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I tre nemici di Orban

Bruxelles, i migranti e Soros: sfruttando questi temi il leader ungherese ha fin qui ottenuto un largo consenso. Ma forse appaiono le prime crepe. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Aron Coceancig. A cura di Adriana Ferracin.
Orban

L’Ungheria negli ultimi anni è diventato famosa soprattutto grazie a Orban, figura di riferimento per i movimenti populisti e sovranisti europei. Per capire il suo successo, occorre fare qualche passo indietro.

Nel 1989, col crollo del comunismo, l’Ungheria ha adottato una serie di politiche concordate col Fondo monetario internazionale e con l’Unione europea per liberalizzare il mercato e avviare una transizione pacifica al capitalismo. La promessa recitava: “Non preoccupatevi: in 5/10 anni raggiungerete il livello di vita dei paesi occidentali”. In realtà cos’è successo? Che dopo dieci anni i problemi economici persistevano, gli stipendi non aumentavano, cresceva la disoccupazione. Nonostante tutto, l’Ungheria è rimasto un paese stabile: il primo in Europa centro-orientale ad avere due volte di fila un governo di centro-sinistra.

Questo fino al 2006, quando l’Ungheria rischia il default, con una gravissima crisi economica, politica, sociale, perfino morale. Viene resa pubblica una registrazione in cui il leader socialista Ferenc Gyurcsány, nel corso di una riunione di partito, ammette di aver mentito sulla situazione economica.

Per il paese è uno shock. Per sventare il default, arriva il Fondo monetario e, due anni prima dello scoppio della crisi internazionale, vengono adottati dei pacchetti di austerità molto pesanti: il fiorino viene svalutato, le persone non riescono più a pagare il mutuo della casa o la rata dell’automobile, molti perdono il lavoro. Comincia una forte emigrazione, ma soprattutto la gente inizia a protestare. In quei mesi si registrano scontri di piazza, viene incendiata la sede della tv di stato, c’è una forte repressione con centinaia di feriti e migliaia di arresti.

Nonostante i disordini, il governo socialista conclude il suo mandato. Nel frattempo è arrivata la crisi internazionale che aggrava ulteriormente la situazione. Molti parlamentari del centrosinistra, avendo capito che non saranno rieletti, si lasciano andare a gravi atti di corruzione. Arriviamo così al 2010.

Orban non è un novellino: è in politica dagli anni ‘90 ha fatto numerose campagne elettorali, è un politico pragmatico, e nel 2010 vince clamorosamente. Il centrosinistra collassa, l’estrema destra supera il 15%, mentre il partito di Orban (Fidesz: la sigla sta per Unione dei Giovani Democratici), col 52%, grazie al sistema elettorale, ottiene più dei due terzi dei parlamentari. Ciò gli permette di avviare una serie di modifiche costituzionali, come pure di occupare, con il suo partito, diverse posizioni chiave all’interno dello Stato.

A questo punto Orban, forte della convinzione di essere diventato l’unica speranza per il paese, inizia a creare un sistema politico istituzionale a sua immagine e somiglianza. Ma sa di aver bisogno del consenso popolare e quindi mette in atto alcune politiche economiche.

Una delle sue prime mosse appena arrivato al governo è stata la nazionalizzazione dei fondi pensione. Il precedente governo aveva fatto scelte molto liberiste.

Apro una parentesi: sinistra e destra nell’Europa centro-orientale assumono talvolta connotati inattesi. Per dire, il governo di centrosinistra ungherese è sempre stato per la privatizzazione degli ospedali, delle università, a favore dell’intervento in Iraq; al contrario, la destra populista di Orban è invece per la nazionalizzazione. Con la nazionalizzazione dei fondi pensione, il governo ha potuto avviare una serie di lavori pubblici. Poi ha istituito una tassa sulle multinazionali e una sulle banche, che in Ungheria sono perlopiù straniere. Poi ha aumentato l’Iva; a tutt’oggi l’Ungheria è il paese con la tassa sui consumi più alta in Europa. Contemporaneamente però ha abbassato le bollette alle famiglie. L’economia ungherese intanto ha ripreso a marciare.

