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Fecondazione assistita: perché il referendum

Una brutta legge, ma anche la difficile navigazione fra due opposti integralismi.

In tema di fecondazione assistita occorre partire da alcuni presupposti che dovrebbero essere condivisi da tutti a prescindere dalla propria visione del mondo. Innanzitutto bisogna chiarire che nessuno si sogna di sostituire il metodo naturale per concepire un figlio con la fecondazione in vitro o con altre tecniche. Nessuna coppia si rivolge alle tecniche artificiali tanto per provare, per sport o per divertimento, ad avere figli in un modo strano, non avendo alcun problema di generare una vita attraverso il rapporto sessuale.

Chi ricerca questa possibilità medica lo fa perché costretto, perché ha gravi problemi di fertilità oppure perché corre gravi e sicuri rischi di generare figli con malattie genetiche spesso incurabili e altamente invalidanti. Almeno per ora nessuna donna ricorre alla fecondazione assistita, che tra l’altro implica pesanti trattamenti ormonali, interventi invasivi e almeno un’anestesia totale, per avere un figlio biondo e con occhi azzurri: è bene chiarire che la scelta di affidarsi alla medicina non è un capriccio, un atto di egoismo, ma nasce da difficoltà e sofferenze che non possono essere derise o trascurate.

Occorre comprendere, per esempio, il dilemma di chi sa che il proprio figlio con molta probabilità nascerà malato: rinunciare per sempre alla maternità e alla paternità, sperare nella buona sorte o accettare la malattia del figlio, oppure cercare di farlo nascere sano?

Prima di discutere sul tema della procreazione assistita e sulla nuova legge adottata dal Parlamento italiano, occorre avere un sentimento di dialogo e di rispetto per quella donna e per quell’uomo che sono, loro malgrado, in una situazione difficile e dolorosa.

Fatta questa premessa è anche legittimo chiedersi se per ottenere il risultato di avere un proprio figlio e un figlio sano, si possa attuare ogni tipo di tecnica, superando qualsivoglia limite.

La legge 40/2004 sulla procreazione assistita, che fin da subito ha suscitato polemiche da parte di chi ne ha auspicato miglioramenti o da chi la vuole abrogare, in tutto o in parte, per via referendaria, non è una buona legge, anche se ha colmato un lungo e pericoloso vuoto normativo. Il cardine della legge risiede nell’articolo 1, che "assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, in particolare del concepito". Anche l’embrione in provetta, dunque, è considerato un "soggetto titolare di diritti".

E’ noto che nelle normali tecniche di fecondazione in vitro vengono formati numerosi embrioni e non tutti vengono impiantati nell’utero della donna: sono i cosiddetti embrioni sovrannumerari che fino ad ora venivano conservati a bassissima temperatura, per essere utilizzati di nuovo in caso di intervento non riuscito. Gli estensori della legge, facendo propria la tesi secondo la quale gli embrioni sarebbero esseri umani a tutti gli effetti, hanno proibito la conservazione degli embrioni sovrannumerari (gli embrioni possono infatti essere formati in numero massimo di tre ed esclusivamente in vista dell’impianto) e ogni tipo di diagnosi e valutazione pre-impianto, impedendo completamente ai portatori sani di malattie genetiche l’accesso a queste tecniche e la conseguente possibilità di avere figli sani.

Nel caso di coppie portatrici di malattie genetiche la procreazione assistita viene utilizzata normalmente per selezionare gli embrioni sani attraverso la diagnosi pre-impianto: gli embrioni sani vengono impiantati, quelli malati sono eliminati. Per questa legge invece è obbligatorio impiantare anche embrioni malati, salvo poi essere concesso di abortire un feto già formato e differenziato.

Altri punti spinosi sono il divieto della cosiddetta fecondazione eterologa (in cui compare un donatore o una donatrice di gameti estranei alla coppia) e l’impossibilità di ricavare dagli embrioni sovrannumerari congelati le cellule staminali: questi embrioni per ora saranno conservati.

