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Economia e potere: dove ci porta il voto

Privatizzazioni, enti pubblici, lavoro flessibile, tipo di sviluppo: le grandi scelte del Trentino dopo le elezioni. Confronto con imprenditori, sindacato e i due maggiori candidati a presidente (o meglio uno; l’altro - Lorenzo Dellai - non ci sta).

Dovrebbe essere l’economia in senso lato - intesa come scelte di sviluppo, rapporti sociali, ambiti di potere - l’argomento principale delle elezioni. In questa campagna elettorale non ci sembra che sia così, se non per il micro-dibattito sul sì o no alla PiRuBi.

Per parte nostra apriamo la discussione su tali temi, partendo dai documenti elettorali presentati dalle forze organizzate della società: da una parte i sindacati, dall’altra il Coordinamento Imprenditori (che riunisce Confindustria, Artigiani, Albergatori, Federazione Cooperative, Unione Commercio).

Carlo Andreotti.

Di qui l’idea di confrontare le proposte delle associazioni con i programmi dei candidati alla presidenza della Provincia, attraverso le interviste ai leader dei due poli, Carlo Andreotti e Lorenzo Dellai.

Tenendo presente che, nel valutare i due candidati, oltre alle parole contano anche i fatti, essendo entrambi già stati per cinque anni al vertice della Pat; per cui è doverosa un breve giudizio comparato dei due quinquenni.

Andreotti, divenuto presidente nel ’93, quando ancora primo partito era l’agonizzante Dc, risultò condizionato dal clima politico di allora, di aperta transizione, e ancor più dalle turbolenze del suo stesso partito, il Patt, in cui l’allora boss Franco Tretter sistematicamente gli metteva i pali tra le ruote perché non ci fosse altro leader all’infuori di lui. A questa situazione Andreotti aggiunse di suo l’irresolutezza nell’affrontare i problemi, e la tendenza a galleggiarvi sopra ("sughero" è stato il felice soprannome): di qui una legislatura pulita, praticamente senza scandali né prevaricazioni, ma che concluse poco, con la politica passata in secondo piano, e la Provincia gestita dai dirigenti.

Anche Dellai iniziò male, pasticciando a livello politico (proprio lui, che in questo è un maestro!) e riducendosi a ostaggio dell’ostruzionismo di opposizioni dal dente avvelenato. Poi però il nulla del centro-destra ne incrinò la compattezza, il presidente ebbe più margini e potè dispiegare il decisionismo suo e l’efficienza del braccio destro Grisenti. Di qui tutta una serie di provvedimenti ed opere, molte dalle motivazioni prevalentemente clientelari; ma anche decisioni strategiche lungimiranti, come l’aver puntato sull’Università. Il tutto però improntato alla costruzione di un potere sempre più personale, con la brutale riduzione dell’autonomia della struttura provinciale (altro che separazione fra il ruolo del politico e quello dell’amministrazione!) e il sistematico controllo delle società parapubbliche attraverso uomini di strettissima fiducia.

Questo il passato dei due contendenti. Cui qui cediamo la parola.

Purtroppo ci risponderà il solo Carlo Andreotti. Dellai ha in pratica rifiutato l’intervista. Come del resto sistematicamente fa dal lontano ’96, da quando, allora sindaco di Trento, gli rinfacciammo i suoi rapporti con lo speculatore Tosolini (vedi E anche la giunta Dellai fu tentata da Tosolinin° 7 del 30.3.96). Questa d’altronde è una delle caratteristiche del personaggio: la disponibilità a confrontarsi solo con chi gli dice di sì.

Con Carlo Andreotti (candidato del centro-destra, oltre che di un suo neo-partitino autonomista) partiamo da uno dei temi di fondo dei documenti sindacali e del manifesto degli imprenditori: il "Trentino della qualità", cui dovrebbero essere orientate le scelte dello sviluppo.

Ottima cosa, però quando si scende nel concreto...

"Eh sì, allora sorgono i problemi. La qualità è indispensabile in un territorio come il nostro; ma questa è solo la premessa. Faccio un esempio per scendere nel concreto: quando ero Presidente dell’Università puntavo appunto sulla sua qualità, sull’internazionalizzazione...".

Beh, veramente della sua presidenza si ricordano soprattutto gli scontri col mondo accademico...

"Perché io ricordavo che i docenti devono essere al servizio degli studenti e del territorio, e non viceversa. Questo era un discorso per avere qualità. E ricordo come con Roma avessi messo in chiaro che qualsiasi cosa potesse fare l’allora costituenda università di Bolzano, poteva farlo anche quella di Trento: il bi-trilinguismo, le doppie lauree, insomma l’apertura internazionale. E l’internazionalizzazione è stata una costante del mio quinquennio, ‘portare il Trentino in Europa’: ed ecco quindi l’ufficio a Bruxelles, i rapporti, la scuola, la ricerca a livello europeo".