Nello stesso periodo, il Paese ha subito un processo di centralizzazione per cui tutto deve partire da Budapest. La scuola, in particolare, è stata stravolta: oggi anche la scuola del più piccolo villaggio, per acquistare dei gessi, deve passare da Budapest. Il governo centrale deve controllare tutto, nulla deve sfuggirgli.

Una nuova Costituzione

È dal 1989, dal crollo del socialismo, che l’Ungheria era in attesa di una nuova Costituzione. Ottenuti i due terzi del parlamento, Orban ha fatto approvare un nuovo testo. Contestualmente ha cambiato la legge elettorale e con essa i collegi uninominali. È stato inoltre dato il diritto di voto agli ungheresi che risiedono all’estero. Parliamo di circa due milioni e mezzo di persone, quasi il 25% della popolazione, che risiedono in Slovacchia, Romania, Ucraina, Serbia, Croazia, Slovenia. Il risultato è che tutte le minoranze all’estero hanno cominciato a votare in massa per Fidesz.

Infine sono stati dimezzati i parlamentari: da 400 a 199.

Durante il suo primo governo Orban ha pure varato una legge molto discussa per imbavagliare i media, anche se poi ha dovuto fare un passo indietro sotto le pressioni dell’Unione europea.

Dal momento che finalmente c’era un governo che garantiva stabilità, posti di lavoro e sviluppo economico, il popolo ungherese inizialmente ha chiuso un occhio su questi eccessi.

Tuttavia alle elezioni del 2014, Orban, pur vincendo, ha perso mezzo milione di voti. Una parte degli elettori ha cambiato idea; un’altra ha votato l’estrema destra dello Jobbik oppure Lmp, un partito ecologista e socio-liberale, tanti semplicemente non sono andati a votare.

È in questa fase che gli si è presentata la grande occasione dei migranti. Già prima dell’estate del 2015 migliaia di migranti avevano cominciato a varcare il confine con la Serbia e l’Austria riempiendo le strade di Budapest. Per il paese era stato uno shock. Parliamo di un piccolo paese che non ha mai conosciuto grandi ondate migratorie. In pochi mesi sono arrivate trecentomila persone e l’Ungheria non era pronta.

Ci sono diverse teorie a proposito di questa impreparazione. Orban, nel corso di un intervento in Parlamento prima dell’estate, aveva messo in guardia dall’arrivo massiccio di immigrati dal Medio Oriente. Probabilmente aveva avuto notizie dalla Turchia, ma c’è chi dice addirittura che non abbia volutamente preparato il Paese all’arrivo di queste persone per creare il caso e presentarsi come l’uomo forte che difende i confini.

In quei mesi sono arrivati siriani, iracheni, afgani, pakistani. Le piazze di Budapest si sono riempite di tendopoli e anche lungo le strade si sono creati degli accampamenti.

È in quelle settimane che Orban gioca la carta dell’invasione: l’Ungheria è a rischio sul piano della cultura, della storia, della sovranità. Nei suoi discorsi Orban evoca addirittura l’arrivo degli ottomani, e gli ungheresi soffrono di questa paura di essere invasi, di scomparire…

Ad ogni modo, a quel punto Orban avverte Berlino della situazione e chiede che li accolgano loro. La Germania però pone degli ostacoli. Di lì l’idea di costruire una recinzione, col risultato che effettivamente i migranti scelgono altre strade. Insomma, dal punto di vista dell’orticello ungherese, la recinzione appare la scelta giusta al momento giusto e Orban rafforza il suo consenso, soprattutto nelle campagne, anche grazie a una forte campagna mediatica. Non dimentichiamo che la maggior parte dei mass media sono nelle sue mani; rimangono alcune tv commerciali di proprietà tedesca che garantiscono ancora una certa libertà di espressione, ma i giornali locali e la tv di Stato sono in mano al suo partito. Comincia così una forte propaganda che individua il nemico nei musulmani che vogliono venire qua, che non si vogliono integrare e mettono a repentaglio la cultura cattolica ungherese.

