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Quei fecondi anni ‘80

Dagli interventi di Alex Langer alla prima proposta del Mart.

Un’antologia vera e propria dal vecchio Questotrentino potrebbe diventare un bel libro, penso scorrendo le vecchie annate rilegate in rosso. Il giornaletto appariva a noi stessi che lo facevamo scombinato, inadeguato o eccessivo, e spesso lo era: ma a riguardarlo ora risulta evidente la tensione culturale che lo percorreva, altrettanto generosa della passione politica che lo aveva fatto nascere. Non apparteneva ad un piccolo gruppo, quella tensione, era nell’aria, alimentava trasformazioni diffuse e profonde.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del nuovo decennio si registrano in Trentino numerose date di nascita di imprese culturali, alla cui origine stava spesso la riconversione, o maturazione, di energie fino a pochi anni prima interamente profuse nell’impegno politico diretto. Nacquero allora le manifestazioni di spettacolo che hanno rivoluzionato la scena di una provincia in larga parte abitudinaria e tradizionalista. La più celebre, "Oriente Occidente", si innestò sull’esperienza di una manifestazione del 1981, "Leno Teatro Musica". La leggendaria notte del kathakali, che fece dello Zandonai la sede di una danza rituale che durò fino all’alba, è dell’ottobre di quell’anno. Il Leno era il raffinato esperimento di un’informazione cittadina che sfuggisse alla miseria delle pagine di cronaca quotidiana: che da un’iniziativa in sospetto di strapaese ne nascesse un’altra con ambizioni planetarie sembrò allora un segno di velleitarismo e costituisce tuttora un felice paradosso. Nel decennio precedente i padri del progetto (Paolo Manfrini, Diego Leoni, Franco Cis) erano stati tra i protagonisti della corposa vicenda di Lotta Continua, un movimento rivoluzionario che aveva a Rovereto più aderenti di gran parte dei partiti tradizionali. Da qualche anno Cis, allora atipico bibliotecario a Mori, era l’animatore di una Settimana teatrale che portava nelle piazze del paese artisti sperimentali, geniali saltimbanchi, mimi e clown. Altrettanto fece a Dro Dino Somadossi, l’uno e l’altro forzando, come operatori culturali pubblici, le inerzie e le resistenze ambientali. "Drodesera" è un altro degli eventi simbolo della trasformazione del Trentino periferico in laboratorio di ricerca: sul piano culturale, il salto era vertiginoso.

In un altro ambito, quello della storia locale, altrettanto emblematica è la vicenda della rivista Materiali di lavoro. La prima serie, stampata con un offset acquistato in comproprietà da alcune associazioni, si apriva con un fascicoletto tirato in 400 copie, all’inizio del 1978. La seconda serie a stampa, che ebbe poi una considerevole diffusione e fortuna nazionale, partì nel 1983. I libri che prepararono il decollo della nuova fase (bellissimi, da raccomandare tuttora ai lettori più giovani come esempio di una storia sociale attrezzata e nutrita di grandi domande) appartengono all’inizio del decennio. "Fede e lavoro" di Quinto Antonelli, affilata lettura della stampa cattolica nella fase delle origini della Democrazia Cristiana, è del 1981. Dell’anno successivo è "La città di legno", un lavoro pionieristico sull’esperienza dei profughi in Austria nella Grande Guerra che ha la compiutezza e la misura di un classico. Dello stesso anno è "La guerra di Volano", una storia di paese di tipo nuovo, ricostruita in una ardita prospettiva dal basso, in cui ha inconsueto rilievo - tra l’altro- il punto di vista delle donne. I due volumi, curati da Diego Leoni e Camillo Zadra, concludevano un percorso didattico nelle 150 ore per lavoratori, un’originale conquista sindacale dei primi anni ’70, che ebbe in Trentino una delle interpretazioni più creative. La dimensione partecipata, corale della ricerca si intrecciava ad un metodo di lavoro che puntava molto sui temi della soggettività. Tra le fonti assumevano particolare rilievo sia le testimonianze orali, sia le lettere, i diari, le autobiografie popolari che emergevano prepotentemente nelle ricerche fino a costituire un nuovo ricchissimo oggetto di indagine. Ma non c’era solo Materiali di lavoro, a lavorare su questi terreni: tra le iniziative di valle va ricordata almeno quella di Passato presente, edita a Storo dal 1979 e dedicata alla storia della Val del Chiese, attraverso una serie di quaderni che costituiscono una miniera di documenti in prima persona e di ricerche originali.

Di questa stagione vitalissima le pagine dedicate alla cultura da Questotrentino sono qualcosa di più che uno specchio. Nelle nostre vecchie collezioni si rintraccia una sorta di diario di cantiere dei rivolgimenti in corso. La rubrica Letture, specialmente nei primissimi anni del giornale, propose ogni volta un documento inedito, o una rilettura di testi dimenticati. In quelle pagine ci sono decine di libri in nuce, che in parte si realizzeranno, magari a distanza di molti anni, come le "Memorie di un internato psichiatrico", edite l’anno scorso dal Museo storico in Trento. Decine e decine di quaderni riempiti dal resoconto dei realissimi tormenti, degli incubi e delle finzioni di "un Sade proletario" si depositarono in redazione, dove furono dattiloscritti - e così salvati – da Eugenio Pellegrini. Da lì traemmo alcune delle prime puntate di un mirabolante repertorio che allineò lettere di emigranti, le memorie di un soldato trentino in Persia, stralci dei registri dei maestri durante il fascismo, racconti estratti dai processi del Seicento, scritti sconosciuti di Alcide Degasperi… Ancor più sorprendenti, alla rilettura attuale, le anticipazioni di due memorabili saggi di Franco Rella, uno su Kafka, la malattia e il viaggio, l’altro su Montale; il profilo della poesia di Mario Luzi tracciato da Gino Gerola, i numerosi inediti di Marco Pola.