In questa tendenza non c’è differenza con Dellai.

"Dellai, come maestro del fare, ha percorso, sia da sindaco come da presidente, una strada da me aperta. Salvo mettersi a demonizzare il progetto dell’Euregio".

Ma era una cosa tutta rivolta al passato, con una connotazione da Schützen!

"In parte è vero. Ma la sostanza era l’internazionalizzazione, l’apertura della nostra piccola realtà a quelle circostanti. E’ in questo contesto che si possono valorizzare le nostre realtà migliori: e qui torniamo all’università e alla ricerca. Con i vari istituti che interagiscono troppo poco tra loro, e poco pure con il territorio. Come Polizia e Carabinieri: invece di interagire, tendono ad essere gelosi".

Gli imprenditori vorrebbero una contiguità fra ricerca e realtà produttiva locale: è d’accordo, o lo trova un vincolo discutibile?

"Sono d’accordo. Prendiamo come esempio il legno: dovremmo essere la capitale mondiale della ricerca sul legno, sulle tecnologie correlate, sulla sua valorizzazione negli arredamenti, nelle architetture. E invece niente: a San Michele c’è un Istituto del legno, ma nessuno lo sa. L’Irst svolge ricerche sui materiali; ma non sul legno".

Veniamo ora ad una delle scelte dirimenti sul conclamato ‘Trentino di qualità’: PiRuBi, terza corsia, interporto. La PiRuBi la si fa per convogliare le merci extraregionali, che poi intasano l’A22 (terza corsia) ma fino a Salorno, perché a Nord i Tir non li vogliono. Ed ecco allora l’interporto a Trento nord, coi Tir che balzano sui treni. Solo che un Tir che manovra inquina 6-7 volte di più di uno che transita (vedi Il futuro che vogliono prepararci).

Perché il Trentino dovrebbe volere un inquinamento 6-7 volte maggiore di quello che le altre regioni alpine rifiutano? Questo non è il modello di sviluppo alpino, è quello veneto, per di più trapiantato tra le montagne. Che senso ha? E lei, non viene a trovarsi in rotta di collisione con il senso profondo dell’autonomismo trentino?

"L’Interporto, come l’industria, ha dei limiti fisici dovuti al territorio: più di tanto non potrà espandersi".

E perché allora convogliate i Tir del Veneto e della Turchia da noi? Perché in questo non seguite Durnwalder?

"Io non mi sono mai scaldato né a favore né contro la Valdastico. La considero un’arteria importante nei rapporti tra il Trentino e il Nord-Est, con cui siamo collegati dalla sola Valsugana. Né possiamo adibirne la ferrovia sia a metropolitana sia a trasporto merci. In realtà le merci continueranno a passare per Verona".

Ma in quest’ottica, la PiRuBi a che serve? A collegare Rovereto a Schio? E chi la paga? Chi ne sosterrà i costi di gestione?

"Sono assolutamente contrario a che vengano spesi soldi del bilancio provinciale per la Valdastico."

Saranno sempre soldi sottratti al più decisivo potenziamento della linea del Brennero.

"No, penso saranno capitali della Serenissima. Ma il punto è che a questa realizzazione, non è giusto attribuire significati distruttivi o salvifici, come stanno facendo le opposte fazioni".

Gli imprenditori premono perché la pubblica amministrazione prosegua nelle esternalizzazioni dei servizi. Non c’è qualcosa - o molto - da rivedere, visti alcuni risultati, come le condizioni dei lavoratori del Mart (vedi Lavorare al Mart: vita da precari)?

"Certo. E aggiungerei anche il caso delle pulizie degli uffici pubblici, o la gestione delle mense. Questi sono campi in cui è giusto lasciar spazio all’iniziativa privata; però bisogna studiare dei meccanismi per effettuare controlli veri, e soprattutto per togliere il massimo ribasso nelle gare di appalto, e invece porre come centrali il rispetto rigoroso delle norme sindacali, il tipo di contratto di lavoro, la qualità del servizio".

Anche in Trentino la flessibilità del lavoro è avanzata impetuosamente: l’80% dei nuovi contratti sono atipici, i co.co.co. sono 17.000. Non è che stiamo trasformando la flessibilità in precarietà?

"E’ una dinamica che mi fa paura. Dobbiamo stare attenti a non passare da un sistema in cui la regola era il posto fisso, a uno in cui la regola è il posto precario. Invece la flessibilità deve anch’essa comportare un sistema di garanzie. Tutto questo si realizza se nel lavoratore è stata promossa (cosa che spetta anche a noi) la professionalità; e se le aziende puntano a lavorazioni di qualità. Perché queste ultime presuppongono un rapporto continuativo con il lavoratore".

