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QT n. 6, giugno 2026 Cover story

Dolomiti Energia, acque agitate

Dalla quotazione alle concessioni idroelettriche, il problema è sempre lo stesso: quali mani sull'acqua?

Come avrete visto, se come noi siete appassionati della saga “Dolomiti: quotazione sì, quotazione no”, il dibattito politico si è spostato, senza soluzione di continuità, sulla questione delle concessioni idroelettriche. E ce n’è ben donde. Infatti la vera questione, che sta alla base di ogni decisione, è proprio quella: cosa vogliamo fare della nostra acqua? Siccome la confusione è di nuovo grande sotto il cielo, come è accaduto per A22 (e vedrete che tra le due questioni, mutatis mutandis si stanno apparecchiando similitudini che fanno accapponare la pelle), abbiamo deciso di provare a fare un po’ di ordine nelle varie ipotesi che si fanno sul futuro della nostra produzione idroelettrica.

Punti fermi

Il primo punto fermo è il 2029, quando le attuali concessioni (che abbiamo comprato da Enel ed Edison nel 2006) saranno andate tutte a scadenza, sia quelle già spirate e che hanno ottenuto una mini-proroga che quelle poche che ancora devono concludersi.

La centrale idroelettica di Santa Giustina

Il secondo punto fermo è che c’è già una legge provinciale che regola il futuro di quelle concessioni. Legge secondo cui abbiamo davanti tre opzioni: da una parte la gara dura e pura, dall’altra la creazione di una società mista pubblico-privato nella quale il privato dovrebbe comunque essere scelto con gara, oppure, come terza ipotesi, con un project-financing (il modello Autobrennero per capirci) che andrebbe comunque a gara e, come abbiamo dolorosamente imparato, senza prelazione per il proponente. Questa opzione viene sostanzialmente scartata da tutti.

Il terzo punto fermo è che gli altri scenari di cui si discetta allegramente possono verificarsi solo se verranno modificate le norme, dopo una difficile discussione con Bruxelles nella quale il governo ha in mente soprattutto la protezione dell’Enel e non primariamente la nostra che è in una situazione un po’ diversa.

Scenario numero uno

L’opzione numero uno è la gara. Nessuno la vuole. Non il nostro mondo politico, certamente non Dolomiti Energia, ma nemmeno il governo. Con la solita eccezione che invece a Bruxelles viene l’acquolina in bocca all’idea di costringere finalmente uno stato europeo a mettere sul mercato le produzioni idroelettriche. Non ce la sta facendo, va detto: vari stati europei hanno fatto numeri da circo per non mandare sul mercato le loro centrali. Dalla Francia, che ha praticamente rinazionalizzato Electricitè de France, all’Austria, che ha rinnovato concessioni lunghe 70 anni, con altre varie opzioni intermedie. Con noi però Bruxelles ha una carta davvero potente: quando abbiamo concluso gli accordi per farci dare 200 miliardi del PNRR, gli abbiamo firmato col sangue che avremmo messo sul mercato la filiera dell’idroelettrico. Ora che abbiamo incassato l’ultima rata dovremmo dirgli che no, abbiamo scherzato? Probabilmente sarebbe la volta buona che Bruxelles ci spara.

La centrale idroelettica di Santa Giustina

Nella gara l’unico nostro spazio di manovra è decidere quanto alti devono essere i canoni e, se siamo bravi a scrivere i bandi, anche quali garanzie sull’uso dell’acqua ci teniamo.

Vi raccontiamo subito quali sono i problemi che potrebbero sorgere con un esempio di vita vera.

Avete presente A2A, la multiutility lombarda che tanto ci assomiglia? Bene, A2A qualche anno fa ha vinto le concessioni per alcuni impianti idroelettrici della Sila. Non conosciamo i loro disciplinari di concessione, ma sicuramente sono state inserite clausole sul deflusso minimo vitale e su usi alternativi dell’acqua. Quindi tutto bene, finché non è arrivato il 2022, anno della grande siccità che bruciava i campi delle piane calabresi. A quel punto la Regione Calabria, spinta dai contadini, chiede che dagli invasi gestiti da A2A venga rilasciata più acqua, indispensabile per non far seccare i campi. A2A dice no. Dare l’acqua ai contadini calabresi voleva dire rinunciare a una parte della produzione idroelettrica proprio in un anno in cui anche quella soffriva le conseguenze del grande secco. Voleva dire guadagnare di meno. Quindi i campi restano a bruciare e la Regione trascina A2A in tribunale. Mesi che passano, produzione agricola che va in malora. Alla fine trovano un accomodamento precario. Tanto che nel 2023 il problema si ripropone, seppure in misura minore.