Fin da subito, e soprattutto dopo la pubblicazione del decreto attuativo, da più parti si sono invocate modifiche parlamentari della legge. Questa sarebbe sicuramente la via migliore, ma nell’attuale Parlamento ogni modifica sembra impossibile e convince davvero poco la proposta di emendamento alla legge lanciata da due parlamentari di Forza Italia.

Rimane la via referendaria, parziale forse e con alcune controindicazioni (rischio di spaccare ancora una volta il paese tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici, possibilità di non raggiungere il quorum o di ricreare un vuoto normativo), ma tuttavia l’unica capace almeno di far discutere cittadini e opinione pubblica se non di raggiungere l’obiettivo di cambiare la legge.

I quesiti per i quali si raccolgono le firme sono cinque: uno, promosso dai Radicali, prevede l’abrogazione totale della legge, mentre gli altri quattro (sostenuti dalla sinistra, da Cgil e Uil, Di Pietro, alcuni esponenti di centro destra e associazioni varie) propongono abrogazioni parziali su punti sostanziali della legge. Le firme vanno raccolte entro il 30 settembre altrimenti se ne riparlerà fra tre anni, a causa delle elezioni politiche del 2006.

Fin qui i problemi riguardanti la legge e il referendum.

E’ opportuno però fare altre riflessioni che esulano dal piano prettamente politico ma che sono indispensabili per capire la profondità e la delicatezza della posta in gioco anche per il futuro.

Al centro della legge incontriamo la tutela dell’embrione (considerato il soggetto più debole e quindi da salvaguardare di più) che supera gli altri soggetti coinvolti, come la coppia. L’equiparazione fra embrione non impiantato e persona a tutti gli effetti, e il riconoscimento giuridico dell’embrione come soggetto umano con pieni diritti, generano problemi su problemi; e possono portare ad affermazioni molto discutibili, come si può leggere in un banner del sito del Movimento per la vita che esalta la legge 40, una legge "che impedisce di uccidere deliberatamente fino a 9 vite umane per avere un bambino in braccio e che impedisce alle donne di diventare madri di un bambino e insieme di uccidere deliberatamente altri nove figli".

Queste parole, oltre che offensive e diffamanti per le donne e per i genitori dei figli "nati in provetta", portano ad esiti paradossali e assurdi. Come spiega bene il professor Maurizio Mori, ordinario di bioetica presso l’Università di Torino, "è falsa la credenza comune secondo cui tutti i concepiti naturalmente (o almeno la stragrande maggioranza) giungono alla nascita. L’aborto spontaneo non è un evento raro ed eccezionale: il 15% delle gravidanze accertate termina con un aborto spontaneo (circa 1 ogni 6 non giunge al termine), ma soprattutto eccezionalmente alto è il numero di aborti spontanei precoci (la maggior parte dei quali, tra l’altro, sembra riguardare embrioni con difetti genetici). In una pubblicazione del Movimento per la Vita Italiano (fonte non sospetta!) si rivela che l’85% di tutti i concepimenti termina con un aborto spontaneo prima ancora che si abbia la consapevolezza clinica della gravidanza. Il riconoscimento della capacità giuridica implica non solo il divieto di causare la morte dell’embrione, ma anche lo stretto dovere di soccorrerlo. Perché allora tanta indifferenza verso la morte dei moltissimi embrioni naturalmente persi?"

Mi sembra che corriamo il rischio di navigare tra Scilla e Cariddi, tra due integralismi: l’uno vuole lasciare che la scienza e la tecnica facciano il loro corso senza problemi etici o giuridici; l’altro, in nome di una presunta legge naturale, vuol chiudere completamente alla positiva ricerca scientifica. A mio parere è fuorviante considerare l’embrione non impiantato come una persona umana a tutti gli effetti, ma è allo stesso tempo molto pericoloso da un punto di vista etico considerare le cellule embrionali come un qualsivoglia tessuto manipolabile a piacimento. Occorrerebbe uno statuto intermedio, peraltro tutto da inventare.