L’immagine del diario di cantiere va estesa a molte parti del giornale di quegli anni. La rubrica di Quinto Antonelli (alias H.D.), Blocco notes di un maestro di campagna, ne costituì una delle espressioni più alte, per impegno di scrittura e densità di riferimenti. Il libro che ne raccolse i fogli (1989) e quello recente di Silvano Bert "L’aula e la città" (nel quale confluiscono pure molte pagine scritte per Questotrentino), molto diversi tra di loro, hanno in comune il gesto coraggioso del diario in pubblico e la radicale serietà, lontanissimi, l’uno e l’altro, dall’ironia disperata e in fondo frivola dei pezzi che Domenico Starnone scrisse in quegli anni "ex cattedra" per il "Manifesto" e per "Tango". Dal Blocco notes ripubblichiamo la pagina dedicata agli alpini, in connessione con l’adunata nazionale che si tenne a Trento nel maggio 1987, circondata più del solito da una debordante retorica populista. Il giornale vi dedicò un colloquio con lo storico Giorgio Rochat; una rilettura degli scritti di Piero Jahier, uno dei costruttori del mito degli alpini; un testo di Nuto Revelli, un ampio profilo dei suoi lavori sulle memorie della "guerra dei poveri" nella Russia 1942/43 e altro ancora: due paginoni che rappresentano uno degli esempi più significativi del corpo a corpo ingaggiato con l’inerzia critica degli organi di informazione intorno ad uno dei luoghi comuni dell’identità trentina.

Un’altra importante caratteristica degli anni ’70 e ’80 è rappresentata dal rinnovamento delle istituzioni culturali. Ad avviarlo ebbe gran parte la legislazione provinciale, che garantì professionalità, risorse, coerenza istituzionale a biblioteche e musei. Negli anni ’80 sono avvertibili un nuovo dinamismo e una nuova apertura di antiche roccaforti della cultura nazionale come il Museo del Risorgimento e il Museo della guerra, nati ambedue nel clima del patriottismo militante degli anni ‘20. Sulle difficoltà di questo processo metteva l’accento il testo (Cosa dirà Rovereto a Pertini?) che ripubblichiamo di Tristram Shandy, un altro degli pseudonimi che costellavano il giornale, a limitare la ripetizione delle firme più assidue e a velare l’impudicizia della scrittura in prima persona. La riconversione dei luoghi simbolici nati dalla guerra sembrava allora una scommessa improbabile: bisogna riconoscere che, tra limiti e qualche ambiguità, essa ha avuto tuttavia buon esito (vedi Riflettere sulla guerra). Non c’è niente di più piacevole, per un critico onesto, che constatare l’eccessiva severità delle proprie previsioni.

A proposito di critici severi, potrà meravigliare che a lanciare per la prima volta l’idea dell’attuale Mart sia stato proprio Questotrentino, che negli ultimi anni ha spesso calcato la mano sulle valutazioni più infauste delle prospettive del nuovo grande museo d’arte. Fu Franco Rella, in una prima provocazione pubblicata nell’aprile 1983, Proposte per i musei, a sostenere la necessità di una nuova istituzione che unificasse le forze del museo provinciale alle Albere e del museo Depero, pensando da subito ad un progetto di respiro per lo meno nazionale. Non era una boutade estemporanea, tant’è vero che in occasione del convegno "Il museo e la città", promosso nel 1984 dal circolo roveretano "Città e cultura", la proposta di Rella veniva ripubblicata, come scenario più razionale di una politica lungimirante. Un giornale, degli intellettuali abituati a pensare liberamente, un circolo culturale: colpisce che a favorire grandi progetti istituzionali potessero essere le deboli forze di una società civile (spesso politicamente all’opposizione) che ci sembra oggi dileguata o mortificata.

Un’ultima nota sugli altri pezzi scelti. Quello di Alexander Langer su Hofer ci conferma che l’intensa riflessione sulla tradizione identitaria ebbe grande rilievo anche presso le correnti più nuove della politica, che Langer interpretava al più alto livello. Ci sono moltissime pagine sue, nelle annate del giornale, e c’è in generale molto sul complesso "laboratorio" di convivenza sudtirolese. Questa proiezione oltre Salorno, che è sempre meno naturale e sempre più necessaria, può costituire una delle ragioni forti del futuro di Questotrentino e di ogni altra impresa culturale che voglia sfuggire all’asfissia che comporta da noi l’incombere ovunque del Palazzo e delle sue innumerevoli succursali. Un’altra di queste ragioni potrebbe essere quella di riattivare il gusto della critica culturalmente attrezzata, della recensione puntigliosa, della battaglia delle idee. Nelle vecchie collezioni si sono depositate centinaia di recensioni spesso straordinariamente generose, esposte, non rituali né compiacenti.

Attraverso i grandi canali dell’informazione e della cultura accade sempre meno che ci si occupi con questo stile dei libri e degli spettacoli (Nel ghetto del rock). Continuo a pensare che Questotrentino, in questo campo, potrebbe esercitare con i suoi mezzi poveri un ruolo preziosissimo, oggi più ancora che negli anni da cui siamo partiti.