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QT n. 12, dicembre 2025 Servizi

Cambiamenti climatici: le migrazioni verticali

L'aumento delle temperature spinge sempre più in alto animali, piante e insetti. Con quali conseguenze?

Nel 2024 il segretario generale delle Nazioni Unite era stato esplicito. Aveva chiesto di riconoscere il caldo come una grande sfida climatica e di sviluppo. Riteneva e ritiene gli investimenti internazionali nel settore inadeguati, soluzioni locali che nemmeno aiutano politiche di adattamento. Eppure di caldo si muore sempre più: nel 2025 in 854 città europee si sono contati almeno 16.600 morti, in Africa è un killer silenzioso, ci sono spazi strategici del pianeta dove le temperature aumentano di più che nella media internazionale, come sulle montagne.

Eppure il negazionismo sui cambiamenti climatici ritorna prepotente, grazie al diffondersi dei governi suprematisti. Solo un mese fa i governi degli USA e del Qatar in una lettera congiunta hanno chiesto una drastica retromarcia sulle norme sul clima, l’Unione Europea si sta rimangiando ogni azione intrapresa nella scorsa legislatura, rafforzata anche dalla debolezza culturale del governo italiano.

La presidentedel Consiglio è all’offensiva anche in questo campo: “Bisogna abbandonare un approccio ideologico e pertanto irragionevole che impone obiettivi irraggiungibili e insostenibili e che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, l'Italia non approverà la proposta della Commissione di revisione della Legge Clima”- ha recentemente affermato. Le destre di tutto il mondo sul tema sono unite. Tanto che Trump definisce gli accordi di Parigi “una truffa”-, e il relativo programma “distruttivo”-. In modo sempre più diffuso gli Stati sostengono l’esborso di migliaia di miliardi di soldi pubblici alle aziende che producono energia da fonti fossili (carbone, petrolio e gas), anche in Italia nei confronti di Eni.

Dal 10 novembre si è discusso di questi temi alla Cop 30 di Belèm, in Brasile. Assente la delegazione degli Stati Uniti assieme a troppe altre. Il confronto è partito debole, animato solo dalle associazioni non governative e dalle manifestazioni dei nativi dell'Amazzonia, che hanno rivendicato il loro diritto alla diversità. La conclusione è stata deprimente. Non si è preso nessun impegno sulla limitazione dell’uso delle fonti fossili, né ci sono state riflessioni sul fallimento degli accordi di Parigi del 2015.

Eppure nel 2024 il nostro pianeta ha portato a casa un nuovo record sulla presenza di CO2 in atmosfera: 423.9 ppm, un più 3,5% in un solo anno. Gli scienziati documentano come gli oceani e le foreste assorbano sempre meno anidride carbonica. Il 2024, secondo le rilevazioni di Copernicus, è stato l’anno più caldo a livello globale, ha visto superare la soglia che Parigi 2015 definiva massima tollerabile, + 1,5° C. Mentre l’accordo di allora, già definito inadeguato alla lotta ai cambiamenti climatici dal mondo scientifico, viene ulteriormente svuotato, gli scienziati insistono: andrebbe potenziato da subito. Perché è in corso un’accelerazione degli effetti negativi: eventi estremi sempre più frequenti e violenti, incendi catastrofici, ondate di calore, crollo della biodiversità, siccità diffusa e ghiacciai, anche in Himalaya, che si sciolgono.

Josef Giguere, del gruppo di ricerca Climate Central, sintetizza così la situazione: “Nel riscaldamento globale, ogni frazione di grado fa la differenza, ovvero, anche minimi aumenti possono spingere gli ecosistemi e le comunità vulnerabili più vicino ai limiti del possibile adattamento”.

Cambiare si deve: è emergenza

Perché non si agisce con tempestività e determinazione? Perché l’uomo ha paura del cambiamento. Perché cambiare comporta fatica, studio ed è complesso definire, spiegare, convincere su un piano d’azione. La grande industria - armi, trasporti, edilizia, traffico su gomma - vuole profitti immediati e non accetta ritardi in un pianeta dove tutto è accelerato.

Le politiche di risparmio, la ricerca scientifica, la dovuta modifica di un intero sistema di produrre e specialmente consumare meno sono passaggi che hanno bisogno di confronto ampio, spiegazioni, assunzione di responsabilità collettiva in un periodo nel quale invece a trionfare è l’individualismo: nel frasario politico l’io ha cancellato il noi. Oggi tutto va rivolto alla crescita immediata. E la politica delle destre è efficace nel semplificare i messaggi, riduce la scienza (esclusa quella militare) a un orpello: la semplificazione tanto umiliante per la comunità umana garantisce nel breve periodo consensi diffusi.

La riflessione che proponiamo non affronta le migrazioni orizzontali: né di popolazioni, né quelle della vegetazione e delle specie animali, dovute sì ai cambiamenti climatici in atto, ma anche, specialmente all’intensificarsi dei commerci via mare e via aerea. Vi sono piante arrivate in Europa estremamente pericolose per la biodiversità: l’ailanto (Ailanthus altissima), o nel passato l’acacia (Robinia pesudoacacia), o ancora piante come la Pànace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum), pericolosa quest’ultima per l’uomo. Ogni anno siamo invasi da una varietà incredibile di parassiti che intaccano la varietà del nostro patrimonio forestale. Ma in questo numero ci soffermiamo a osservare i cambiamenti che si stanno verificando sulle montagne, situazioni conosciute da lungo tempo e ora sempre più documentate scientificamente: la migrazione verticale di fauna selvatica, della vegetazione, delle coltivazioni. Teniamo presente che più si sale, più diminuisce lo spazio utile alla sopravvivenza della vita, si entra nel mondo dell’improduttivo, delle rocce, della scarsità di fertilità. Ci si sta proiettando verso una drastica riduzione della biodiversità animale e vegetale, di vita. Affrontiamo anche un tema che non viene ancora percepito nella cultura generalista: la drastica riduzione del mondo degli insetti, un mondo che rappresenta la stragrande maggioranza di presenza organica nel pianeta, il 70%, che significa una massa di 17 volte superiore alla specie umana. Una vita tanto diffusa e complessa che permette alle specie più grandi, più percepibili come presenza da noi umani, di vivere e riprodursi.

Ai temi non affrontati questa volta daremo attenzione nei prossimi numeri, grazie all’apporto, come in questo caso, di persone che si dedicano alla ricerca.

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