Il clima cambia e le piante scalano le vette
Alessio Bertolli e Giulia Tomasi botanici della Fondazione Museo Civico di Rovereto
È ormai assodato, e le ricerche scientifiche lo dimostrano, che i cambiamenti climatici attuali sono in gran parte imputabili alle attività umane e stanno già manifestando effetti significativi sugli ecosistemi. La fusione dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e la desertificazione sono tra le conseguenze più evidenti a scala planetaria, ma il riscaldamento globale produce impatti concreti e tangibili anche sulla flora locale.
Mentre il pianeta si riscalda, con le Alpi che registrano un aumento medio di circa 1,8°C dal 1880 (quasi il doppio rispetto alla media globale), le piante rispondono spostandosi, sia orizzontalmente (ovvero da sud verso nord nel nostro emisfero) sia verticalmente (quindi verso quote più elevate) per sfuggire a temperature sempre più alte. Il fenomeno di risalita altitudinale è evidente negli ecosistemi montani e sulle vette di alta montagna, ambienti particolarmente adatti per studiare tali dinamiche, poiché relativamente esenti da interferenze dirette di origine antropica che potrebbero alterarne o mascherarne gli effetti.
In quest’ottica la Sezione Botanica della Fondazione Museo Civico di Rovereto, in collaborazione col Dipartimento DAFNAE dell'Università di Padova, ha avviato un progetto di studio sulla flora di vetta con il supporto di Aree Protette e Parchi Naturali della Provincia di Trento e della Fondazione Dolomiti Unesco per indagare gli spostamenti delle piante e i loro limiti altitudinali, che risultano progressivamente più elevati rispetto ai dati storici, al fine di comprendere come le comunità vegetali alpine stiano reagendo al riscaldamento climatico e quali specie possano essere maggiormente a rischio in futuro. Dal 2022 al 2025 sono state esplorate dai botanici del Museo di Rovereto 37 vette fra Trentino-Alto Adige e provincia di Belluno poste al di sopra dei 2700 metri, selezionate in base alla loro elevazione, esposizione e rappresentative dei vari substrati rocciosi. Per questo tipo di indagine è stato seguito un protocollo di raccolta dati ben definito e uguale per ogni vetta, in modo da poter effettuare delle ripetizioni future e poter sottoporre i risultati ad analisi ed elaborazioni statistiche. In tale protocollo per ciascuna vetta esplorata ci si è concentrati sugli ultimi 200 m di dislivello dalla cima e sono stati previsti 3 diversi campionamento dei dati: in salita sulla vetta e in discesa, dove si sono considerate anche le abbondanze.
Risultati preliminari
Complessivamente, il lavoro ha prodotto quasi 10.000 dati georeferenziati relativi a circa 300 specie di piante e 160 specie di muschi diversi, di cui complessivamente quasi 200 specie sono state ritrovate anche al di sopra dei 3000 metri di quota. Rispetto ai dati storici pregressi, pubblicati soprattutto nella Flora del Trentino del 2019, circa 200 specie floristiche hanno innalzato il loro limite altitudinale massimo in questo settore delle Alpi e in alcuni casi l'espansione verso l’alto ha superato i 500 metri.
In parte questi risultati erano attesi, ma hanno comunque riservato alcune sorprese significative. Da un lato, si sapeva che il cambiamento climatico sta spingendo molte specie vegetali verso quote sempre più elevate, quindi c’era da aspettarsi di trovare alcune evidenze in questo senso. Dall’altro, però, il numero di record altitudinali registrato è stato superiore alle aspettative. Questo è dovuto anche al fatto che molte delle aree indagate sono di difficile accesso e quindi storicamente poco esplorate. La combinazione di un ambiente in rapida trasformazione e di un campionamento più capillare, ha permesso di osservare fenomeni in parte noti, ma con una portata e una frequenza sorprendenti.
