La lezione dal Sud del mondo
Nella rubrica “Dal mondo” riprendiamo la pubblicazione di un articolo del gruppo “Ebrei sudafricani per una Palestina libera”. Già la denominazione dice molto: africani ed ebrei, che si spendono per la libertà di un popolo lontano (più di quanto non lo sia da noi) ed islamico. E, proprio in quanto ebrei, polemizzano aspramente con chi si scandalizza (ad esempio, la maggior parte della nostra ipocrita stampa) o addirittura reprime (la Germania, che ha la coda di paglia) coloro che osano chiamare “genocidio” il massacro dei palestinesi a Gaza e prossimamente in Cisgiordania.
Questo rifiuto di avallare i crimini commessi da gente della tua etnia, di spendere il ricordo delle pulizie etniche subite per commetterne in proprio di nuove, ci sembra non solo doveroso, ma al giorno d’oggi, nobile, in un’epoca in cui implicitamente sempre più si approva il diritto del più forte alla sopraffazione (e in proposito vedi anche “I dilemmi dell'ebraismo al tempo di Gaza” a pag. 32).
Ma c’è un altro tema affrontato dall’articolo sudafricano, che ci riguarda più da vicino. Ed è come comportarsi per resistere all’imperialismo (che bello, sentire nominare le cose con il loro vero nome!) trumpiano.
Il Sudafrica infatti, come altri paesi “deboli” – Panama, Canada, Groenlandia e naturalmente Ucraina – si trova investito dalle mire aggressive di Donald Trump, come viene spiegato nelle nostre pagine. La contromisura auspicata consiste nella “solidarietà tra le nazioni del Sud del mondo... collaborazione politica ed economica contro le minacce imperialiste... Se una nazione è minacciata da dazi o sanzioni di ritorsione per essersi rifiutata di sottomettersi al volere di Trump, tutte le nazioni all'interno di questo gruppo dovrebbero rispondere collettivamente”.
L’articolo non parla di meri auspici, fa riferimento al Gruppo dell’Aia, recentemente formato in prima istanza da nove paesi - Sudafrica, Malesia, Namibia, Colombia, Bolivia, Cile, Senegal, Honduras e Belize - che si propone di tutelare le decisioni della Corte internazionale di giustizia (CIG) e della Corte penale internazionale (CPI) contro pressioni e tentativi di screditarne ruolo e sentenze, in particolare da parte degli Stati Uniti e, ultimamente – aggiungiamo noi - dell’Italia (vedi il caso Almasri e il governo Meloni, ma non solo, è sconcertante vedere come sia risultata maggioritaria l’opinione per cui l’interesse nazionale debba prevalere sul diritto internazionale, e questo non solo tra i post-fascisti, ma sulla massima parte dei media italiani).
La formazione di questo Gruppo si inserisce in un contesto di crescenti controversie, sui conflitti a Gaza e in Ucraina, come pure la tratta di esseri umani nel Mediterraneo, in cui i Paesi del Sud del mondo esprimono una forte insoddisfazione per quelli che considerano doppi standard applicati dalle potenze occidentali. E questo dovrebbe essere un primo passo, verso una coalizione che sappia rispondere collettivamente a minacce e soprusi.

Tutto questo induce alcune riflessioni. Innanzitutto sull’eterogenesi dei fini dell’aggressività trumpiana. Dispiegata per dividere i paesi, smantellare le organizzazioni multilaterali, esporre ogni nazione, inerme e sola di fronte alla potenza americana, può sortire l’effetto contrario: i Paesi che si uniscono per non soccombere. Il divide et impera romano, oggi, applicato per di più con grossolanità in un’epoca in cui le relazioni e comunicazioni tra i diversi sono immediate, può risolversi non solo in un fiasco, ma nel suo esatto contrario, una spinta alle aggregazioni, alla collaborazione. Per questo Trump&Musk cercano di favorire le formazioni sovraniste: i loro naturali alleati sono chi predica Namibia First oppure Make Italy Great Again, detesta le unificazioni e si consegna, bene che vada, al ruolo di vassallo felice, come da icastica definizione di Mattarella. Insomma, Trump può aver sbagliato tutto, e aver innescato una dinamica opposta a quella voluta.
Poi ci siamo noi, l’Europa. Che nel percorso auspicato dal Gruppo dell’Aia si è già molto inoltrata. Ma si è fermata, paralizzata dalle spinte particolari e dalle vischiosità di una burocrazia e una politica adagiate su un comodo tran tran.
Crediamo che la posta in gioco non permetta più queste misere pigrizie. O peggio, le astuzie di chi vorrebbe “fare da ponte”; o la confusione di chi vorrebbe preservare a tutti i costi una subalterna unità dell’Occidente, come se il trumpismo che smantella l’OMS e gli aiuti ai paesi poveri, possa essere la stessa cosa dell’America che uscì dalla seconda guerra mondiale lanciando il Piano Marshall e la rinascita del Giappone.
Insomma, ci sembra che proprio dai paesi del Sud possa venirci uno stimolo, a superare deleterie rassegnazioni.
Ettore Paris