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QT n. 12, dicembre 2025 Servizi

Salire di quota e non trovare spazio

Stefano Mayr naturalista

Si potrebbe riassumere in queste poche parole il dramma delle specie faunistiche montane ed alpine che si trovano ad affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Il riscaldamento determina alterazioni profonde delle condizioni macro e micro-ecologiche come reazione diretta all’innalzamento delle temperature di 1-2 gradi. A questo, con un effetto a cascata, si sommano i danni ambientali causati dagli eventi meteorologici estremi e la perdita progressiva di territori idonei alla vita causa un’intensificata invasione antropica dell’habitat alpino. Un circuito infernale con poche vie di'uscita che rischiano di essere affrontate quando la situazione sarà irreversibile.

Salendo di quota le montagne si restringono, quindi si riducono gli habitat ottimali per varie specie faunistiche e floristiche che, nel corso dei millenni successivi alle ultime fasi glaciali, avevano sviluppato particolari forme di adattamento alle condizioni estreme di questi ambienti, e, molto velocemente, si trovano spiazzate di fronte a ciò che sta accadendo. Specie che tendono a spostarsi più in alto e sui versanti settentrionali delle montagne, per trovare, almeno in parte, situazioni che permettano la sopravvivenza della specie.

Alla carenza e riduzione di habitat deve essere associato lo sviluppo esponenziale delle attività outdoor che considerano la montagna come substrato su cui esprimersi liberamente, sia in estate che in inverno, e la spettacolarizzazione della frequentazione, ridotta ad un turismo mordi e fuggi a consumo dei followers, che sta saturando gli spazi disponibili, in particolare dove vi siano facilitazioni di accesso con mezzi meccanici. È esperienza comune la povertà faunistica che si registra in alcuni siti di alta quota, in cui, a parte qualche specie maggiormente generalista e adattabile, come i gracchi alpini e le marmotte, sono estremamente rari gli incontri con le specie tipiche alpine, anche all’interno di territori protetti. Se anche gli animali ci sono, sono diventati più schivi ed hanno modificato gli orari di frequentazione di determinati luoghi, magari quelli ottimali per alimentarsi o per altre fasi delicate del loro ciclo vitale.

La pernice bianca

Una delle specie che sta soffrendo di più è la pernice bianca delle Alpi (ma non sta meglio sugli altri massicci), che ha progressivamente perso le stazioni di quota minore nel giro di un trentennio, dove la presenza da abituale è divenuta occasionale o residuale. Una volta la specie frequentava habitat alpini dai 2000 metri circa in su, ora il limite di quota in cui si può ancora incontrare la specie nella stagione estiva si è innalzato a 2300-2600 metri, spesso ancora più in alto, rincorrendo ciò che resta dei nevai e ghiacciai alpini. Fanno eccezione alcuni territori in cui la particolare conformazione ad altopiano con pendici settentrionali scoscese e condizioni miocroclimatiche fredde, per presenza di doline, pareti e canaloni, permettono la sopravvivenza della specie a quote modeste, ad esempio sui massicci dell’Ortigara-Cima 12 o sulle vette Feltrine. Parliamo in ogni caso di presenze modeste, assolutamente non paragonabili alle densità che ne permettevano anche il prelievo venatorio del passato e con poche possibilità di “rinforzo” da parte di capi che si spostano da massicci montuosi posti a settentrione in caso di inverni particolarmente sfavorevoli, sia per la scarsità di tali eventi, sia per la povertà delle popolazioni “sorgente”. La pernice bianca frequenta habitat peculiari come le brughiere ventose, con vegetazione di prevalenza di Ericacee, e le vallette nivali che si aprono in mezzo ai macereti, con salici nani, saxifraghe ed altre piccole erbe, luoghi in cui nutrirsi di foglioline, gemme, frutti, semi e, nella breve stagione estiva, anche di insetti, fondamentali per lo sviluppo dei giovani pulcini e pulli (i pulcini neonati) di covata. Con l’innalzamento delle temperature le brughiere ventose vengono invase da vegetazione arbustiva ed arborea e tendono a chiudere gli ecomosaici ricchi di “pieni e vuoti” prediletti dalla specie, mentre le vallette nivali, senza permanenza prolungata della materia prima, tendono ad asciugarsi e a semplificare la fauna disponibile.

