L’impegno civile di Francesco Borzaga
I meriti, le battaglie di un padre dell’ambientalismo trentino. E la sua tensione nel portare i giovani alla partecipazione civile
La grande partecipazione ai funerali di Francesco Borzaga, lunedì17 marzo al camposanto di Trento, ha confermato quanto la sua figura fosse non solo stimata, ma circondata di affettuosa amicizia e consonanza , nonostante il suo carattere potesse apparire a volte duro e intransigente. Chi ha potuto dargli l’ultimo saluto ha voluto soprattutto dimostrare quanto mancherà a Trento e al Trentino la sua testimonianza, non solo ambientalista, ma civile, perché Borzaga era diventato un po’ la coscienza di tutti i cittadini e del loro territorio, mentre le sue battaglie erano dirette non solo a salvare monumenti in pericolo, centri storici dallo sventramento, quartieri dall’appalto agli speculatori, o natura da proteggere perché non finisse meccanizzata trasformata in bene a pedaggio. I suoi interventi - documenti, lettere, dibattiti –miravano in primo luogo a svegliare i cittadini dal torpore, spingerliad agire, ad indignarsi, liberarli da una condizione mercantile che imprigionava anche le anime, per ridestare invece l’orgoglio di sentirsi uomini e donne, famiglie e comunità, non fruitori a consumo o spettatori di una natura mediatica. Di qui la sensazione del vuoto che la sua morte apre.
Egli aveva infatti una visione “civile” dell’ambiente che sopravanzava anche ogni rivendicazione estetica. Voleva che l’ambiente fosse una casa di vita per tutti, sapeva, grazie ai suoi studi, alle tradizioni familiari, ai suoi collegamenti nazionali e internazionali (Fulco Pratesi, anch’egli recentemente scomparso, gli era molto amico e saliva spesso a Trento per incontrarlo e confrontarsi con lui, e così Framarin, successore di Videsott al Parco del Gran Paradiso, e Tassi agli Abruzzi, e Frigo allo Stelvio, grazie anche all’influenza che su di lui ebbe l’amata sorella Giovanna, poetessa e scrittrice di grande finezza) sapeva Borzaga che la vita quotidiana di ognuno cambia a seconda dell’ambiente in cui vive. Abitare in un paese o in un centro storico dove le case sono interrelate fra loro crea comunità, ed è ben diverso dallo stare in una “torre “ verticale, o in “vele” con appartamenti esclusivamente funzionali, affastellati e al contempo isolati, come tante cellule separate. E così la natura, che per i Trentini è sempre stata il terreno delle loro libertà e non certo il terreno di gioco per giornate di noia.
Anche l’alpinismo ebbe questa funzione. I fratelli Detassis (e non solo loro) salivano il sabato in Brenta, raggiungendolo in bicicletta fino a Molveno, per evitare le adunate prescritte dal regime, il “sabato fascista” e scoprirono il sesto grado, assieme alla libertà che dà la sobrietà: il minestrone in rifugio, il picnic con gli amici che vale più di tanti pranzi “stellati”.

Da questo atteggiamento e da questa visione derivava la capacità di Borzaga di prevedere, anche con largo anticipo su settori di opinione pubblica che pur erano attenti, le conseguenze di interventi e manomissioni ambientali. Ed ecco allora il duro impegno per il lago di Tovel, che perse il suo arrossamento per uno svaso estivo a fini irrigui, (e l’acqua andò poi perduta, risucchiata dal carsismo delle marocche), non solo nella speranza di ripristinarlo, vana perché nel frattempo erano mutate le condizioni ambientali anche dei pascoli, ma per impedire che l’affollamento di casette (molte in parte abusive, di fatto seconde residenze) portasse al nascere attorno al lago di un polo urbanizzato da collegare poi automobilisticamente attraverso la strada che si voleva ampliare, a Madonna di Campglio ed agli impianti di risalita già programmati attorno al Passo del Grosté sul versante Flavona.
Fortunatamente fu una battaglia vinta da Italia Nostra, preceduta da quella contro la funivia del Brenta che prevedeva l’arrivo dell’impianto funiviario proprio alla Bocca di Brenta e una successiva catena seggioviaria sugli Sfulmini. Quando i giovani della Sezione Universitaria della SAT decisero di prendere posizione contro la funivia, contrabbandata come servizio al Parco, in realtà tale da scardinare tutta la montagna del Brenta meccanizzandone l’anima, fu proprio a Borzaga che per primo si rivolsero. E Borzaga, seguito poi da Ulisse Marzatico e da Gino Zobele, allora presidente della Sezione di Trento della Sat, diede loro indicazioni non solo su come scrivere il documento, ma anche su come presentarlo agli ambienti economici che condividevano la battaglia ma non avevano fiducia nel suo esito (“Avete ragione, disse un manager industriale, ma non vincerete mai”). E fu Borzaga che li presentò ai due giornalisti della stampa nazionale che già avevano affrontato, in maniera molto critica la questione, Antonio Cederna e Giorgio Bocca. In questo senso Borzaga era un didatta. Amava aiutare i giovani, avviarli alla natura e al suo studio, non tanto trasmettere suggerimenti, ma indicare loro un metodo di ricerca e partecipazione civile.
È questo il suo insegnamento, che non deve andar dimenticato.