Il secondo nemico è chi aiuta questi migranti, cioè Soros, il miliardario ebreo di origini ungheresi. Il bello è che Orban, da studente, ha beneficiato delle sue borse di studio per studiare all’estero...

Il terzo nemico diventa Bruxelles. Qui Orban ha fatto un capolavoro: se chiedete agli ungheresi la loro opinione, sono tutti a favore dell’Unione europea. Ma chiedete agli stessi se sono favorevoli a Bruxelles, vi diranno di no.

Orban è riuscito a separare questi due concetti: Bruxelles è percepito come il luogo della politica liberista, dell’austerità, rappresenta il cosmopolitismo, la società multiculturale, mentre la retorica di Orban è tutta incentrata sulla società tradizionale “giudaico cristiana”. La stessa, vasta comunità ebraica di Budapest, che solitamente esprime posizioni liberali e di sinistra, sul tema migranti è allineata alle politiche del governo, che oltre tutto intrattiene ottimi rapporti con Israele.

Va precisato che Orban non è tout court contro gli immigrati, ma specificamente contro i musulmani. L’Ungheria è disposta ad accettare gli immigrati italiani, portoghesi, rumeni, serbi ucraini... Quando è scoppiata la guerra nel Donbass, in Ungheria erano stati organizzati campi profughi per gli ucraini. Sono i musulmani il problema, o meglio, i musulmani poveri. L’Ungheria è uno dei paesi dove è più facile ottenere la cittadinanza, purché si paghi. Così molti miliardari sauditi o del Qatar hanno comprato la cittadinanza ungherese, ottenendo in tal modo l’accesso a tutti i paesi dell’UE.

Fatto sta che con la costruzione di quei tre nemici, i migranti, Soros e Bruxelles, Orban non solo ha rafforzato il suo consenso, ma è riuscito a mobilitare chi non andava più a votare e grazie a questa strategia alle elezioni del 2018 ha riscosso un successo straordinario rinsaldando la sua maggioranza. Il 2018 è stato quindi l’anno della disfatta per le forze dell’opposizione, che evidentemente scontano ancora gli errori del passato.

Le donne? A casa!

Dopo aver modificato la Costituzione, ridimensionato la libertà di stampa e di fatto messo a tacere la Corte costituzionale, il nuovo obiettivo è diventata la società civile. Nell’est Europa i sindacati sono tradizionalmente deboli; esiste però una rete di associazioni impegnate nella questione dei migranti, finanziate da organismi internazionali o da Soros. Ebbene, Orban ha introdotto delle norme restrittive per queste realtà e avviato controlli finanziari e polizieschi. In Ungheria chi aiuta un immigrato irregolare rischia il carcere.

Dopo aver costretto l’università privata di Soros a lasciare il paese, se l’è presa anche con l’Accademia delle scienze, che in effetti non ha mai nascosto la sua contrarietà a questo governo. Così ha tagliato i fondi all’Accademia e creato altre istituzioni dove ha messo dei suoi fedelissimi.

Orban ha anche avviato una politica pro famiglia che relega la donna nei suoi ruoli tradizionali. Una delle misure introdotte prevede che le giovani coppie (purché sposate) che si impegnano, diciamo così, a fare tre figli entro dieci anni, possano accedere a un contributo importante per l’acquisto della prima casa. La donna, poi, in Ungheria gode di un congedo di maternità molto lungo, tre anni. Si tratta di un retaggio del socialismo, che però nessun governo si è mai azzardato a toccare. È una misura che, per la verità, non ha mai favorito molto la natalità e al contempo ha messo la donna in difficoltà perché tre anni di assenza dal lavoro sono tanti: cambiano i programmi, le macchine, si resta indietro, tanto che la maggior parte delle donne non usufruisce di questo congedo. Il messaggio che passa è che il lavoro è una cosa da maschi, la donna deve fare la casalinga. Non a caso negli ultimi tre governi c’è stata una sola donna, che è durata tre mesi.

