Maria e Gemma Marsilli
Gli aguzzini della Banda Carità
“Alle 9.15 entra la Corte e viene introdotto come primo teste, Maria Marsilli fu Luigi … da Rovereto. È timida ed estrae un foglio sul quale la sua testimonianza è scritta. A tratti legge a tratti recita a memoria: il Presidente la interrompe, ponendole precise domande.
‘Quando è stata arrestata?’ le chiede.
‘Il 7 gennaio 1945, insieme a mio fratello Adelio ed a mia sorella Gemma. 4 individui, armi in pugno, penetrarono di notte nella nostra casa isolata e ci portarono via’.
‘Conoscete qualcuno di essi?’
‘Ricordo il Cardini Natalino e l’”Ariberto” (Menichetti, latitante). Di altri due, pure italiani, non so il nome’.” (Il Popolo Trentino, 11 febbraio 1947).
Si tratta dell’ultima seduta del processo contro i “toscanini”, svoltasi il 10 febbraio a Trento. Dopo Maria sarà il fratello Adelio a deporre confermando in tutto la dichiarazione di Maria.
La sentenza è accolta dalle grida di protesta del pubblico che chiede a gran voce la forca o la fucilazione per chi si è macchiato di tali crimini. Nel corso del processo, in un’aula sovraffollata, il pubblico reagisce con veemenza, inorridito dall’aberrazione e dalla ferocia dei toscani. Si tratta in gran parte di appartenenti alla ben nota Banda Carità, come Cardini, che infatti è atteso a Firenze per un ulteriore processo. Frattini viene dalla Legione Muti, reparto speciale della RSI specializzato nella repressione violenta della Resistenza, Brugnoni dalla X MAS. Pare che nelle carceri di Rovereto, ma anche nella villetta di via Paradisi a Trento i “fiorentini” superassero in ferocia i loro stessi capi nazisti e che agissero spesso di propria iniziativa senza che loro sapessero delle sevizie che infliggevano.
La famiglia Marsilli dall’8 settembre 1943 collabora attivamente alla Resistenza, la loro casa è rifugio per i partigiani della Pasubiana, per le staffette e ospita, a più riprese, i componenti della missione inglese “Freccia”;, è inoltre luogo di smistamento della corrispondenza con la Svizzera. Adelio, Maria, Gemma e il cugino Mariano Bisoffi sono anche valide staffette incaricate di portare ai partigiani sul Pasubio messaggi di servizio e rifornimenti (cfr. FMsT, Commissione patrioti).
La sera del 7 gennaio, in seguito a una delazione, vengono tradotti nel carcere di Rovereto. A Trambileno la madre Narcisa Prezzi deve assistere all’arresto dei suoi tre figli e subire le minacce degli aguzzini toscani, furenti per non aver catturato “il bandito Pio”, l’altro fratello al comando del battaglione Cesare Battisti, nome di battaglia Pigafetta.

Maria, Gemma e Adelio finiscono nel carcere di Rovereto, da dove il 31 gennaio, in seguito all'incursione di uno stormo di 40 bombardieri che rade al suolo la prigione, i prigionieri politici vengono trasferiti in una caserma alla mercé degli sgherri toscani e delle loro sevizie, vengono poi caricati su un camion ammassati l’uno sull’altro e deportati nel corso di un viaggio che sembra eterno: in piedi, con le mani legate dietro la schiena in balia dei calci dei fucili delle SS se solo perdono l’equilibrio. A Bolzano vengono rinchiusi nel Lager di via Resia e vi resteranno fino alla Liberazione. Dobbiamo a Maria l’elenco manoscritto degli internati sottratto fortunosamente alla distruzione.
Gemma è l’unica di loro a non dare voce, nemmeno in sede di processo, a quell’esperienza vissuta che deve essere stata terribile, non solo per le violenze subite, ma soprattutto per l‘orribile peso delle violenze assistite.
Maria, invece, nonostante la sua timidezza, nel 1948 pubblica su un giornale locale la storia di quel breve viaggio, dalle macerie del carcere al Lager di Bolzano, ma lo racconta come se osservasse ciò che si svolge da dietro un vetro, un filtro che le permetta di mantenere una indispensabile distanza emotiva da quella colonna di prigionieri malconci, “esseri striminziti”, che attraversano come ombre la città innevata.