Graziato il (presunto) capo della locale ‘ndranghetista
“Perfido”: il Tribunale cincischia, i cittadini non sanno più cosa credere e si dividono
Un’ulteriore evoluzione negativa si è avuta nel processo “Perfido”. Pur all’interno di un’indagine e un impianto accusatorio che sta reggendo ai vari gradi di giudizio: la Cassazione infatti ha condannato in via definitiva Saverio Arfuso (capo della locale ‘ndranghetista di Cardeto, trasferitosi in Cembra dopo la sua rimozione dalla carica) e Domenico Morello (promotore dell’estensione delle attività economiche mafiose oltre il porfido e oltre Cembra). E la Corte d’Appello ha ribadito l’esistenza della associazione mafiosa, confermando la sentenza di primo grado e le condanne a Giuseppe Battaglia (a capo della gestione economica) e ad altri sette. La dinamica processuale sembra un copione già scritto, non dovrebbero esserci grossi cambiamenti nel prosieguo dei processi.
Almeno, così sembra.
Perché, dopo l’inopinata uscita dal processo del faccendiere Giulio Carini e del generale Dario Buffa, dobbiamo registrare altri esiti che lasciano del tutto perplessi. Innanzitutto il proscioglimento di Innocenzio Macheda, capo della locale, causa “capacità irreversibile di partecipare coscientemente al procedimento”.
La sentenza lascia basiti.
Anzitutto perché la perizia della Procura aveva stabilito il contrario (ed anche la perizia della difesa non era molto drastica nel propugnare l’incapacità).
E poi perché due mesi prima l’incapace Macheda aveva spalleggiato un suo uomo, Saverio Manuardi, in un tentativo di estorsione effettuato ai danni del presidente di una onlus presso cui Manuardi aveva lavorato. Temendo di essere intercettato, Macheda si era presentato al presidente senza dire una parola, ma ostentando un minaccioso cartello “Paga quello che devi pagare e adempi a quello che devi adempiere”.
Ma per il Tribunale Macheda, affetto da Parkinson, non è in grado di presenziare al suo processo.
Ora sembra che la Procura presenti ricorso contro questa incredibile decisione. QT, come Parte Civile, assieme alle altre Parti (vedremo se tutte, Provincia e Comune di Lona-Lases compresi), sosterrà il ricorso.
Il fatto è che queste acrobazie processuali, difficilmente comprensibili, minano nella popolazione la fiducia nella giustizia. E si sa, come sempre si ripete nelle conferenze sulla mafia, cui pomposamente partecipano magistrati vari, la criminalità organizzata la si sconfigge soprattutto attraverso la crescita della cultura anti-mafia nella popolazione. Ma oltre che dalle sentenze incomprensibili la fiducia è minata dai continui rinvii dei vari procedimenti. Come quello sui colletti bianchi (un senatore, due sindaci, quattro carabinieri) accusati di collusione con gli ‘ndranghetisti, che è partito tardi, ritardato da errori di notifica, da problemi a trovare giudici liberi, aule libere e quindi lunghi rinvii.
Sulla mancanza di giudici c’è stata un’interrogazione al Ministro della Giustizia Nordio da parte della deputata (M5S) Stefania Ascari che chiede “iniziative urgenti per far fronte alla carenza di magistrati e di personale amministrativo presso il Tribunale di Trento” particolarmente “allarmante alla luce della celebrazione del cosiddetto Processo Perfido”. Vedremo se potrà servire. Di sicuro sarebbe utile una maggior organizzazione e una razionale calendarizzazione delle udienze.
Il fatto è che la società non aspetta. Le lungaggini stanno aiutando la parte di popolazione che in val di Cembra va parlando di “Perfido” come di una burletta.
Il fatto è che la valle, e soprattutto Lona-Lases, è spaccato in due. Da una parte i cavatori di porfido, spesso amiconi degli imputati, dall’altra chi questa deriva l’ha combattuta.
Lo si è visto in un recente dibattito al Teatro di Lona: dopo varie relazioni è intervenuta l’assessora alla cultura Letizia Campestrini. Che ha tratteggiato un paese in cui c’è chi – come lei – estranea ai passati trascorsi, sta tentando di far uscire il paese dalla situazione attuale (tutte le cave sono chiuse) e chi, il famigerato “Comitato” (sarebbe il CLP, che ha denunciato la presenza mafiosa) sistematicamente pratica la distruzione della comunità.
Peccato che Campostrini sia imparentata con i proprietari della ditta Avi &Fontana, intestataria del telefono da cui, la notte del brutale pestaggio dell’operaio cinese Hu-XuPai all’origine dell’inchiesta, partivano continue interlocuzioni con i picchiatori.
Peccato che da questa vicenda non abbia mai preso le distanze.
Peccato che sia stata assessora comunale assieme a Giuseppe Battaglia. Peccato che da assessora nella giunta Tondini abbia approvato la modifica del disciplinare cave per consentire la trasmissione ereditaria delle concessioni – una bestemmia per un bene comune! – di cui hanno usufruito i suoi stretti parenti.
Il suo intervento, come scrive Walter Ferrari nell’articolo a fianco, ha suscitato vivacissime reazioni; anche, si perdoni l’accenno personale, di chi scrive, teoricamente “moderatore” della serata, ma che proprio nonce l’ha fatta ad assistere con compostezza alla discesa in campo di una fazione esplicitamente contraria alla lotta all’infiltrazione mafiosa.
Come dicevamo, un paese spaccato in due. E di certo non aiutano le titubanze di una giustizia impacciata, che si è tenuta alla larga dalle connessioni tra gli imputati e i potenti della valle.