo anche il punto 3, quello delle sue alleanze regionali, che fanno parte del suo sistema di sicurezza, non meno dei missili di cui al punto 2.

Non è chiaro come sia finito l’incontro tra le due delegazioni in Oman: i mediatori omaniti parlavano di progressi, ma le due delegazioni, americana e iraniana, avevano solo convenuto che gli incontri riprenderanno a Vienna all’inizio di marzo e solo sul punto 1, la limitazione dell’arricchimento dell’uranio. Quel che appare chiaro è che l’Iran ha trattato con durezza, mettendo i puntini sulle i: la sovranità nazionale non è in vendita, e il diritto a mantenere una industria nucleare nei limiti del Trattato sulla Non- Proliferazione Nucleare (cui l’Iran aderisce a differenza di Israele), non si tocca.

Trump, visibilmente contrariato, chiedeva ai suoi negoziatori Witkoff e Kushner, come mai l’Iran non si fosse ancora piegato. In Iran si ragiona: una volta rinunciato all’industria nucleare e smantellato i missili che possono colpire Israele, chi ci garantisce che non saremo sepolti dagli attacchi combinati di Israele e USA? Anche Gheddafi smantellò a suo tempo l’embrione di industria nucleare che possedeva la Libia, e fece perfino un accordo di pace con gli USA per poi, poco dopo, fare la fine che ha fatto lui e il suo paese: smembrato tra bande armate e dilaniato dai separatismi interni. Ebbene, l’inizio dell’attacco combinato USA-Israele all’Iran nella mattina del 28 febbraio è già una risposta eloquente. Ancora una volta, nel bel mezzo di trattative in corso, USA e Israele attaccano l’Iran, mostrando quanto davvero a cuore avessero il raggiungimento di un accordo equo e duraturo con l’Iran…

Ma cosa ha dato all’Iran tanta forza e apparente sicurezza in se stesso da poter tener fronte alle arroganti minacce di Trump? Il quale ancora il 19 febbraio diceva in sostanza: avete 10 giorni di tempo per accettare un accordo con noi (traduzione: dovete capitolare, alle nostre condizioni), altrimenti vedrete succedere “delle cose brutte”. Ma il 25 febbraio, neppure una settimana dopo, il linguaggio sembrava cambiato, Trump non poneva più scadenze ultimative né minacce tanto trasparenti. Pare che in quei pochi giorni i vertici del Pentagono (contrario all’avventura militare in Iran) abbiano avuto un incontro con Trump mettendolo al corrente dei rischi enormi connessi con un attacco.

L’Iran, in questi quasi 9 mesi dopo la guerra dei 12 giorni, è stato riarmato fino ai denti da Russi e Cinesi. I primi hanno ricostruito in Iran un ombrello anti-aereo e anti-missilistico a più strati che si serve delle più recenti tecnologie radar e di disturbo elettronico; i secondi hanno riempito l’Iran di missili anti-aerei di ultima generazione e sembra anche dei temuti missili cinesi “carrier-killer” (lett.: “ammazza-portaerei”). Non solo: l’ayatollah Khamenei, con una frase divenuta presto virale, aveva avvertito gli USA: “Le vostre portaerei sono molto pericolose. Ma più pericolosi sono i missili che le manderanno giù in fondo al mare”, una frase che la dice lunga sulla determinazione iraniana a vendere cara la pelle. In effetti una portaerei affondata con i suoi circa 4000 marinai, sarebbe per gli USA una nuova Pearl Harbour, con l’aggravante che “stavolta ce la siamo andata a cercare noi”. Di più, l’Iran ha messo sotto tiro coi suoi missili di precisione le numerose basi americane che lo circondano, minacciando altresì di bombardare i paesi (arabi) che le ospitano; e, dulcis in fundo, ha eseguito manovre navali imponendo per poche ore la chiusura dello Stretto di Hormuz e mettendo in fibrillazione i mercati del petrolio.

Tutti questi elementi devono avere convinto il Pentagono a raffreddare gli ardori guerrafondai di Trump (e Netanyahu). La mattina del 27 febbraio (Gr3 delle 6.45) giungeva la dichiarazione del vicepresidente americano J.D. Vance (portavoce del movimento MAGA): “Non ci lasceremo coinvolgere in una lunga guerra all’Iran […] e io sono scettico su un intervento militare”. Ecco, si ha la netta percezione che in America il vento stia cambiando rapidamente, che stia dilagando nell’opinione pubblica la percezione di “una guerra non nostra”, collegata allo strapotere delle lobby ebraiche sulla politica estera americana.

