CPR: come Fugatti crea ad arte l’insicurezza
I CPR in tutta Italia sono un fallimento, l’accoglienza diffusa è stata in Trentino un successo. E Fugatti importa il primo e continua a stroncare la seconda
In Italia, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono strutture ideate per trattenere persone straniere sprovviste di documenti e pertanto ritenute irregolari, in attesa di rimpatrio. L’idea originaria era che fossero strumenti efficienti nell’attuare le misure di espulsione. La realtà, però, dice l’esatto contrario: solo il 10% dei trattenuti è stato poi effettivamente rimpatriato: il rimanente 90% che fine ha fatto? Quali i costi, economici, ma anche sociali, nel diritto, nell’umanità, di questo clamoroso fallimento?
Mentre con grande superficialità si discute sull’ipotesi di aprire un CPR anche in Trentino, è fondamentale interrogarsi su cosa siano davvero queste strutture e su cosa comportino, non solo per chi vi è recluso, ma anche per la comunità che le ospita. E, parallelamente, del perchésia stato smantellato il nostro sistema di accoglienza che pur funzionava bene.
Il quadro normativo e strutturale
I CPR operano ai sensi di un decreto?legge del 2015 che ha ridefinito la disciplina del trattenimento amministrativo dei cittadini stranieri in posizione irregolare. La finalità dichiarata è facilitare il rimpatrio, le strutture sono gestite da Prefetture e Ministero dell’Interno, con affidamenti a enti pubblici e privati. Sulla carta non si tratta di carceri, ma l’assetto ricorda strutturalmente la detenzione: limitazioni alla libertà personali, detenzione che può durare fino a 18 mesi, libertà di movimento annullata, controlli operati dalle forze dell’ordine, assistenza sanitaria spesso minima o comunque insufficiente, accesso complesso per gli avvocati e gli interpreti; il tutto con condizioni igienico-sanitarie e abitative carenti quando non degradanti.
Vale la pena ribadire che chi vi è trattenuto non ha nessuna condanna penale, non ha commesso reati ma è in attesa di rimpatrio, che poi, alla prova dei fatti, spesso si rivela impossibile. Pochi sono infatti i paesi con cui si sono stipulati accordi per permettere i rimpatri, pochissimi quelli con cui gli accordi sono effettivi.
A questo si aggiunga che sul piano operativo sono emersi fin da subito elementi di tensione come la difficoltà di armonizzare i tempi del rimpatrio con quelli del trattenimento e la trasparenza limitata (per usare un eufemismo) sull’effettiva efficacia e sui costi delle strutture. Infatti i centri sono gestiti da privati, con logiche emergenziali e improntate alla mera ricerca del profitto. Queste condizioni fanno sì che molti esperti di diritto internazionale parlino di detenzione mascherata e che diverse sentenze della Corte Europea e relazioni del Garante nazionale dei detenuti abbiano rilevato tutta una serie di gravi criticità.

I numeri parlano chiaro: secondo il rapporto “Trattenuti 2024” di ActionAid, tra il 2014 e il 2023 sono stati circa 50.000 gli ospiti dei CPR italiani. Nel 2023, solo il 10% di loro sono stati effettivamente rimpatriati: 2.987 su 28.347.
Passiamo ai costi: per il solo biennio 2022?2023, il sistema è costato circa 39 milioni di euro, con un costo medio annuo per posto stimato sui 29.000 euro.
Il rapporto poi evidenzia gravi carenze nella trasparenza contabile e gestionale. In alcune sedi, i costi di affitto, manutenzione o risanamento strutturale raggiungono cifre ingiustificatamente elevate (nel CPR di Brindisi un costo medio oltre i 71.500 €/anno per posto)
Insomma, il tasso di esecuzione dei rimpatri, pari al 10%, indica un fallimento dello strumento, aggravato da costi elevati e inefficienza operativa.
Ci sono poi le potenziali violazioni dei diritti fondamentali. Dal punto di vista del diritto internazionale, vengono messi in discussione il diritto al rispetto della dignità umana, la libertà personale, la proporzionalità della misura restrittiva, il principio del non trattenimento di persone in attesa di rimpatrio per tempi non ragionevoli.
Sul piano nazionale, il sistema è stato oggetto di ricorsi e segnalazioni da parte di organizzazioni per i diritti umani come la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, che ha definito i CPR “buchi neri” della detenzione amministrativa, in quanto “luoghi dalle condizioni disumane”. Manifestazioni di autolesionismo e rivolte spesso generanti distruzioni sono all’ordine del giorno. Il fatto che la detenzione si applichi in assenza di una condanna penale, per una irregolarità amministrativa, oltre a sollevare dubbi di Costituzionalità, suscita più di un dubbio sul fatto che in effetti si tratti di misure punitive.