Uno dei punti su cui imprenditori e sindacati stanno convergendo è quello della sicurezza sul lavoro attraverso un comune lavoro di formazione.

"E’ un aspetto positivo, maturato in questi ultimi anni. Il tema della sicurezza sul lavoro è uno degli impegni che mi sono preso, inserendolo di mio pugno fin nella prima bozza del mio programma. La strada della concertazione con imprese e sindacati è quella giusta, su cui proseguire."

Il tema del lavoro, magari in pessime condizioni, ci porta a quello degli immigrati...

"Dobbiamo stare attenti a non snaturare il Trentino. Io non sono contento della frase ‘fanno i lavori cui i trentini non si adattano più’: è la prova disarmante della richiesta di lavoro dequalificato; oppure di lavoro qualificato, ma i cui profili professionali in Trentino non si trovano. Allora, il primo discorso lo si affronta puntando - ancora - sulla qualità della produzione e del lavoro; il secondo con l’adeguamento della formazione professionale, attualmente troppo slegato dalle richieste delle imprese."

Altro punto evidenziato dagli imprenditori è quello delle privatizzazioni. Eppure anche qui, a fianco di alcuni risultati positivi, ce ne sono altri pesantemente negativi: le poste privatizzate sono peggiorate, l’energia ci regala i black out notturni, nelle ore di minimo carico ecc.

"Forse perché siamo ancora in una fase pionieristica. Il limite delle privatizzazioni è che alcune sono false: sostituiscono il monopolista privato a quello pubblico".

Quindi, non è il caso di stare attenti? Prendiamo un caso di prossima discussione in Trentino: la privatizzazione dell’acqua (Acqua: patrimonio in svendita?).

"Sull’acqua starei non attento, attentissimo: ci sono dei beni primari su cui la privatizzazione non è opportuna. Intendiamoci, alle privatizzazioni sono favorevole: ma con la massima attenzione al come, alla gradualità, e soprattutto al non creare monopoli".

In Trentino però noi abbiamo già delle situazioni anomale: con Trentino Servizi (ex Sit) Trentino Trasporti (ex Atesina) e Informatica Trentina, che sono spa in mano agli enti pubblici. E per di più gestite tutte o quasi da uomini vicinissimi al Presidente Dellai. Con la politica generale della Pat - vedi inceneritore - che viene orientata per far fare il business a queste società (Chi vuole imporci l'inceneritore). Ma che privatizzazioni sono mai queste?

"Questa è una lobby. In Trentino in effetti non è mai esistita una tale concentrazione di potere in mano di pochi. Ad esempio, a capo di Trentino Servizi c’è l’amico di Dellai Giovannini, la cui moglie è capolista della Margherita. E poi la Provincia gestisce la questione inceneritore in maniera scandalosa: progetta un inceneritore da 330.000 tonnellate quando il Trentino ne produce 280.000, che conla raccolta differenziata dovrebbero diventare 140.000! Dellai dovrebbe avere il coraggio di dire: ho fatto un accordo con Brescia per impiantare un business dei rifiuti gestito assieme a Trentino Servizi. Qui c’è un conflitto di interessi pari a quello di Berlusconi. Solo che la sinistra sta zitta".

E lei cosa propone? Di vincere le elezioni, certo. E poi? Sostituire agli amici di Dellai il suo amico avv. Todesca (vedi L'uomo di Carlo Andreotti sul n° 13 del '97)?

"Magari sì, ci sarà Todesca. Non mi scandalizzo se un manager è contiguo al presidente. Quello che non mi va bene è la concentrazione di incarichi: vedi il segretario generale della Giunta, Duiella, persona degnissima peraltro, che è contemporaneamente a capo di molteplici Consigli di amministrazione di società formalmente private. Invece io a Todesca non ho mai fatto cumulare cariche; e poi è l’unico ‘amico’ che ho..."

Per quello, anche Malossini ha degli amici, e gli altri di Forza Italia, e i leghisti...

"No. Non faremo la lista degli amici, ma delle persone capaci. E che non siano contemporaneamente dirigenti della Pat: adesso abbiamo dirigenti come Dalmonego e Postal, peraltro anch’essi bravissimi, che sono a capo di Informatica Trentina. Quindi dipendenti di Dellai, a capo di un’azienda privata fornitrice della Pat: contemporaneamente controllati e controllori, committenti e fornitori. Si è mai vista una cosa del genere? Il significato della mia candidatura è soprattutto una reazione contro questo andazzo".

Lei però queste cose le dice solo a noi (Andreotti contro Dellai: per fare che?). Fuori dalle pagine di QT questo non è un tema della sua campagna elettorale.

"Mah, è il mio carattere. Cerco di non esacerbare i toni, di non arrivare allo scontro frontale".