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Giustizia internazionale: un'utopia?

Donne in nero

L’8 agosto 1945, alla fine del secondo conflitto mondiale, i paesi vincitori istituirono il Tribunale di Norimberga per giudicare gli efferati crimini commessi dal regime nazista, senza considerare i crimini commessi dagli eserciti alleati. Il Tribunale emise 12 condanne a morte per impiccagione, stabilendo un principio fondamentale: l’aver commesso il crimine in esecuzione di un ordine di un superiore gerarchico o del governo non esclude la responsabilità individuale. A questo concetto lavorò in seguito la filosofa Hannah Arendt: l’individuo, anche quando è solo un ingranaggio di un regime totalitario, è responsabile del male che provoca.

Negli anni ’90, di fronte al dilagare delle guerre balcaniche e al genocidio in Ruanda, con Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, vennero istituiti due Tribunali Speciali, quello per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e quello per il Ruanda. Fu bandita la pena di morte per i responsabili, nel rispetto della Convenzione Europea dei Diritti Umani e della Convenzione Americana sui Diritti Umani. Nel 1998, a Roma, venne costituita la Corte Penale Internazionale (CPI) con un Trattato multilaterale, oggi sottoscritto da 125 stati tranne USA, Israele, Russia, Cina, India.

La CPI ha giurisdizione su persone appartenenti agli stati firmatari ma, a determinate condizioni, può decidere per delitti “inumani” perpetrati in aree geografiche o per mano di persone non appartenenti allo stato aderente (vedasi i mandati di cattura per Putin e Netanyahu). Se quando fu creata si pensava che la Corte dovesse funzionare solo verso stati non democratici, oggi la CPI può intervenire sia nel corso dei conflitti, sia quando gli stati firmatari non vogliono o non possono perseguire i crimini. L'attività della CPI ha bisogno della collaborazione degli stati per funzionare, sia per il finanziamento (stipendio dei giudici, spese di cancelleria e gestione degli immobili), sia di cooperazione per la cattura degli indagati. Ha inoltre bisogno che ogni stato adotti una legge di cooperazione (recentemente la nostra è stata oggetto di censura da parte della Corte Costituzionale) e di coordinamento: ad oggi l'Italia non ha inserito nel codice penale i crimini contro l'umanità, né adeguato le norme generali sulla giurisdizione universale, cioè il potere di un tribunale nazionale di giudicare gravi crimini a prescindere dal luogo del fatto o dalla nazionalità di autore e vittima. L’Italia, a differenza della Germania, non avrebbe mai potuto giudicare e condannare in poco tempo per crimini contro l'umanità i funzionari del regime siriano assolvendo al diritto tempestivo di giustizia e verità delle vittime del regime di Assad.

Oggi la giustizia internazionale è sotto attacco. Putin ha emesso mandati di arresto contro il Procuratore Capo della Corte ed altri funzionari; Trump ha promulgato sanzioni economiche e divieto di visto di entrata negli Usa nei confronti di otto giudici della Corte, di tre funzionari e della Rapporteur Speciale per la Palestina Francesca Albanese. Alcuni stati hanno annunciato l'uscita dallo Statuto di Roma (salvo poi, come in Ungheria, revocare la decisione di Orbàn); altri non collaborano negli arresti degli indagati, addirittura invitandoli nel paese. È stato accertato che il Mossad per nove anni ha spiato, sorvegliato, minacciato la procuratrice che indagava su Netanyahu. Con ogni mezzo si cerca di ostacolare il funzionamento della giustizia internazionale: con una Lettera Aperta (22.5.2025) alcuni stati, capofila Italia e Danimarca, hanno scritto alla Corte Europea dei Diritti Umani accusandola di aver “limitato la nostra capacità di prendere decisioni politiche nelle nostre democrazie [e] influenzato il modo in cui noi, in qualità di leader, possiamo proteggere le nostre società democratiche e le nostre popolazioni”. La politica allontana la giustizia internazionale: ufficialmente perché intralcia i processi di pace, ma sostanzialmente perché, nella situazione palestinese, tutti potrebbero essere accusati di concorso in crimini contro l'umanità o di genocidio.

Si sostiene che la CPI non funzioni, sia lenta nelle decisioni, che sia utopico credere nella giustizia. Quale alternativa al diritto? L’uso della forza? La ragione di stato insofferente ad ogni vincolo? Nel corso degli ultimi 80 anni, pur nella imperfezione delle procedure e di scelte talvolta di segno opposto (il rinvio sine die, per mancanza di fondi, delle indagini sui crimini commessi dall’esercito USA in Afghanistan), il diritto penale internazionale dà un nome alle atrocità, ristabilisce in uno spazio pubblico (ora che anche le vittime hanno diritto di partecipare ai procedimenti) una verità (giuridica, non sempre coincidente con la verità storica), raccontando quello che è successo; seleziona le responsabilità individuali, condizione indispensabile per un processo di pace, sanziona.

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