Gli scivoloni di Fratelli d’Italia
Fratelli d’Italia è in difficoltà, in tutta Italia. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha perso smalto, lo si inizia a leggere nei sondaggi. Al di fuori dei social su ogni tema la sua pochezza politica diventa evidente.
Mentre Roberto Vannacci, il generale di Futuro d’Italia, non solo aggrega fuoriusciti dalla Lega, ma struttura la sua presenza ovunque, anche sulle Alpi. La componente più razzista della destra italiana non è più soddisfatta né di Salvini, né di Meloni, sposa solo quanti vogliono imporre la remigrazione, che sia diretta o di seconda generazione.
In Trentino Fratelli d’Italia perde rappresentanza istituzionale. In Provincia dapprima la vicepresidenza, poi assessori regionali per arrivare in questi mesi nei consigli comunali, vedasi Riva del Garda. La causa di questo disagio viene fatta ricadere sulle imposizioni dell’assessora provinciale Francesca Gerosa, accusata di debole capacità amministrativa e nel suo ruolo di segretaria provinciale del partito di essere alquanto arrogante.

Per Fratelli d’Italia la situazione si presenta difficile anche in Veneto. Il partito dapprima è stato doppiato nei consensi dalla lega di Luca Zaia alle elezioni regionali.
A maggio, alle elezioni del Consiglio della Provincia di Belluno, Fratelli d’Italia è sparita. Certo, nelle province votano solo sindaci e consiglieri comunali, il consiglio eletto ha solo poteri di indirizzo. Ma è significativo che Fratelli d’Italia non abbia ottenuto nemmeno un seggio. Nella lista di destra i quattro eletti sono o leghisti o di Forza Italia. In questo caso grande accusato è il senatore Luca de Carlo, l’uomo forte del Veneto, presidente della Commissione agricoltura e sostenitore della legge ”caccia selvaggia” in discussione in questi giorni in Parlamento. De Carlo ha perso attrattività, come la sua collega Gerosa.

In provincia di Belluno va invece segnalato il deciso successo della lista “Futura – centrosinistra”, che porta a casa ben quattro consiglieri: l’eletta più votata in assoluto è risultata la sindaca di Pieve di Cadore Manushi Sindi (PD), un’albanese da tutti ammirata per la sua capacità di amministratrice e la sua preparazione.
Certo, la provincia rimarrà guidata dalla destra, ma il ridimensionamento di quest’area, in una zona montana, fa ben sperare.
Le débacles di De Carlo e Gerosa aprono sprazzi di speranza a un cambiamento politico di profilo nazionale. Anche perché, lo abbiamo visto in Trentino, sono sostenuti da un ministro non proprio illuminato come Francesco Lollobrigida.