Particolarmente emblematico è il rilevamento condotto sulla Lobbia Alta nel Gruppo Adamello-Presanella, vetta che si distingue da tutte le altre per la serie temporale di rilevamenti floristici che ne ha permesso i confronti temporali. Partendo da un rilevamento floristico completo effettuato dal botanico lombardo Nino Arietti nel 1935, i botanici del Museo Civico di Rovereto hanno documentato un arricchimento continuo e significativo della sua flora: il numero di specie è passato da 17 nel 1935 a 36 nel 1991, per arrivare a 45 nel 2006 e quindi 51 nel 2021. L’ultimo censimento del 2024 ha portato a quota 61 le specie di piante superiori censite. Inoltre, l'analisi delle singole specie ha mostrato un'articolazione sempre maggiore dello spettro biologico, confermato anche dalla scoperta a pochi metri dalla vetta (a 3.152 m) di un piccolo albero, un esemplare di Larice (Larix decidua Mill.) mai segnalato prima. Questo ritrovamento stabilisce il limite altitudinale massimo per l'intera specie nel suo areale planetario. Non solo: l'esplorazione della Lobbia Alta ha portato al ritrovamento dell'orchidea Coeloglossum viride a 3.165 m, record che ha innalzato il limite noto di quasi 200 metri dell'orchidea più alta d'Europa.
Il progetto è servito a trovare il limite altitudinale assoluto per le piante vascolari in Trentino che, per ora, è fissato a 3.607 m da una piccola graminacea, Poa laxa, su Punta Taviela. Tuttavia, gli organismi vegetali che raggiungono la quota più elevata in assoluto sono i muschi (briofite), con la specie Grimmia triformis, censita fin sulla Cima Cevedale (la vetta più alta del Trentino) a 3.757 m.
Dalle analisi emerge un forte legame tra migrazione delle specie e substrato roccioso. Le vette silicatiche (come quelle dell'Adamello e dell'Ortles-Cevedale) tendono ad avere una ricchezza floristica maggiore e sono risultate più adatte all'insediamento di specie provenienti da quote più basse. Al contrario, le specie associate ai substrati calcarei/dolomitici mostrano una maggiore limitazione altitudinale, legata anche al fatto che le vette dolomitiche hanno quote inferiori rispetto ad altri massicci montuosi e quindi offrono meno spazio fisico per la risalita delle specie.
In generale, le piante prediligono per la loro corsa verso l’alto i versanti esposti a sud/est e con una pendenza non troppo elevata (ottimale attorno ai 30°), condizioni che massimizzano il soleggiamento e la stabilità del suolo. Le specie favorite nella risalita sono prevalentemente quelle che sfruttano il vento per la dispersione dei semi (fenomeno dell’anemocoria), come le Composite e le Graminacee, ma anche le felci, che con le loro spore leggerissime riescono a salire in quota più facilmente rispetto ad altre specie.
I ritrovamenti più emblematici
Nei rilevamenti effettuati sulle Dolomiti sono stati innalzati i record altitudinali di ben 10 specie endemiche delle Alpi. I record più significativi sono costituiti da:
- Gentiana brentae censita su Cima Grosté a 2899 m.
- Saxifraga facchinii censita presso la cima della Marmolada a quota 3341 m.
- Poa nemoralis osservata a 2987 m sotto la cima del Sass Rigais.
- Sesleria sphaerocephala subsp. leucocephala trovata a 3257 m sull’Antelao.
- Campanula morettiana ritrovata a 2684 m lungo la salita della Moiazza.
- Paederota bonarota osservata quasi sulla vetta del Pelmo a 3043 m.

Questi ritrovamenti confermano che l'aumento dei limiti altitudinali delle specie è un fenomeno diffuso anche nelle Dolomiti, spesso superiore anche alle aspettative dei ricercatori, e costituiscono una testimonianza tangibile degli effetti prodotti dal cambiamento climatico sulla flora locale.
Nei prossimi anni l’idea è di ripetere le uscite su queste vette adottando lo stesso protocollo, per avere quindi dei dati da paragonare a quelli raccolti. Con questo re-sampling usciranno molto probabilmente risultati interessanti perché il cambiamento appare molto, molto veloce.
Già ora si può prevedere che se l'attuale ritmo di riscaldamento dovesse persistere, il bosco potrebbe invadere le praterie alpine, e le morene glaciali diventeranno sempre più erbose. Dalle prime elaborazioni sta emergendo però anche il fatto che per molte specie adattate alle alte quote il limite inferiore di crescita si sta alzando e quindi, se le temperature continueranno ad aumentare, il range altitudinale si ridurrà e ci sarà una sorta di “scala mobile” verso l’estinzione per molte specie tipicamente alpine.
In questo scenario si potrebbero quindi avere delle estinzioni locali di specie ad areale vasto, ma anche estinzioni globali nel caso di alcuni endemismi ristretti e specializzati a vivere in ambienti freddi.