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QT n. 3, marzo 2025 Cover story

La squadra dei vulnerabili

Quando latita l’inclusione dell’ente pubblico suppliscono i volontari. O almeno, ci provano

Campo del Santissimo. Un martedì, ore 18.54. Hamza con la palla tra i piedi è un fenomeno, meno quando deve passarla ai compagni: continua a ignorare Alè libero a destra. Sono circa le 19 e, come ogni martedì, al Santissimo si allena la nuova rosa di Intrecciante, una delle squadre di calcio popolare attive in Italia. Fondata a Trento nel 2018, la squadra raccoglieva, inizialmente, giovani richiedenti asilo.

Abdul continua a sbracciarsi sulla fascia, a sinistra, Hamza a scartare anche sé stesso: non è poi così sorprendente che l’aggettivo “veneziano” - con cui in gergo calcistico si indica chi non passa la palla - si addica ai nati di entrambe le sponde del Mediterraneo. Il tiro che ne esce finisce largo a destra, a tre metri dalla porta.

I ragazzi del nuovo progetto di Intrecciante hanno iniziato ad allenarsi lo scorso anno – o in questa stagione, se si vuole seguire il computo del calendario calcistico. Sono quasi una trentina: sedici italiani, nove marocchini, tre peruviani, uno spagnolo, un tunisino, un pakistano e uno zambiano. Diciotto di loro hanno meno di venticinque anni. Li allenano Federico e Luciana, lui trentino di Trento, lei pugliese di Foggia. Luciana ha fatto tutta la gavetta nelle giovanili per fare l’allenatrice: le manca solo il patentino, ma con il lavoro da ingegnera è difficile trovare il tempo per seguire il percorso formativo ufficiale. Federico è un educatore scolastico e volontario da quando l’Associazione è nata, nel 2018. L’idea di una seconda squadra di calcio a sette l’hanno avuta in direttivo: la prima ormai era un progetto già avviato, hanno sentito la necessità di ripartire, di raggiungere nuovi ragazzi. Al Santissimo è un po’ come tornare a otto anni fa e anche l’idea è rimasta la stessa: sfruttare il calcio come spazio di inclusione. A essere cambiato in quasi otto anni è il clima intorno.

Iacopo detto Appo, il marcatore del definitivo 2 a 1

Il primo incontro

“Eravamo la squadra dei richiedenti asilo, ci chiamavano così”. A distanza di otto anni, Intrecciante è un po’ più di questo: “Ora raggruppiamo anche ragazzi italiani con vulnerabilità sotto il profilo socio/relazionale, gli esclusi dai circuiti sportivi tradizionali, chi ha voglia di un contesto non agonistico. È questo il vero obiettivo: creare una realtà inclusiva per tutti”.

Sono seduto a un bar di San Pio X con Serena, storica presidente del gruppo, e Federico. L’anno scorso Intrecciante è stata premiata da Mattarella in persona, c’è una foto di loro due insieme: Serena, sorridente e riccia, consegna all’altro presidente il gagliardetto della squadra. “Con i ragazzi della prima squadra ci alleniamo al campo sportivo Claudio Prada di Cristo Re. Questa è stata una delle prime difficoltà che abbiamo incontrato: adattarci di anno in anno a un campo diverso. Ce li assegna l'ASIS (Azienda Speciale per la gestione degli Impianti) e ogni anno ce lo cambiavano. È stato difficile riorganizzare passaggi e allenamenti a seconda della posizione. Il primo anno eravamo a Mattarello; c’era il problema della distanza, questo è vero, ma avevamo anche uno spazio comune attaccato al campo che aiutava l’aggregazione”.

Da otto anni Serena lavora per UISP Trentino, si occupa di progettazione sportiva e oggi ha lasciato la presidenza della squadra a Moussa. E UISP è stata anche fra i partner principali di Intrecciante, negli anni ha supportato l’Associazione sotto il profilo amministrativo e organizzativo. “La prima squadra ormai è un progetto che sta in piedi da solo. L’obiettivo era quello di trovare autonomia e sostenibilità finanziaria e creare una struttura amministrativa indipendente. Poi, quest’anno, ci siamo resi conto di voler raggiungere nuovi ragazzi e così con Federico, Beatrice e alcuni giocatori della prima squadra abbiamo avviato il progetto per la ‘seconda’: Walk and Play”.