Le proteste

Negli ultimi anni il Pil ungherese è cresciuto di 4/5 punti l’anno e la disoccupazione è scesa al 3%. Il problema è la carenza di manodopera, che interessa un po’ tutti i campi. Nelle scuole capita che gli insegnanti di educazione fisica siano costretti a fare le ore di matematica per mancanza di professori. Gli autisti dei mezzi pubblici non possono andare in ferie perché mancano i sostituti. Negli ospedali ti ritrovi medici anziani richiamati dalla pensione. Così il governo, lo scorso anno, ha introdotto forti sgravi fiscali per far rientrare al lavoro i pensionati. Ma né gli sgravi né i lavoratori stranieri sono bastati. Di qui l’idea di una riforma (ribattezzata “Legge schiavitù”) che consente ai datori di lavoro di chiedere ai dipendenti di svolgere fino a 400 ore di straordinario all’anno, e di ritardarne il pagamento anche per tre anni. È una legge pensata soprattutto per le multinazionali, perlopiù tedesche, e che Orban ha presentato ai lavoratori come un’opportunità per guadagnare di più. Ma la cosa non ha funzionato.

Il popolo ungherese solitamente è abbastanza sonnolento, ci sono poche manifestazioni, gli scioperi generali sono rari. Fino a qualche mese fa la situazione in Ungheria veniva considerata tranquilla; il governo confidava in un solido appoggio della popolazione. Ma con il varo della “Legge schiavitù” sono iniziate delle manifestazioni che via via si sono allargate a diversi strati sociali e che evidenziano una certa effervescenza, manifestazioni dove l’opposizione ha l’opportunità di trovare una sorta di unità. Abbiamo infatti visto sfilare i socialisti, i liberali, i verdi, i sindacati, l’estrema sinistra, perfino l’estrema destra.

I sindacati tradizionalmente sono deboli, ma nelle ultime settimane sono riusciti a organizzare diverse manifestazioni e picchetti, non solo a Budapest, ma in diverse città dell’Ungheria.

È una novità. Nel corso del mandato di Orban, ci sono state altre mobilitazioni, ad esempio contro la legge su Internet (che prevedeva una tassa di 50 centesimi per ogni gigabyte di traffico), che poi non è stata varata, o contro le modifiche alla Costituzione, ma perlopiù erano rimaste limitate alla capitale. Questa volta, invece, si sono mosse anche le campagne e in aree considerate fedeli al governo; e le proteste si sono allargate ad altri temi: la scuola, gli ospedali, la corruzione. Insomma, il rapporto di Orban con una parte della società ungherese si è un po’ incrinato.

I prossimi mesi saranno importanti: ci avviciniamo alla tornata elettorale europea e Orban è una figura di spicco del cosiddetto movimento sovranista europeo. Le elezioni saranno dunque un banco di prova importante e Orban sicuramente si sta preparando.

Mi aspetto una forte campagna del governo per difendere quello che ha fatto negli ultimi anni e immagino che al centro ci sarà la divisione tra chi vota per lui e quindi per l’Ungheria e chi voterà per gli altri partiti e quindi per Bruxelles. La sfida alla fine verrà messa in questi termini: Ungheria o Bruxelles?

* * *

Aron Coceancig, padre friulano di origini slovene, madre ungherese di origini tedesche, si occupa di minoranze e storia dell’Europa centrale. Vive a Budapest dove collabora con il portale ungherianews.com.

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