La confusione tra accoglienza e trattenimento
Oltre alle storture appena illustrate, c’è però un vizio di fondo che rimanda alle ambiguità delle politiche migratorie italiane. L’immigrato irregolare (che rappresenta la grande maggioranza dei casi visto che non si riescono a programmare flussi regolari) lo si accoglie? Oppure – fatti i debiti accertamenti su suoi possibili diritti come rifugiato - lo si respinge? Questa ambiguità negli ultimi anni ha portato a una crescente sovrapposizione tra centri di accoglienza e centri di trattenimento. Tale rischio si concretizza appunto nei CPR, che operano in un limbo normativo e gestionale. Il rapporto ActionAid parla di “una progressiva e deliberata confusione tra sistema di accoglienza e detentivo”. Confusione che sembra alimentata ad arte da questo governo e – arriviamo a noi – da questa giunta provinciale.
Un modello che sembrava funzionare:
l’accoglienza diffusa in Trentino
Prima della Giunta di destra guidata da Maurizio Fugatti (2018), il Trentino rappresentava un esempio virtuoso di accoglienza diffusa. Coordinato da Cinformi (Centro informativo per l’immigrazione), il sistema si fondava su piccoli centri distribuiti sul territorio, che operavano in collaborazione con Comuni, associazioni locali e cooperative sociali. Le persone richiedenti asilo venivano ospitate in appartamenti o strutture medio-piccole coinvolte in progetti di integrazione, formazione linguistica e tirocini lavorativi. Un approccio che riduceva la tensione sociale, favoriva i contatti con le comunità locali, forniva manodopera spesso preziosa e manteneva alti gli standard di gestione e trasparenza.

Poi ci sono stati i tagli al sistema di accoglienza imposti dal decreto sicurezza firmato da Salvini nel 2018 e in seguito, dal cosiddetto decreto Cutro (la legge 50 del 2023). La Provincia, per quanto autonoma, ha recepito le normative senza batter ciglio, smantellando di fatto un sistema che funzionava, funzionava bene e offriva servizi come corsi di italiano e assistenza psicologica, ora non più finanziati.
Poi Fugatti ci ha messo del suo, procedendo a una sistematica concentrazione. Smantellava infatti i centri d’accoglienza nelle valli e li concentrava tutti nelle città: il risultato è stato un sistema che all’immigrato offre meno servizi, meno strumenti (lingua, tirocini), meno possibilità di interazione con le persone, in definitiva meno integrazione. Non solo: anche in città Fugatti chiudeva le strutture più piccole (e più gestibili) per concentrare i migranti in grandi strutture che (vedi quella di via Fersina di cui si è dovuta più volte interessare la magistratura, e su cui ci ripromettiamo di svolgere un’inchiesta ad hoc) si sono rivelate difficilmente gestibili. Per completare l’opera, si è ridotto il numero dei posti disponibili, pur in presenza delle richieste di maggior forza lavoro da parte delle associazioni imprenditoriali.
Allora, tiriamo le somme. Nell’articolo abbiamo chiarito come i Centri di Permanenza per il rimpatrio sono strutture che non funzionano e non raggiungono gli obiettivi prefissati e, in ogni caso, non può e non deve essere commesso l’errore di considerarle misure pensate per affrontare la questione migratoria (errore in cui sembra essere incorso lo stesso Piantedosi il giorno in cui è stato presentato il piano per il CPR a Trento).
Ciò nonostante la tendenza è quella. Sorge spontanea la domanda: perché?
Ci sembra scontato: è una risposta immediata ed eclatante che strizza l’occhio agli elettori di centrodestra, una risposta semplice, rassicurante nella sua durezza, presentata come necessaria indipendentemente dalla sua reale efficacia. Da questo punto di vista il CPR funziona come una “macchina narrativa”: produce immagini coerenti con il discorso securitario.
E, a nostro avviso, c’è un ulteriore motivo che spinge questo governo e questa giunta in tale direzione: alla scadenza del periodo di trattenimento, come abbiamo visto, la grande maggioranza (il 90%) degli ospiti non viene rimpatriata ma espulsa sul territorio, Senza documenti, senza assistenza di alcun tipo, senza conoscere la lingua, senza che si siano poste condizioni minimali per un’integrazione.
Una misura pensata per “garantire sicurezza” finisce con l’aumentare il contrario, marginalità e insicurezza. Il risultato sarebbe paradossale, se in una certa misura non fosse voluto: il CPR non risolve il problema ma lo aggrava, e soprattutto contribuisce a ingrandirne la percezione, generando un flusso costante di persone che dopo mesi di detenzione amministrativa tornano sul territorio ancora più vulnerabili e isolate. La miscela e il carburante perfetto per una narrazione ormai consolidata: quella per cui straniero equivale a irregolare e irregolare a criminale. Una narrazione che non descrive la realtà ma che la orienta, la deforma e la usa come strumento di consenso.