Questo è il tipo di problemi a cui si va incontro quando non ci sono mani pubbliche ben salde sull’uso dell’acqua.

Per ora questo problema noi non l’abbiamo perché, se serve, i soci pubblici possono ordinare a Dolomiti di rilasciare più acqua. Sono i padroni della concessionaria, visto che hanno in mano la maggioranza assoluta delle quote. Ma se questa concessionaria non fosse più Dolomiti? E poi, e riecco la quotazione, se Dolomiti è esposta alle fluttuazioni della borsa quante e quali pressioni tremende ci sarebbero all’idea di privare la società di una parte di utili?

In Borsa col turbo

Mentre noi discutiamo appassionatamente, in via Fersina (sede operativa di Dolomiti Energia), lavorano alacremente. E nonostante i dubbi, le richieste di chiarimenti e chi dice decisamente no alla quotazione, negli uffici si va avanti a testa bassa. Quindi si comunica ufficialmente, a metà maggio a Milano Finanza, la bibbia di chi vive in Borsa, che saranno Intesa San Paolo e Goldman Sachs a gestire il collocamento delle azioni.

Allora non vengano a dirci che la società non sta forzando la mano ai soci e al Trentino tutto. Perché se annunci che hai già trovato chi collocherà le azioni e chi gestirà la partita dal punto di vista commercial-burocratico, vuol dire che hai già deciso quale sarà l’aumento di capitale necessario e quante azioni metterai sul mercato (si parla ora del 22 per cento, partendo dal 30 per cento dichiarato mesi fa dall’amministratore delegato: chi ha deciso questa quota?). Vuol dire che sei all’ultimo step del processo di quotazione. E hai già pressoché concordato con i suddetti Intesa e Goldman che commissioni si prenderanno e con che tempi e modi le azioni saranno messe in vendita. Non lo fai se pensi che ci siano reali incertezze sull’operazione in sé, perché quella non è gente che perde tempo, e poi ti fa pesare le eventuali marce indietro. Oltre a costituire un altro tassello delle pressioni possibili per portare a termine l’operazione. Non possiamo fare cifre certe, ma lo sbarco in borsa ha un costo nell’ordine di qualche milione di euro. Con lucrose commissioni ai collocatori che faranno tutto quel che possono per non perderle.

E tutto questo mentre i veri proprietari di Dolomiti, cioè noi, non abbiamo ancora deciso. Non è rispettoso, questo comportamento.

Scenario numero due

La seconda opzione è la costituzione di una società pubblico-privata che gestisca l’intera filiera dell’idroelettrico.

Prima di spiegarvi pro e contro di questa ipotesi, dovete sapere che quando scadranno le nostre concessioni, la Provincia Autonoma di Trento - unica in Italia assieme a Bolzano ad essere proprietaria già dal 2000 di tutto il demanio idrico - riceverà dall’attuale concessionario, Dolomiti, il pieno diritto ad acquisire al demanio provinciale i cosiddetti beni bagnati (che sono le dighe, gli invasi, le condotte e tutto quello che ci sta intorno). In quel momento per la Provincia si aprirà anche un’altra possibilità unica: acquisire al patrimonio provinciale i cosiddetti beni asciutti (ovvero le centrali, le turbine, gli alternatori, i trasformatori e contorno). E li potrà acquisire ad un prezzo che non è quello di mercato, ma che sarà calcolato in base alle norme che regolano questo passaggio di proprietà davvero epocale. Qualche anno fa il costo dell’operazione era stato stimato in 350 milioni. Oggi sarebbero di più certamente. Ma calcolate che quei soldi andrebbero in buona parte a Dolomiti Energia, che ne è al momento il proprietario fino alla fine delle concessioni. E quindi quello che uscirebbe da piazza Dante, rientrerebbe dalla finestra in via Fersina. E, per inciso, alla fine la cifra sarebbe probabilmente vicina ai 500 milioni, di cui l’amministratore Stefano Granella ha detto di aver bisogno per lo sviluppo di Dolomiti.

L'amministratore delegato di Dolomiti Energia, Stefano Granella

Se la Provincia decidesse di prendersi le centrali succederebbero alcune cose davvero interessanti.