In questo quadro complesso, che potremo ripetere per altre specie come il gallo forcello o il fagiano di monte, pur con esigenze ecologiche diverse, è chiaro che ogni fattore aggiuntivo (predazione, bracconaggio, temporali violenti che decimano nidi e covate di specie che nidificano a terra, disturbo antropico compresi i sempre più frequenti cani lasciati liberi) può essere il moltiplicatore che conduce la specie all’estinzione locale su un massiccio o l’altro.

Il gallo cedrone

L’equilibrio è molto fragile: le specie forestali come il gallo cedrone che apparentemente dovrebbero avere meno problemi, vista l’estensione della foresta, in realtà risentono anch’esse del cambiamento climatico combinato con gli altri fattori in gioco. Le quote di presenza più basse, attorno ai 1000 metri sono state abbandonate in favore della fascia 1400-1800, gli eventi catastrofici come Vaia hanno abbattuto una parte dei siti adatti ed il successivo sviluppo del bostrico non ha di certo aiutato, anche se le zone di rinnovazione e le estese lamponaie sviluppate successivamente agli schianti sarebbero e sono, in qualche caso, idonei alla riproduzione e all’allevamento protetto dei pulli. Tali zone però sono state pesantemente colpite da costruzione di piste forestali di esbosco, utilizzo di gigantesche mietitrici, posa di linee di esbosco con gru a cavo, cantieri forestali che, secondo logiche emergenziali, non rispettano i periodi delicati della biologia della specie e quindi esulano da studi di incidenza o di impatto ambientale.

Ciò che resta dei boschi situati su pendenze ragionevoli viene poi frequentato in estate dai raccoglitori di funghi, con un calpestio diffuso alla ricerca del posto in cui altri non sono passati. I poveri galli cedroni devono quindi andare a contendersi l’habitat con i galli forcelli verso i costoni più ripidi, perdendo i siti di maggiore idoneità.

La ridotta copertura nevosa che caratterizza periodi sempre più lunghi dei nostri inverni inoltre mette a rischio uno dei fattori determinanti la sopravvivenza di molte specie, non solo animali, “l’effetto coperta”, che garantisce temperature al suolo intorno a 0° gradi, sotto uno strato adeguato di neve. È per questo che i Tetraonidi cercano i pendii di neve polverosa per scavare dei tunnel in cui sostare nei momenti di freddo intenso o di tempesta, riscaldati dalla fermentazione dei propri escrementi, i mirtilli conservano le gemme che permetteranno loro di fruttificare nell’estate successiva e le marmotte in letargo non congelano all’interno delle tane. Il vecchio detto “sotto la neve pane, senza la neve fame” conferma la lunga visione dei nostri antenati, molto più in sintonia con i fenomeni naturali.

Identiche dinamiche ci vengono proposte dagli ermellini, o dagli stambecchi. Non potranno certo salire alla ricerca di condizioni di vita idonee fin oltre le cime.

I cambiamenti climatici influenzano anche il passaggio degli uccelli migratori: ci sono specie che iniziano a restare nei quartieri estivi, o spostano più a nord gli areali frequentati, non essendo più necessario spostarsi in quartieri più confortevoli. Quindi certe specie si osservano meno o compaiono specie che fino a pochi anni fa non si sarebbe nemmeno pensato di incrociare, in particolare uccelli acquatici.

L’allarme che dovrebbe scuotere le istituzioni scientifiche, ricercatori, appassionati e associazioni ambientaliste riguarda la cosiddetta fauna inferiore, anfibi, rettili, insetti e altri piccoli organismi che si sono adattati e specializzati alla vita in condizioni estreme o peculiari, come gli insetti ed altri animali che frequentano gli ambienti periglaciali, le faune delle sorgenti di alta quota o dei laghetti alpini, le faune delle grotte, in particolare di quelle dove sono o erano presenti depositi interni di ghiaccio. In molti casi le conoscenze su queste specie e su queste zoocenosi è estremamente puntiforme e dispersa in pubblicazioni specialistiche, mentre sarebbe necessario mettere in rete le conoscenze esistenti per tutelare ad ogni costo i biotopi di presenza, per capire le migliori strategie che possano garantire la conservazione soddisfacente di tali specie, ad esempio valutando l’eventuale idoneità di siti posti ad altitudini maggiori o in zone limitrofe,se presenti. Altrimenti ci troveremo, nel migliore dei casi, a gestire l’estinzione di una specie nel momento stesso in cui avremo appena iniziato a conoscerla.

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