Il caso Seac-Efficient Building
Il 30 giugno scorso, proprio mentre il nostro giornale girava già sulla rotativa, è stata emessa a Matera la sentenza di primo grado sull’affaire Seac-Efficient Building-Laviano. Una sentenza pesante, che condanna per truffa allo Stato una serie di persone, tra cui un ex amministratore di Efficient, il prof. Alessandro Segale, ma soprattutto, per quel che veramente conta in via Solteri, faceva diventare sempre più evanescenti 40 milioni di euro usciti dai conti di Efficient/Seac.
Quei 40 milioni circa che ormai ballavano dal 2023, quando erano stati sequestrati preventivamente nell’ambito di un’indagine penale che diceva, in soldoni: “Avete fatto finta di fare lavori edili per avere i crediti fiscali previsti dal 110”. Crediti riscossi, ma lavori mai fatti, dicevano i pm. Lavori mai fatti ha detto il giudice Rosa Bia del tribunale di Matera. Da qui la condanna e la confisca dei quasi 40 milioni.
Per i più distratti ricordiamo che Efficient Building, società controllata da Seac, si era messa in pista qualche anno fa come general contractor per ricostruire un vecchio villaggio del terremoto dell’Irpinia, nel paese di Laviano. Un’operazione che, proprio per via del famigerato 110, doveva fruttare bei soldi. Un’operazione complessiva da più di 200 milioni di euro.
La casa madre Seac aveva anticipato alla figlioccia Efficient i milioni necessari a far partire l’operazione. La società aveva pagato le prime tranche dei lavori ai fornitori, ma secondo i giudici, tutte quelle fatture non corrispondevano a un cantiere in attività. Le casette da ricostruire erano moltissime, ma solo una decina erano state effettivamente iniziate quando Efficient Building aveva reclamato i 40 milioni di crediti fiscali. Una cifra di tutto rispetto anche per un colosso come Seac.
Il percorso delle indagini era stato tortuoso, ma in via Solteri speravano sempre che i giudici alla fine avrebbero accolto la loro versione dei fatti che, sostanzialmente, diceva: noi abbiamo pagato quei soldi come primo stato di avanzamento ai fornitori e quindi, secondo le norme, potevamo già richiedere i crediti.
I giudici non l’hanno vista così. Ma in via Solteri pensano che non tutto sia perduto e hanno già annunciato ricorso in appello, ricorso di cui ancora non si conoscono le tempistiche.

Nel frattempo, però, Seac si è portata avanti e ha degradato in bilancio i 40 milioni di crediti che vanta nei confronti di Efficient (per tutti gli anticipi finanziari forniti alla società figlia). Li ha dati per persi, insomma. Se poi l’appello dirà diversamente, meglio per tutti.
Nel frattempo, però, Seac ha dovuto aggiungere finanziamenti su finanziamenti perché Efficient potesse portare a termine l’operazione in Campania che, oltre a Laviano, prevedeva altri due grandi cantieri di ristrutturazione col 110 nei Comuni di Conza e Calabritto.
Il totale degli esborsi finora fatti arriva quasi a 100 milioni. Una parte verrà probabilmente recuperata sempre con crediti fiscali. Anche se non sarà più il 110 per cento di quanto speso, ma al massimo il 65, perché in questi ultimi tre anni il governo ha stretto i cordoni della borsa su questo tipo di operazioni. E quindi, di quanto speso negli ultimi due anni rimarrà scoperta una quota consistente. Che non sarà recuperabile. Per il banale motivo che chi aveva incaricato Efficient di fare i lavori, e quindi dovrebbe pagare quei soldi, è una piccola cooperativa sociale con un capitale di qualche decina di migliaia di euro che certamente non può andare in banca a chiedere decine di milioni di prestiti.
Tutto questo, dicono in via Solteri, non squassa la Seac. Solidità finanziaria assicurata, garantiscono i vertici. Intanto però il patrimonio societario di Seac risulta, da bilancio, dimezzato. E per sistemare almeno in parte i conti terremotati dalle operazioni in Irpinia, è stato necessario vendere qualche società che Seac controllava. Insomma, vendere argenteria di famiglia per pagare i debiti.
Quando a luglio sono stati pubblicati i bilanci societari anche la politica si è fatta sentire. Con tutti i possibili distinguo (“E’ una società privata, non possiamo dirle cosa fare”) alcuni consiglieri provinciali, con voce bipartisan, hanno detto “Occhio, Seac non è un soggetto indifferente per l’economia trentina”.
Non lo è per dimensione e numero di persone che ci lavorano e per tutte le ramificazioni che la sua dimensione comporta.
Il più diretto, come sua abitudine, è stato il consigliere di maggioranza Walter Kaswalder che ha detto, papale papale: “Qualcuno deve prendersi la responsabilità di questo fallimento da 40 milioni” (che poi in realtà alla fine, se la società dovesse perdere anche nei futuri gradi di giudizio, sarebbero di più, perché ai 40 ad oggi molto incerti si aggiungono con certezza quelli che non saranno recuperati per il passaggio dal 110 al 65 per cento dei recuperi fiscali).
In questo quadro il consigliere del PD Andrea de Bertolini aggiunge un elemento molto inquietante. Secondo de Bertolini dentro il gruppo Seac si sta anche ragionando su una possibile frammentazione delle società dividendo l’attività tipica di software gestionale da altre, in particolare quella immobiliare/crediti fiscali. Con la possibilità adombrata dal consigliere che una parte delle attività venga trasferita fuori provincia. Cosa che comporterebbe perdita di posti di lavoro e perdita di entrate fiscali per la Pat. A questo punto chi ha in mano il pallino sono i veri proprietari di Seac, i commercianti trentini riuniti nell’Unione Commercio Turismo Servizi, che è socia di maggioranza di Seac. Decideranno di fare qualcosa?