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QT n. 2, febbraio 2026 Servizi

Il Museo Diocesano che ha tentato di diventare agente culturale

Un libro in cui la direttrice Primerano ripercorre la sua esperienza alla guida di un’istituzione ecclesiastica che voleva aprirsi alla comunità tutta.

Domenica Primerano, Ripensare il museo. Il Museo Diocesano Tridentino, 1989 - 2021, SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo, 2025, pp. 184, euro 22.

“Un museo ecclesiastico può diventare un agente attivo di cambiamento culturale e sociale? Come si relaziona con una comunità composta da un puzzle di culture e fedi diverse? Ma, soprattutto, come affronta il pregiudizio di chi identifica nell’evangelizzazione forzata dei visitatori la sua missione? Assimilandolo a un museo d’arte per occultarne la specificità o valorizzando ciò che lo connota?”

Questi interrogativi, posti con forza e lucidità proprio all’inizio del libro, entrando subito in medias res, sono la chiave di volta del lavoro di Domenica Primerano, responsabile del Museo Diocesano di Trento dal 1989 al 2021. Un periodo esteso nel tempo, le cui fasi preliminari ed anche quelle successive inevitabilmente sfuggono ai più giovani, e non solo, che non hanno avuto l’occasione di seguire le vicende del museo, le sue trasformazioni e, passo dopo passo, le sue molteplici attività. Anche per questo l’autrice nella sua narrazione ripercorre quel tempo con sorprendente ricchezza di dettagli e non senza una comprensibile adesione sentimentale, tanto da farne un resoconto partecipe ed esauriente.

Il volume è stato edito sul finire del 2025; ma già in precedenza l’autrice aveva pubblicato in Arte Cristiana (settembre-ottobre 2020, pp. 394-398) una Relazione di fine mandato relativa al quinquennio di Presidenza dell’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani (AMEI), che nei fatti risultò una sorta di preludio alle riflessioni esposte in Ripensare il museo sul ruolo di questa specifica tipologia museale.

Non è certo fatto consueto che un direttore di museo si assuma l’onere di ripercorrere un’esperienza tanto complessa e di così lungo periodo: questo lavoro può essere apprezzato innanzitutto come un contributo alla memoria di una vicenda culturale di cura e valorizzazione del patrimonio artistico e storico svoltasi nel Trentino soprattutto a partire dai primi anni Ottanta del Novecento, e per quanto riguarda il Museo Diocesano intensificatasi negli ultimi due decenni, raggiungendo il suo culmine nel 2019 con la mostra L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia. Altre importanti esposizioni l’avevano preceduta, sia di carattere storico (fra cui Andrea Pozzo del 2009; Arte e persuasione del 2014) sia rivolte all’arte contemporanea e alle problematiche sociali.

Una lenta crescita

La fondazione del Museo fu promossa dal sacerdote Vincenzo Casagrande al principio del Novecento d’intesa con l’allora vescovo Eugenio Carlo Valussi (di cui era segretario) e con il consenso del capitolo della cattedrale espresso fra il 1902 e il 1903. Dapprima allestito al Seminario teologico, trovò una sede adeguata solo nel 1963 nel restaurato Palazzo Pretorio, l’antico Palatium Episcopatus, residenza vescovile posta accanto alla cattedrale. Dal 1973 al museo fu assegnata anche la custodia e valorizzazione della basilica paleocristiana di San Vigilio, posta al di sotto della cattedrale.

Un successivo, integrale restauro ultimato nel 1995 rese utilizzabili l’intero edificio consentendo la riapertura al pubblico il 13 maggio di quell’anno con un percorso espositivo che, a differenza di quello inaugurato nel 1963, limitato a pochi spazi, occupava tutto il palazzo, includendo il piano terra, la cappella palatina, l’ultimo piano e la sala alta del Castelletto.

L’allestimento e i criteri di presentazione delle raccolte vennero radicalmente rinnovati tenendo conto anche della riflessione di Franco Russoli, per il quale “Il museo non può essere unico e uguale ovunque, secondo generali princìpi standardizzati, ma nel rispetto di regole tecniche riconosciute le migliori dallo studio scientifico dei problemi di conservazione degli oggetti, deve assumere di volta in volta il carattere che il suo patrimonio e la sua storia esigono” (cit. a p. 36).

