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Forme rituali tra arte e comunità

“Festival Bellandi”

“Forme rituali”. Un tema che fa molto Festival Bellandi. Una rassegna che dal 2017 – allora ancora in forma di residenze – al Teatro di Pergine, finita la stagione “invernale”, AriaTeatro – con Chiara Benedetti alla direzione artistica – sempre più vuole come un momento di comunità e scambio. ove prosa e musica, arti sceniche e arte in generale, convivialità e compagnia si intrecciano. Così è stato anche per sette serate tra il 14 e il 26 aprile.

Un titolo, “Forme rituali”, arrivato quasi naturalmente dopo la selezione di diversi spettacoli che, pur con linguaggi differenti, condividevano una stessa tensione verso il rito come esperienza artistica e collettiva. Questo tanto nella parte teatrale (con spettacoli sul palco), che in quella musicale (con successivi concerti nel foyer o nel Sotterraneo Teatro Studio): una sezione, quest’ultima, curata da Iacopo Candela seguendo la stessa suggestione di quella portante. Ad esempio, con la dimensione sonora tra traiettorie ipnotiche, sonorità ancestrali e impulsi elettronici e psichedelici creata da Ongon con strumenti come guimbri, liuto e tamburo.

“People, place and things”

Il riferimento al rituale ha attraversato l’intera programmazione. Spettacoli che partono dalla rilettura “personale” di fiabe e favole tradizionali, come “The black’s tales tour” di Licia Lanera e “Cenerentola” di Zaches Teatro. Altri, invece, che assumono il rito come vera e propria struttura scenica: è il caso di “Mycelium”, con preparazione in scena dell’impasto del pane, dove il gesto culinario diventa metafora di femminilità e genitorialità, in un parallelismo tra mangiare e il partorire; oppure dell’atto psicomagico di Alice Melloni in “Alle perle piace l’acqua”.

O ancora di “La vita resistente”, che prende ispirazione dai rituali per costruire la propria narrazione.

Rispetto ad altre proposte dalla grammatica teatrale più strutturata (su tutti quella già citata di Licia Lanera), quella ideata e interpretata da Andrea Collavino e Marcela Serli rappresenta un curioso unicum all’interno del festival. Un progetto che non ha un testo, se non un canovaccio, delle tracce da seguire, un ritmo da rendere reale e informale, ogni volta in modo nuovo, davanti al pubblico. Con una buona dose di improvvisazione ben gestita da due bravi professionisti.

Ispirati dalla lettura de “La scomparsa dei riti” del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han, i due artisti hanno realizzato una partitura a due per più persone e personaggi che è un atto di condivisione simile a un rito, dove poter far emergere ricordi personali e privati. Si interrogano a vicenda su esperienze personali. Il battesimo, la festa dei 18 anni, i primi amori, le morti dei propri cari. Moltissimi aneddoti minuti su cui ridere o piangere.

Funziona? Di certo non è uno spettacolo di immediata fruizione. Non è lineare e quindi dà meno strumenti per essere decodificato. Non sembra recitato: il rapporto tra gli attori tra di loro e con il pubblico è molto informale, e questo a seconda di ciò che viene raccontato può suscitare una connessione sorprendente come risultare poco interessante. Ci vengono rivelate delle esperienze personali: e dopotutto la vita non è una recita, non è qualcosa di sempre altisonante, ma è spesso una somma di piccole cose. Che possono far male come consolare.

Una sorta di rituale catartico, un po’ come tutto il festival nel suo complesso. Non solo ciò che va in scena, ma anche tutto il dietro le quinte.

Un momento speciale di incontro con il pubblico e con le compagnie. Una rassegna pensata come una “coccola”, un’occasione per stare più vicini agli spettatori e ascoltarne le istanze, cosa che durante l’anno non sempre è possibile.

La struttura della manifestazione risponde a questa visione: gli spettacoli iniziano in orario anticipato per permettere al pubblico di fermarsi ai seguenti concerti. E – volendo – condividere il momento conviviale della cena.

Mangiare insieme diventa parte integrante dell’esperienza: non solo socialità, ma spazio di confronto, racconto e nascita di nuove collaborazioni. Perché, come evidenzia Chiara Benedetti, “spesso lì si semina quello che magari sarà il festival dell’anno dopo”.

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