Valeria von Wachenhusen Jülg
Valeria nasce a Neumarkt, in Austria il 24 luglio 1900. Si diploma al liceo femminile e si iscrive alla facoltà di Lettere a Innsbruck, dove incontra Carlo Jülg – professore di lingue alla scuola Berlitz – a cui si lega profondamente. Dopo il matrimonio si trasferiscono prima a Bolzano, poi a Parma e infine a Brescia dove, a metà degli anni Trenta, aderiscono al Partito comunista prendendo parte attiva alla lotta clandestina. Grazie all’incontro avvenuto in Svizzera con Emilio Sereni – che a Parigi è responsabile della vita culturale del partito per il Centro estero del PCI – Valeria e Carlo iniziano un’intensa attività di propaganda diffondendo materiale clandestino e mantenendo contatti con altri militanti. Nel maggio 1937, in seguito a una delazione, vengono arrestati a Brescia e la loro casa perquisita per diversi giorni fino al ritrovamento di pubblicazioni del partito; trasferiti a Roma al Tribunale Speciale, sono più volte interrogati.
Sotto processo nel febbraio del 1938, sono condannati: Carlo a 14 e Valeria a 10 anni di carcere, come racconta la stessa Valeria, “le condanne più dure fra gli antifascisti trentini” (V. Calì e P. Bernardi, a cura di, Testimonianze…, p. 489).
Nel carcere femminile di Perugia – quello con le condizioni più rigide dei tre penitenziari femminili dove di preferenza venivano rinchiuse le politiche (in prevalenza comuniste) – Valeria incontra le compagne di partito Adele Bei e Maria Berneti?.
Le detenute politiche, oltre ad un’attività di mutua formazione – nel poco tempo di passeggiata comune giornaliera – cercano di dare consigli alle carcerate comuni perché possano far fronte alle continue vessazioni. In quegli anni Valeria rifiuta di firmare la domanda di grazia, dimostrando un inflessibile rigore politico.
Liberata in seguito alla caduta del fascismo nell’agosto del 1943, Valeria ritrova finalmente Carlo e con lui ritorna a Tavernaro, dove prima dell’arresto trascorrevano le vacanze in famiglia. Con l’armistizio, la creazione della Zona d’operazione delle Prealpi, il Trentino finisce sotto il controllo del Reich e loro sono nuovamente costretti alla fuga. Lo fanno grazie all’aiuto di Mario Pasi e di Ines Pisoni, che li accompagna a Ravenna, ospiti dei genitori di Pasi per alcuni giorni, fino all’ulteriore separazione per l’assegnazione di nuovi incarichi da parte del partito.

Valeria (Antonia) resta così a Ravenna, dove viene incaricata dal partito “del lavoro di massa fra le donne”. Inizia così un intenso impegno con le compagne Sina Gordini e Silvia Bazzocchi e in seguito con alcune rappresentanti delle operaie dello Jutificio Montecatini per la creazione e l’organizzazione dei Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la Libertà (GDD) in Romagna. I GDD dovevano essere organizzati secondo il massimo rigore seguendo i principi più severi della cospirazione: piccolissimi gruppi di 4 o 5 donne con una sola responsabile in contatto con la referente comunale; le donne dei diversi gruppi non sanno chi appartiene agli altri gruppi e si incontrano solo alle manifestazioni, ignorando però chi fra loro fa parte del GDD. Dopo una prima riunione provinciale delle dirigenti del PCI (giugno 1944), alla quale partecipa anche Ines Pisoni (per la segreteria della Federazione), dove si decide che nei Gruppi devono essere rappresentate tutte le forze antifasciste, Antonia viene nominata responsabile Provinciale dei GDD e rappresentante dei GDD nel CLN. Con l’aiuto di altre donne Antonia riesce a dare vita a un’organizzazione clandestina che conta ben 7.000 donne, intercettando anche chi fra loro già faceva attività antifascista dopo la caduta del regime.
Le donne rivendicano così il loro ruolo nella lotta per la libertà prestando il loro appoggio alle organizzazioni partigiane, procurando viveri e armi, sabotando l'azione della Wehrmacht con dimostrazioni in piazza. Proverbiali per efficienza, forza organizzativa e soprattutto straordinario coraggio quelle del 27 settembre e del 13 ottobre del 1944 ad Alfonsine, dove quasi tremila donne si riversano in piazza in un brevissimo lasso di tempo e che dimostrano le straordinarie capacità di Antonia. Le donne, noncuranti delle minacce fasciste, delle raffiche di mitra e degli aerei Alleati che sorvolano la piazza, continuano l’occupazione irremovibili, fino a ottenere la riconsegna degli antifascisti catturati.
Nel dopoguerra Valeria rientra a Trento e continua il suo impegno politico come responsabile della commissione femminile del PCI e consigliera comunale durante il mandato del sindaco Gigino Battisti. Nel 1947 si trasferisce con il marito a Messina, dove mantiene il suo impegno per il partito.
Quella di Valeria è una vicenda assai diversa paragonata alle altre sia per scarto generazionale che per precoce e immutata militanza nel PCI, senza considerare la sua fondamentale centralità nel movimento di resistenza femminile del ravennate che rivendicava fermamente il diritto delle donne di partecipare alla lotta per la libertà.