“Perfido”: dalla farsa alla tragedia?
Grande regalo alla mafia: una gestione del processo che mina la fiducia nella giustizia
“In nome del popolo italiano” è la scritta che campeggia nell’aula del Tribunale. Ma poi, nel concreto procedere dell’iter processuale, alcuni passaggi capziosi quando non palesemente illogici insinuano nel “popolo” il fortissimo dubbio che i riti celebrati nel palazzo di giustizia ben poco o nulla abbiano a che vedere con le proprie sacrosante esigenze di sicurezza e protezione dalla criminalità.
Il vulnus più evidente è venuto con il caso Macheda, ulteriormente chiarito dal dispositivo della relativa sentenza. Il punto è che in Cembra esiste una locale ‘ndranghetista, come certificato per ben tre volte in altrettanti procedimenti dalla Cassazione; e le (approfondite) indagini che hanno portato alle sentenze hanno individuato in Innocenzio Macheda il capo della locale.
Orbene, contro il capo non si farà alcun processo. Anzi, Macheda è libero come un fringuello, o meglio come un avvoltoio, perchè nel frattempo non ha certo dismesso – come peraltro ben sa il Tribunale - le sue attività.
Come è possibile?
In seguito a particolari scelte processuali (evidentemente ben azzeccate) dello stesso Macheda, il suo caso è stato separato da quello degli altri compari, in un filone processuale successivo e autonomo. E quando è giunto il suo turno i suoi avvocati hanno presentato richiesta di non luogo a procedere, in quanto Macheda, affetto da morbo di Parkinson, non potrebbe seguire con piena consapevolezza il processo, come certificato, sia pur con parole non definitive, dalla perizia della difesa. A questa perizia la Procura ha contrapposto quella di un proprio perito il quale, dopo una tortuosa serie di argomentazioni, alla specifica domanda del PM “L’imputato è in grado di seguire il processo, sì o no?” – ha risposto con un indiscutibile “Sì”.
Ma non basta. Nel frattempo Macheda ne ha combinata una delle sue. Come abbiamo già scritto nel numero scorso, il capo aveva spalleggiato un suo sottoposto, Saverio Manuardi, in un tentativo di estorsione di 7.000 euro effettuato ai danni di Oss Noser, presidente di una onlus presso cui lo stesso Manuardi aveva lavorato. Temendo di essere intercettato, Macheda si era presentato a Oss Noser senza dire una parola, ma ostentando un minaccioso cartello: “Paga quello che devi pagare e adempi a quello che devi adempiere”. Manuardi è stato colto in flagranza e arrestato, mentre per Macheda verrà aperto un apposito procedimento.
Il PM Davide Ognibene su questi fatti ha presentato una documentazione, ritenuta però inaccettabile dalla difesa di Macheda.
Che ha fatto la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Rocco Valeggia? Semplifichiamo le conclusioni: ha accettato i documenti dell’accusa, ma non li ha considerati una prova della veridicità dei fatti descritti; ha ritenuto attendibile la perizia medica della difesa e non quella dell’accusa; ha dichiarato Macheda prosciolto causa “incapacità irreversibile di partecipare coscientemente al procedimento”; e a questo punto gli ha tolto la custodia cautelare.

Ora è vero che la misura cautelare non può essere applicata a una persona non imputabile; se però è una persona pericolosa, può esserle applicata una misura di sicurezza. Il giudice dott. Valeggia deve aver valutato che la pericolosità di Macheda non è dimostrata.
Siamo curiosi di leggere le motivazioni, però i fatti sono fatti: un uomo già in carcere per nove anni per tentato omicidio; indicato come capo di una diramazione ‘ndranghetista; che in varie intercettazioni progettava stragi di intere famiglie (“pure i bambini”); che pur in custodia cautelare ha dato adito ad essere indagato per concorso in estorsione, orbene, costui è ora pienamente libero.
Cosa penseranno i valligiani di Cembra, presso i quali forte è la vulgata che “Perfido” è una montatura e la giustizia una burletta?
Cosa penserà Oss Noser che, minacciato, si è rivolto alle pubbliche autorità e queste si comportano come abbiamo visto?
Insomma, siamo in presenza di una giustizia che vive in un suo empireo, credendo di non doversi preoccupare dei risvolti sociali delle proprie decisioni. “Abbiamo fiducia nella giustizia” si dice sempre. Siamo sicuri che sia il caso, con queste sentenze? E ci si rende conto degli amplissimi spazi che così si aprono, dentro la società, al crimine organizzato?
Vogliamo sperare che la Procura impugni il proscioglimento e che l’Appello rimetta il processo nei giusti binari. Però intanto, tra le gente, il danno è stato fatto.
E questa è una tragedia.