Storia di un golden man “Donald”
Tutto ha inizio in una data fatidica: il 14 giugno 1946. Mentre il mondo si riprendeva dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale e in Germania si svolgeva il processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti, in un quartiere residenziale del Queens a New York nasceva Donald J. Trump. Di questa, come di altre date fatidiche, il nuovo monologo di Stefano Massini si vuole occupare. “Donald, storia molto più che leggendaria di un Golden Man” è il titolo messo in scena per la stagione del Teatro Sociale del Centro Santa Chiara, nel quale Massini racconta la fenomenologia di un personaggio che sembra aver aspirato fin dai primi passi ad emergere e prevaricare, costi quello che costi. Ci sono dei punti fermi nella filosofia di vita di Donald, che incarnano il“self made man” come tanti uomini di potere americani. Anche il futuro presidente degli Stati Uniti fin da piccolo ha chiaro il potere del denaro e il valore dell'oro, perché, ripete spesso Massini, “l'oro in chimica non reagisce, rimane sempre oro”. E non è un caso che Donald si senta un golden baby, e poi un golden boy, fino ad essere il golden man che rinasce ogni volta da delusioni e fallimenti, fedele al suo metodo della via diretta per affrontare la vita, senza guardare in faccia a nessuno, senza reazioni, appunto, come l'oro.
Racconta Massini che il padre di Trump, emigrato tedesco, si chiamava Trumpf, ma non essendo ben visti i tedeschi, si sia modificato il cognome, riuscendo in breve a diventare un immobiliarista di successo. Anche la madre, emigrata scozzese, conosce le angherie riservate agli stranieri, che “agli scozzesi gli sputano”. Sarà perché la voglia di rivalsa è rimasta nel quartogenito dei Trump, sarà perché fin da piccolo Donald ha mostrato un particolare ascendente sugli altri, fatto sta che la sua parabola con alti e bassi l'ha portato a diventare l'uomo di potere che sappiamo. Come quella volta, racconta Massini, che a dodici anni fomentò la classe a manifestare sotto le finestre del preside, a ribellarsi perché non riconosceva l'autorità di chi “non era stato eletto dal popolo”. Azione che lo portò ad abbandonare la scuola per la New York Military Academy, dove concluse gli studi per poi iniziare subito a lavorare nell'impresa di famiglia. Da qui, la sua ascesa nel mondo immobiliare, che lo vede nei suoi primi incarichi a trasformare quartieri malfamati, come a Cincinnati in Ohio, in villaggi residenziali. Con la Trump Organization si fa più chiara l'impronta che il golden man vuole dare ai suoi affari: costruire case di lusso, alimentare i sogni degli americani, perseguendo l'idea di “non vendere solo case, ma vendere felicità”.

La rigorosa scenografia formata da blocchi a mo' di cemento, posti uno sopra l'altro, si accende delle insegne luminose delle sue imprese: dal Trump Taj Mahal, al Trump Plaza Hotel, al Trump Caste Hotel, in un crescendo di delirio di onnipotenza. A passaggi grotteschi si alternano quelli più leggeri, grazie alle musiche di quattro validi musicisti che eseguono jazz e swing, ma il testo di Massini rimane comunque serrato, incalzante com'è nel suo stile: attraverso la figura di Trump è chiara la denuncia di un sistema di potere, di pseudo valori che manipolano le masse. Non a caso, quando l'impero immobiliare va in crisi, il nostro non avrà difficoltà a proporsi come il presidente che difende il principio dell'America first.
Uno spettacolo efficace, ma che seguendo gli standard ormai consolidati di Massini, come le ripetizioni e le sottolineature enfatiche, risulta a tratti pesante.