Il Trentino e la dittatura del profitto
E’ molto importante il confronto che si sta svolgendo attorno alla quotazione in borsa di Dolomiti Energia. Perché investe questioni strategiche per il Trentino. Alcune sono state già messe in evidenza nel dibattito in corso, altre meno.
La prima è il mito del “mercato”, supremo elemento regolatore dell’economia, entità cui la società dovrebbe sottomettersi. Il discorso è questo: DE per svilupparsi ha bisogno di ingenti capitali, circa duemila miliardi, la quotazione in borsa li assicurerebbe, la maggioranza delle quote proprietarie rimarrebbe in mani pubbliche, gli utili generati dagli investimenti ricadrebbero sulla comunità.
Abbiamo già contestato questa visione della Borsa come albero degli zecchini d’oro, che elargisce soldi a gratis. Senza qui dilungarci in articolari tecnici, e byassando anche il cruciale momento p concessioni, il cuore del problema sta nel fatto che arbitro di DE non sarebbero più i proprietari pubblici, ma le valutazioni del mercato azionario: se il mercato dice No, il valore crolla. E il mercato, anche a prescindere dai giochetti speculativi, ha un unico metro di riferimento: gli utili, Dolomiti sarebbe costretta a macinare utili.
Questo cosa vuol dire? Che la risorsa acqua, che ha molteplici, vitali funzioni, per la società e il territorio, sarebbe obbligatoriamente destinata alla massimizzazione della produzione idroelettrica. Il Trentino consegnerebbe se stesso a Piazza Affari (o a Wall Street, se si realizzassero le fantasmagoriche previsioni di alcuni manager). Diritti dei lavoratori, esigenze del turismo, dell’agricoltura, sicurezza dell’ambiente, conterebbero zero, ci si mette in un meccanismo che stritola qualsiasi cosa ostacoli il dio profitto. E non il profitto del territorio, ma quello di una singola azienda. Sarebbe miopia assoluta.
Vediamo un caso, estremo ma esemplare, di una mentalità perversa eppur dominante. I bacini idroelettrici hanno anche una funzione di laminazione delle piene, ossia di contenimento delle acque in caso di piogge eccezionali. E’ la funzione che ha svolto la diga di Santa Giustina nell’alluvione del 1966, quando ha trattenuto le acque del Noce, impedendo che si sovrapponessero a quelle dell’Avisio, esondate dentro Trento. Ma per svolgere questa funzione occorre preventivamente svuotare, sia pure in parte, il bacino, ossia perdere soldi, magari tanti soldi se poi le piogge non saranno intense come previsto. E quale manager di una società quotata lo farebbe? Nessuno.
Si dirà, è un esempio estremo. Questo è il punto: tutto quanto deprime gli utili diventa estremo, improbabile, e quindi irrilevante. Tanto poi, a pagare sarà il territorio.

Qui si apre la seconda questione: il Trentino nel suo insieme. Come è noto, proprietari di Dolomiti Energia sono un gruppo di privati (che con la quotazione faranno i soldi, tanti e subito, poi si vedrà), la Provincia e i Comuni di Trento e Rovereto. Tralasciando i privati (che sono nomi che contano, e in questo discorso pesano) focalizziamoci su Provincia e soprattutto i Comuni delle due città. Mentre le centrali e le dighe sono invece nelle valli.
Vale a dire, con la quotazione i proventi andrebbero alle città, i rischi e gli oneri (per quanto riguarda agricoltura, turismo, ambiente) alle valli. La perdita di potestà sull’acqua sarà a carico dei comuni montani, che invece pensano (esagerano un po’, ma si possono capire) che l’acqua è loro, le dighe sono loro, gli invasi sono loro. E di colpo non lo sono più, tutto per dare più soldi a Trento ladrona. Altro che i contrasti (ridicoli) sull’orso!
Se si vuole accentuare la spaccatura tra valli e città, la ricetta è servita. Sarebbe micidiale per la tenuta dell’insieme del Trentino. Difatti le valli si stanno mobilitando. Anche nelle città (vedi il referendum anti-quotazione nello stesso Comune di Trento) le contrarietà crescono e si fanno sentire. Sarebbe ora che finisse il tempo del predominio assoluto dell’economia, dei mercati, dei manager.
P. S. C’è chi assicura che anche rispetto a una società quotata, efficaci organismi pubblici di vigilanza potrebbero utilmente regolamentare e controllare la gestione della risorsa idrica.
Non prendiamoci in giro: quando, attraverso la quotazione, l’assetto istituzionale e la cultura sottesa sono improntati alla massimizzazione del profitto, gli uffici di controllo possono poco o nulla (vedi l’attuale fine dell’Agenzia Protezione Ambiente).
Quando ai massimi livelli hai creato il buco, la pezza verrà travolta.