Un punto di svolta in questo generale ri-orientamento della opinione pubblica si è avuto in una recente trasmissione in cui Tucker Carlson, ex anchorman della filo-trumpiana Fox News, si è scagliato contro l’influenza nefasta di Israele sulla Casa Bianca con espressioni pesanti: “Oggi 350 milioni di americani stanno lottando per sopravvivere e noi mandiamo 26 miliardi di dollari a un paese di cui la maggior parte degli americani non sa nemmeno nominare la capitale… Ho sostenuto Trump… ma concentrare i soldi l’energia e la politica estera americana su Israele è un tradimento delle sue promesse”. Certamente questi segnali di cambiamento, di aria nuova, non sono bastati a fermare la nuova guerra all’Iran, ma il clima in America non è più lo stesso.

Questo seguire ciecamente i desiderata israeliani da parte di Trump ci pone d’altronde una domanda immediata: perché il miliardario presidente americano è così influenzabile, per dirla con un eufemismo, dall’agenda del governo israeliano? La risposta sta emergendo nella stessa libera informazione americana che ormai intuisce un collegamento preciso tra la smania di attaccare l’Iran e i misteriosi files di Jeffrey Epstein, pedofilo e supposto cripto-agente del Mossad. Con il corollario di un sospetto inevitabile: quanto potere di ricatto ha avuto Epstein e, attraverso di lui, i servizi israeliani cui sarebbe stato collegato, sull’agenda estera di Trump oggi e ieri dei presidenti americani suoi predecessori?

Una replica dell’operazione Venezuela?

Un’ultima considerazione. Oggi in America c’è chi, dopo il Venezuela, prospetta una soluzione analoga per Cuba e per l’Iran. Tre casi diversi ovviamente, ma il relativo facile successo della rimozione di Maduro, ha fatto sognare a molti in America, soprattutto nella diaspora iraniana che conta milioni di persone, una soluzione analoga per l’Iran.

Nella diaspora tutte le speranze sono concentrate sul figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, un sessantenne benestante che si è convinto di poter essere la pedina fondamentale di una operazione americana di regime change in Iran. Permangono tuttavia seri dubbi sulla sua capacità di unire e rappresentare la multiforme opposizione iraniana che, per semplificare, oggi presenta tre grandi gruppi: la sinistra (soprattutto intellettuale, ma anche legata ad ambienti religiosi) collegata a idee riformiste o progressiste, il movimento laico Donna-Vita-Libertà, i Mojahedin-e Khalq. Quest’ultima è una formazione armata islamista che fu in primo piano nel 1979 nella lotta per la cacciata dello scià, il padre dell’attuale erede al trono, ma che poi si trasformò nel più feroce oppositore anche del regime teocratico imposto dagli ayatollah. I filo-monarchici, stretti intorno all’erede al trono residente in America e in ottimi rapporti con Israele, hanno chiaramente espresso il loro parere sulle altre componenti della opposizione in uno slogan eloquente: “Marg bar se fased: mollà, chapi, mojahed!“ (morte ai tre corrotti: i preti, i sinistrorsi e i Mojahedin). Che dire? Se questo è il programma monarchico, il popolo iraniano rischia di rimpiangere un giorno la relativa pace interna garantita dal severo regime islamico… Significativo è che gli altri gruppi si riconoscano piuttosto nello slogan: “Na shah na rahbar” (né scià né guida islamica) e reclamino una repubblica democratica laica e egualitaria. Preoccupanti sono del resto le notizie che provengono dalle piazze americane e europee, dove i filo-monarchici si sono distinti per la violenza con cui hanno contestato, a volte passando dalle parole ai fatti, le altre componenti dell’opposizione. Gli anti-monarchici, dal canto loro, sono indignati per i ripetuti appelli di Reza Pahlavi (spesso accusato di essere un agente CIA o del Mossad) a un intervento armato americano per abbattere la dittatura clericale. Insomma, l’opposizione iraniana ha ancora qualche grosso problema da risolvere…

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