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QT n. 6, giugno 2026 Cover story

Un affare per pochi

I soci privati di Dolomiti Energia spingono per la quotazione in Borsa

Sono i circuiti esclusivi dei grandi patrimoni trentini: si chiamano La Finanziaria trentina, ISA, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. A cui si aggiunge il socio inglese Equitix, fondo di investimento che ha comprato, qualche anno fa, il 5 per cento del capitale di Dolomiti direttamente dalla Finanziaria Trentina.

Quando parliamo di soci privati di Dolomiti Energia, è a questi signori che facciamo riferimento. Assieme detengono circa il 22 per cento delle azioni della società (si arriva al 25 con una piccola quota delle Cooperative e di tre Consorzi elettrici). Ma il loro peso in consiglio di amministrazione è molto ben rappresentato: su dodici consiglieri la proporzione gliene assegnerebbe tre. In realtà ne hanno cinque (di cui uno è anche vicepresidente di Dolomiti, l’amministratore di Finanziaria Trentina Massimo Fedrizzi).

Finora, formalmente, nessuna di queste entità ha detto la sua sull’operazione quotazione. Un silenzio che è stato notato. Ma basta leggere le opinioni rilasciate a ritmo continuo sui quotidiani per capire quanto la battaglia per spingere Dolomiti in borsa sia furiosa.

E ci pare che la spinta più vigorosa venga soprattutto dai veri grandi patrimoni privati trentini, riuniti nella Finanziaria Trentina (a cui ISA, che risponde al Vescovo come sappiamo, e Fondazione Caritro per ora sembrano accodarsi).

Lì dentro ci sono nomi noti. Citiamo dal consiglio di amministrazione: Matteo Lunelli, Lorenzo Delladio, Enrico Zobele, Antonello Briosi, Manuel Furlani, Diego Mosna, solo per darvi un’idea.

Dall’inizio di maggio abbiamo visto fiorire sui quotidiani locali lunghi pezzi di opinione che, man mano che la questione si incendiava, arrivavano, veementi, a dire che la quotazione è necessaria, che porterebbe vantaggi enormi, che non c’è una strada migliore di quella per far crescere la società. Su questo fronte si sono spesi, tra altri, sia Lorenzo Delladio (nella sua veste di presidente di Confindustria), che Diego Mosna.

Che c’è di male, da parte di imprenditori bravi e di successo, a dire la loro?

Nulla, per carità. Solo che, dopo aver magnificato i vantaggi della quotazione in borsa, avremmo gradito almeno una postilla che dicesse: “E noi comunque dalla quotazione ci guadagneremmo un vagone di soldi”.

Ve lo spieghiamo con qualche numero, ricavato dai bilanci della Finanziaria Trentina. La quale aveva pagato la sua quota di Dolomiti all’incirca 55 milioni più o meno nel 2008 (non stiamo a tediarvi con i passaggi azionari e societari che si sono susseguiti). Costavano un euro l’una e costituivano l’11,87 per cento del capitale societario.

Poi, nel 2021, Finanziaria Trentina ne vende una parte, equivalente al 5 per cento di Dolomiti, al fondo inglese Equitix per 47.850.000 euro.

Dal 2011, primo anno di cui abbiamo trovato il bilancio, ad oggi, Finanziaria Trentina ogni anno riceve circa tre milioni l’anno di dividendi. Totale, ad oggi, 45.000.000 (un anno più, un anno meno, abbiamo fatto la media).

Oggi la Finanziaria scrive in bilancio che il valore del 6,98% per cento di Dolomiti che le è rimasto (nel frattempo si è presa un bocconcino della quota che aveva l’AGS, partecipata del Comune di Riva del Garda, che la giunta Santi ha improvvidamente venduto) ha un valore all’origine di 34.481.435 euro. Calcoliamo circa 31 milioni di azioni, causa rivalutazioni varie.

Qui vi servono due numerini. Quando Finanziaria Trentina vende ad Equitix, nel 2021, le azioni di Dolomiti vengono valutate 2 euro e mezzo l’una. Oggi le azioni di Dolomiti vengono stimate 8 euro l’una. Quindi circa 31 milioni di azioni moltiplicati 8 ci dà… 248 milioni di euro. Parliamo sempre di ordine di cifre, i calcoli precisi dovrebbero farli i commercialisti.

Questo non ci impedisce di capire che i 55 milioni iniziali ne hanno fatti incassare finora oltre 90. E con quello che resta, andando in borsa, si farebbe un salto quantico, con annessa tentazione di incassare vendendo le proprie quote al momento giusto, considerando che il valore, se le concessioni svaniranno, potrebbe crollare.

E siccome il veleno è nella coda, dobbiamo ricordare un’ultima cosa.

Quando molti anni fa fu aperta la porta agli investimenti privati dentro il grande affare dell’idroelettrico, non fu un affare per tutti: a comprare le quote di Dolomiti Energia furono invitati soltanto pochi selezionati. I quali oggi farebbero miglior figura se, nei tanti editoriali, riuscissero ad esprimere una visione di lungo periodo e non una che, a voler essere maligni, sa tanto di prendi i soldi e scappa.

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