Per mettere a fuoco il nuovo percorso espositivo si rese necessaria la catalogazione di ciascun oggetto, il cui studio venne affidato a numerosi specialisti nelle diverse discipline. Oltre allo studio, fu anche necessario programmare la manutenzione e il restauro delle opere al fine della loro buona conservazione; i relativi costi vennero in gran parte sostenuti dall’Amministrazione provinciale di Trento. Insomma si tratta di un museo cresciuto nel corso del tempo, a volte con faticosa lentezza, dovuta a ragioni di vario genere, di cui l’autrice rende conto portando il lettore all’interno del microcosmo del tutto particolare di un museo “ecclesiastico”; e qui non si può fare a meno di rileggere l’incipit di questa recensione. La mission di tal genere di istituzioni culturali, piuttosto complessa, è stata messa a fuoco dalla Chiesa cattolica nella Lettera circolare sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici del 2001 che, fra l’altro, invitava i musei ad attivarsi per creare nella comunità cristiana “una coscienza critica”, tale da far maturare nel cittadino “il senso di appartenenza al territorio in cui vive” e favorire l’assunzione di responsabilità nei confronti del patrimonio storico-artistico (cfr. p. 36).

Il libro

Domenica Primerano

Va detto che il volume è dotato di un apparato di note ragguardevole e prezioso, perché ricco di rimandi bibliografici indispensabili a chi volesse formarsi nell’ambito della museografia e della museologia ma anche delle problematiche attinenti l’approccio al patrimonio culturale e quindi l’attività educativa svolta all’interno del museo a diretto contatto con gli oggetti d’arte. È questo uno dei temi portanti del volume: lo stesso titolo Ripensare il museo allude agli sforzi continui messi in atto da tutto il personale e dagli esperti appositamente convocati allo scopo di affinare sempre più le capacità comunicative dell’istituzione all’interno di una compagine sociale mutevole ed esigente.

Si è già accennato alla mostra L’invenzione del colpevole del 2019 che andò a rievocare il triste caso della morte del Simonino, di cui la comunità ebraica trentina era stata ingiustamente accusata nel 1475.

Dalla mostra e dal suo successo scaturì il progetto di renderla permanente, con una sezione in museo e con un itinerario in città dedicato ai “luoghi” del Simonino. L’iniziativa risultò vincitrice del Grand Prix, Premio Europeo per il Patrimonio Culturale/Europa Nostra Awards 2021 con la seguente motivazione: “Si tratta di un progetto di grande rilievo per il mondo contemporaneo, in quanto concorre alla formazione di un pensiero critico legato ai processi storici; utilizzando un metodo rigoroso, decostruisce un clamoroso caso di fake news del XV secolo. E svela i meccanismi che hanno condotto, attraverso la manipolazione della verità all’invenzione di una storia falsa. Il progetto, frutto di una forte collaborazione con molti ricercatori è un processo tuttora in corso, che avrà un seguito” (cfr. pp. 157-158). Nelle intenzioni di Domenica Primerano era prevista anche la riapertura della cappella del Simonino nella chiesa di San Pietro, chiusa nel 1965 quando venne abolita ogni forma di culto. Lo scopo era quello di inserirla in un percorso urbano educativo e informativo - insieme alle altre due cappelle dedicate al presunto “martire bambino” in palazzo Bortolazzi e in palazzo Salvadori con i suoi rilievi marmorei settecenteschi in facciata - riscattandola da uno stato di abbandono: la musealizzazione della cappella prevedeva comunque la sua apertura solo in occasione delle visite condotte da educatori museali.

Ma questo suscitò i timori e le proteste, rivolte direttamente all’arcivescovo di Trento, da parte di un’agguerrita frangia di cattolici che paventavano che la musealizzazione potesse riaccendere il culto per il Simonino; così il progetto non ebbe più seguito (cfr. pp. 162 - 171). Venne persa un’occasione unica per creare, sulla questione, presìdi chiarificatori, stabili e accessibili, nel cuore della città, accanto a quello assicurato dal museo con le sue opere d’arte. Il tutto sulla scia dell’eccellente mostra dedicata all’ “invenzione del colpevole”. E vennero a mancare quindi le condizioni che fin dal 1989 avevano consentito alla direttrice di “svolgere serenamente l’incarico affidatole”, tanto da indurla a rassegnare le dimissioni nel mese di agosto del 2021.

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