Primo: l’intera filiera di produzione idroelettrica sarebbe in mani pubbliche. Secondo: gli utili che quegli impianti producono finirebbero in buona parte alle casse provinciali. Come adesso, direte voi, visto che Dolomiti è al 70 per cento proprietà pubblica. Sì, ma non esattamente.

Intanto non avremmo mai più il problema delle concessioni. Infatti, la quota azionaria dell’eventuale società pubblico-privata che andrebbe costituita (di fatto la Provincia dovrebbe trovarsi qualcosa di simile ad un socio d’opera) potrebbe essere a scadenza, per una durata analoga a quella della concessione, se si decidesse di attivare la formula già contenuta dal 2007 nella legge provinciale. Una data già indicata nella gara per la ricerca del socio operativo il quale, a scadenza, dovrebbe restituire le azioni acquisite al momento della vincita della gara stessa, ad un prezzo calcolato su parametri stabiliti fin dall’inzio nell’atto di cessione delle quote/azioni.

In questo scenario va inserita però Dolomiti Energia. Che sarebbe ovviamente superposizionata in una gara per trovare un socio d’opera: chi meglio di Dolomiti conosce ogni rivolo e ogni valvola del nostro territorio? Aggiungiamo che questa, che resta una procedura di evidenza pubblica, come la chiamano i giuristi, e quindi soddisfa le condizioni di Bruxelles, sarebbe assai meno interessante per grandi gruppi energetici, perché gli utili che andrebbero al privato-socio sarebbero davvero molto meno di adesso e sarebbero anche fortemente condizionati dalle scelte politiche della Provincia, che deve tener conto di tutti gli usi dell’acqua, da quello energetico a quello agricolo, ma anche da parametri di sicurezza e di tutela ambientale, solo per dire dei principali.

Chi non sarebbe contento di questa bella ipotesi? Vi facciamo la lista.

In primis gli attuali soci privati di Dolomiti Energia, che si vedrebbero sfilare dalle mani la gallina dalle uova d’oro. Infatti, anche se Dolomiti fosse alla fine il socio d’opera, gli utili non sarebbero certo quelli di oggi. Per le casse provinciali invece sarebbe quasi una partita di giro.

Ma nemmeno i due grandi comuni proprietari, Trento e Rovereto, farebbero salti di gioia: la diminuzione degli utili di Dolomiti, perfino nell’ipotesi migliore e cioè che fosse sempre lei il socio d’opera, impatterebbe sulle casse comunali. È comprensibile quindi che non ci sia grande entusiasmo per questa forma di quasi-pubblicizzazione dell’idroelettrico. Tuttavia, qui ci permettiamo umilmente di buttar lì una considerazione dedicata ai sindaci dei due grandi comuni trentini. Se avete bisogno di maggiori entrate - e sappiamo che ne avete bisogno - scegliete la via maestra: battete i pugni sul tavolo in piazza Dante che vi sta semistrangolando con la scarsità dei trasferimenti, ma per favore non svendete l’acqua al privato per bypassare il problema.

Voi, cari lettori, avrete capito che questa ipotesi ci pare la migliore nelle condizioni date.

Scenario numero tre

Passiamo alle opzioni che stanno nella lista dei pii desideri.

La prima è la cosiddetta in-house. Proprio in questi giorni sta arrivando in Consiglio dei ministri la nuova norma di attuazione della Valle d’Aosta, che prevede la possibilità di una nuova formula, che viene chiamata in-house, cioè di una società totalmente pubblica che gestisce le nuove concessioni idroelettriche. Con questa formula, sia pur ambigua, l’ente pubblico si farebbe imprenditore adeguandosi alle leggi del mercato e quindi rispettando il dictat della concorrenza e tutto quel che ne consegue.

Dopo un po’ di ciance in libertà, però, tutti hanno capito che per noi, nell’attuale situazione di Dolomiti, non è possibile, per il banale motivo che la nostra società energetica non è al 100 per cento di proprietà pubblica, al contrario della società valdostana. E non vorremo mica infilarci nel cul-de-sac del “liquidiamo i privati”, vero?

Che poi anche Lombardia, Veneto e Friuli la perseguano è comprensibile: non hanno la proprietà del demanio idrico, ma solo la delega dallo Stato per gestire i prossimi rinnovi in base ai tre modelli previsti anche dalla nostra legge provinciale.

Su tutto ciò Bruxelles potrebbe avere parecchio da ridire e per questo molti - governo compreso - oggi stanno a guardare se questa norma passerà in Europa.

La partita si giocherà, come sempre, anche sul tavolo politico e su quanto la Lega, tanto per fare un nome, vorrà e potrà ottenere per loro dalla Commissione Europea.