Se dunque l’embrione non impiantato non è persona umana, come peraltro sostenevano anche filosofi cristiani medievali (come per esempio san Tommaso d’Aquino) o un pensatore cristiano moderno come Jacques Maritain, bisogna riconoscere la potenzialità reale attiva dell’embrione di diventar persona: esso è una sostanza individuale in movimento verso il diventar persona, cioè una vita umana.

In questo senso dunque sarebbe a mio parere utile distinguere tra le tecniche mediche che hanno come fine la nascita di un figlio o la possibilità di prevenire possibili malattie, e le tecniche e le manipolazioni sugli embrioni che hanno come fine unico la ricerca. Personalmente sono contrario alla "creazione" di embrioni per ricavare da essi cellule staminali o per la ricerca scientifica, perché in questo modo si farebbe partire un processo di vita umana non allo scopo di vita, ma solo per la sperimentazione: non si possono considerare gli embrioni come semplici pezzi di ricambio. Per questo desta molti dubbi (come ha fatto presente Rita Levi Montalcini favorevole invece al referendum) la recente autorizzazione inglese alla clonazione di embrioni umani allo scopo unico di ricavare cellule staminali che in parte potrebbero essere invece raccolte da un organismo già adulto oppure dal cordone ombelicale, come è avvenuto recentemente in Italia.

Bisognerebbe invece lasciare alla decisione della coppia e dei medici la possibilità di avvalersi delle tecniche di procreazione, compresa la selezione pre-impianto in caso di gravi e sicure malattie ereditarie, proibendo invece con molta chiarezza la selezione per altri scopi eugenetici.

Dobbiamo però essere consapevoli che la tecnica e la scienza in tutti i campi (economico, ambientale, medico, politico, bioetico) deve avere alcuni limiti. La preoccupazione filosofica di Heidegger del 1953 è fondata: "Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un dominio completo della tecnica. Più inquietante è che l’uomo non sia preparato a questo radicale mutamento. Ed ancora più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditativo, un adeguato confronto con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca".

Oggi la tecnica ci consente di andare sempre di più oltre i nostri limiti, porta l’uomo a decidere di se stesso, lo lancia nei misteri più profondi della vita e della morte, gli fa infrangere il delicato confine tra la natura e l’opera artificiale dell’uomo. La tecnica senza limiti ci porta a distruggere la natura, o, usando un linguaggio religioso, la creazione; ci apre orizzonti splendidi, ma nello stesso tempo ingovernabili e incerti.

La tecnica sta cambiando la natura, anzi si sta sostituendo ad essa. Con le ricerche genetiche sulle piante, sugli animali e sull’uomo, la scienza ci porta a modificare l’intima essenza della natura, della vita, la tecnica ci consente di cambiare antichi equilibri e quasi di creare nuove forme di vita. Il pericolo gravissimo a cui andiamo incontro, anzi in cui siamo già da tempo immersi, risiede proprio nell’impossibilità di distinguere fra la natura e l’artificio.

Per entrare nel concreto: non sapremo più se quella che mangiamo è una vera mela naturale o come si usa dire oggi biologica, oppure se è geneticamente modificata, se dunque è artificiale; non sapremo più se il pollo del supermercato sia ancora un animale o un essere "nuovo" non ben identificato, ma comunque con la carne bianca e con lo stesso contenuto alimentare, ma cresciuto senza penne (o direttamente nel cellophane) per risparmiare tempo e denaro; non sapremo più se l’uomo che incontriamo è nato in maniera naturale o è stato artificiosamente cambiato, sostituito, migliorato.

Questi problemi si fanno più acuti quando riguardano la vita degli uomini. Bisogna affermare con forza che le tecniche di procreazione assistita vanno attuate nei casi specifici ma non devono essere utilizzate come un surrogato abituale e ordinario per generare figli, svincolando la gravidanza dall’atto sessuale. Alcuni denunciano apertamente i pericoli, psicologici e sociali, di uno svincolamento della procreazione dall’atto sessuale, altri invece riconoscono come irrinunciabile il diritto a ricorrere alle nuove tecnologie per giungere a una gravidanza altrimenti impossibile. Su questi temi occorre discutere con la mente aperta e soprattutto senza pregiudizi e certezze granitiche, sia dall’una che dall’altra parte.