L’albero degli zecchini d‘oro
Ci sentiamo in dovere di dare ai lettori una notizia, che pur loro già conoscono: l’albero degli zecchini d’oro non esiste. Scontato? In tanti in questi giorni propagandano il contrario, e diversi sembrano crederci.
Stiamo parlando del can can attorno alla quotazione in borsa di Dolomiti Energia. Piazza Affari viene dipinta come l’Eldorado: basta entrarci e si viene ricoperti dagli zecchini d’oro. Ma, accidenti, siamo diventati tanti Pinocchietti per credere a queste favole? Eppure abbiamo intorno esempi che ci dovrebbero aiutare a vedere le cose: GPI dell’ex presidente degli industriali Fausto Manzana era recentemente entrata in Borsa; ora sta facendo le pratiche per uscirne; in passato ci sono stati casi anche più dolorosi. In soldoni (all’interno spieghiamo meglio): la Borsa serve per reperire capitali in grande quantità; che poi bisogna ovviamente ed assolutamente restituire, assieme a un bel gruzzolo di utili. Altrimenti il valore della società crolla fino ad annullarsi.
Insomma, la Borsa serve per far decollare imprese dalle solide basi, dalle grandi prospettive, disposte a rischiare.
Dolomiti ha queste caratteristiche? Le basi sono solidissime (utili eccezionali), ma nell’immediato, fino allo spirare, nel 2029, delle concessioni sullo sfruttamento delle centrali, poi si vedrà.
In quanto alle grandi prospettive, quelle le hanno i manager, che sognano di guidare una multinazionale e per questo sono disposti a rischiare (il capitale degli altri, ovviamente, si sa che i manager sono una categoria protetta, loro se ne escono sempre con mega liquidazioni); i grandissimi orizzonti li può avere, e giustamente, un’azienda privata; ma una società che gestisce un bene pubblico primario, perché mai dovrebbe rischiare? E perché dovrebbe infilarsi in un percorso in cui è obbligata a macinare utili, anche a costo di taglieggiare i dipendenti, gli utenti, e gestire la risorsa idrica, che invece ha molteplici funzioni, con l’unico obiettivo del guadagno?
Ci ripetiamo: all’interno approfondiamo il tema. Qui ci interessa un altro aspetto: come mai c’è gente che ci crede. Ovviamente ci sono i soci privati di Dolomiti, che con la quotazione guadagnerebbero subito un bel gruzzolone. E si tratta di personalità influenti, nomi che contano. Ma gli altri? Non crediamo che siano tutti babbei, o a libro paga. E allora?
Il punto è che siamo ancora nella stagione in cui crediamo che i soldi siano l’unico valore, l’unico metro di misura. Si pensava che la crisi bancaria del 2008-2009, l’attuale profonda involuzione della società americana, le disuguaglianze crescenti che intorbidano la nostra società e minano la stessa democrazia, portassero a un ripensamento del soldo come valore unico. Non è ancora così.
Non diciamo che si debba tornare al valore della sobrietà come caratteristica peculiare dei trentini, come ai tempi in cui c’erano i consiglieri provinciali che andavano al lavoro in bicicletta, con le mollette della biancheria a stringere il risvolto dei pantaloni. Ma tornare ad avere, loro e noi tutti, una visione d’insieme, comunitaria, per cui i soldi miei sono solo una parte del mio benessere; e magari, invece di ammirarlo e sognare di emularlo, nutrire una sana diffidenza verso il grande manager che si confeziona il principesco matrimonio da favola.
Insomma, comunità invece che avidità. Sarà allora più facile evitare la fine di Pinocchio.