Andasse bene il test valdostano, anche noi potremmo usare questa formula, ma vorrebbe dire partire da zero con una nuova società totalmente pubblica, lasciando a quel punto Dolomiti al suo destino di semplice venditore di energia (nonché gestore di servizi): non un brutto destino, sappiatelo, perché già oggi il ramo commerciale di Dolomiti produce - parole dell’amministratore - oltre il 50 per cento del fatturato. Anche se Stefano Granella tace sul fatto che gli utili invece vengono per l’80 per cento dalla produzione idroelettrica.

Ma quello che ci preme sottolineare qui è una cosa: noi, quando abbiamo negoziato sulla questione con Roma e con Bruxelles, molti anni fa, siamo riusciti a fare un miracolo: ottenere la demanialità e la possibilità di diventare padroni del nostro idroelettrico. Ma davvero vogliamo buttar via una cosa che, quando la guardano, fa luccicare d’invidia gli occhi degli Zaia di turno?

Scenario numero quattro

Siamo all’ultima opzione, la cosiddetta “quarta via”. E qui ci mettiamo subito le mani nei capelli. Seguiteci attentamente. La quarta via prevede che l’attuale concessionario, Dolomiti Energia, ottenga un rinnovo automatico delle concessioni alle condizioni attuali - con il contentino di un bel riaggiustamento dei canoni che vanno al territorio - in cambio di un imponente piano di investimenti condito di innovazione tecnologica e ambiente. Come dite? Sembra il piano fallito per A22? Anche peggio, perché non c’è nemmeno la parvenza di una gara pubblica com’era per l’autostrada, che contava sull’illusione della prelazione. E però questo piano ha gli stessi punti critici che ci hanno portato, con l’autostrada, a dover affrontare una gara pura e rischiare il collo.

La centrale idroelettica di Santa Giustina

Il ragionamento che si fa su questa ipotesi prevede che si verifichino due condizioni: primo, il governo decide di dichiarare la produzione idroelettrica strategica per la difesa nazionale. Da anni il Copasir, comitato parlamentare che si occupa della sicurezza nazionale, dice che l’energia è questione di sicurezza. Quindi è una condizione possibile. Non probabile e facile, ma possibile. E però qui va tenuto conto del fatto che al Copasir, quando parlano di sicurezza energetica, hanno in mente l’Enel, non Dolomiti. E le due situazioni si assomigliano, ma non sono uguali. Quindi non è detto che una soluzione cucita addosso all’Enel sia favorevole anche per noi.

Secondo, si deve ottenere l’ok di Bruxelles che dovrebbe passar sopra alla famosa firma col sangue fatta per il PNRR. Vale a dire che affidiamo il futuro della nostra acqua a fondamenta che non sono verificate e in parte anche altamente improbabili? E su questa base portiamo Dolomiti energia in borsa?

Sappiate che questo è il percorso preferito da via Fersina e, come avrete visto recentemente al Festival dell’Economia, anche da piazza Dante.

È un percorso bacato dalla stessa hybris che ha colpito Autobrennero: “Siamo così speciali che per noi Roma farà il diavolo a quattro”.

Abbiamo già visto che non è vero. Al contrario, Roma sfrutta la nostra sciocca supponenza per farsi gli affaracci politici che convengono al ministro di turno. Checché ne dica Pichetto Frattin, che al Festival ha promesso cambi normativi che sa di non poter garantire, solo per dare un assist politico/propagandistico al presidente Fugatti.

Conclusione

Ci siamo chiesti come sia possibile che si provino a ripetere gli errori fatti con A22. E vediamo due risposte.

La prima, forse la più pesante, è che per aprire la strada di una vera pubblicizzazione dell’idroelettrico, ci vuole coraggio, volontà politica e competenze. Non sembra ci siano né in piazza Dante né da parte dei Comuni proprietari di Dolomiti Energia. Meglio le scorciatoie che risolvono il problema adesso. Per il futuro si arrangi chi verrà.

La seconda è che dentro il “sistema Trentino”, di cui Dolomiti è probabilmente la stella più splendente, ci sono anche consistenti interessi privati. A cui l’ipotesi pubblica ovviamente, legittimamente, non piace. Gli fa perdere soldi. Volete che siano contenti?

Ma questi signori, di cui vi parliamo nel pezzo che segue, dovrebbero ricordare da dove vengono i loro soldi di oggi. Un po’ di amore per il Trentino, anche da parte loro, non guasterebbe.

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