“Sabato 22 giochiamo il recupero di campionato, vieni a vederci. E già che ci sei, perché non vieni al ritiro? Sarà a marzo, è uno dei momenti più importanti dell’anno”. A invitarmi è Federico, ci rivedremo spesso durante questo mese, è lui che con Luciana allena la seconda squadra. “E mi raccomando col titolo, una volta ce ne hanno proposto uno che suonava 'Dal barcone al campo da calcio', non si poteva sentire”.

Luciana e Federico

La seconda squadra

Che l’idea di una seconda squadra fosse buona lo hanno dimostrato fin da subito le adesioni. In un panorama segnato dal progressivo smantellamento delle strutture di accoglienza, un’iniziativa di segno opposto non poteva che essere accolta con entusiasmo dai suoi destinatari. Mentre gli sportelli chiudevano e le associazioni di settore faticavano a trovare risorse, Intrecciante ha avviato un nuovo progetto: Walk and Play for all, grazie al contributo di Fondazione Caritro. Lo hanno scritto con un quattro il “for”. Per prima cosa hanno dovuto cercare un campo e in questo si sono rivelate fondamentali l’Associazione Oratorio del Santissimo e l’U.S. Invicta Duomo, che hanno fornito gli spazi (campo e spogliatoi), garantendo anche una ragionevole flessibilità oraria.

Poi, per i nuovi, è arrivato il momento del tesseramento: pratiche e visite mediche annesse. Non è un ostacolo facile da aggirare. Prima bisogna vincere la naturale diffidenza dei ragazzi, il cui status giuridico è spesso in corso di definizione, poi coprire i costi delle varie pratiche. L’allungamento dei tempi di attesa per l’evasione delle richieste di accoglienza, la riduzione delle categorie di protezione e lo stato di affanno in cui ad oggi si trova il sistema di accoglienza trentino non hanno facilitato la cosa. Un’altra delle conseguenze degli accordi informali della Provincia nel campo della gestione dei flussi migratori è stata la composizione della squadra. C’è un netto sbilanciamento della rosa a favore di una sola nazionalità, e questo complica il processo di integrazione. È lo stesso fenomeno che si intravede in strada e, con il frammentarsi del sistema di accoglienza e i bisogni essenziali sempre più appaltati a benemerite associazioni di volontari (corsi di lingua, formazione professionale, etc.) la ghettizzazione diventa una possibilità concreta.

La posta in gioco era alta, il rischio in questa fase è sempre quello di perdere giocatori per strada. Per coprire i costi, sono ricorsi a un modello che si era rivelato vincente già con la prima squadra: chi riusciva ed era in Italia già da un anno avrebbe contribuito con una piccola cifra, aiutando chi invece non ne aveva la possibilità. L’idea è quella di sensibilizzare i ragazzi, responsabilizzarli. Poi, con il procedere del loro processo di inclusione, un giorno arriveranno a contribuire anche loro. Un’altra difficoltà è derivata dall’assenza di una figura in grado di fornire consulenze legali relative a quegli status giuridici che ostacolano il diritto alla pratica sportiva di alcuni dei partecipanti. Alla fine in campo ci sono scesi, e oggi nella cabina di regia del progetto compare anche il Dipartimento Prevenzione di APSS.

Al Santissimo è arrivato il momento dei tiri. Tre file da sette giocatori, una porta sola. Alla squadra manca il portiere, ogni tanto tra i pali ci va Youssef. Youssef non è molto alto, ogni martedì indossa la maglietta di Hakimi e compensa il difetto in altezza con la sua agilità; si diverte a tuffarsi e, nonostante sia una punta, riesce anche a parare. Luciana chiama con i numeri: uno la fila a sinistra, due la centrale, tre la destra. Il pallone va riportato al compagno. La prima a partire è Anna, laureata in lettere, ora fa le supplenze a Rovereto. Prima di conoscere Intrecciante, giocava con l’Isera, una delle due squadre femminili della Provincia.

Non solo calcio

Intrecciante non è solo una squadra di calcio. Negli anni i giovani volontari hanno realizzato vari progetti insieme ai ragazzi. Fra questi, due sono diventate mostre: una mostra artistica ospitata da Spazio Piera e una multimediale, un paio di anni fa, esposta negli edifici della Fondazione Caritro. Quest’anno l’Associazione, con il supporto di HarpoLab, realizzerà un racconto fotografico coinvolgendo tutti i suoi protagonisti.

Un mercoledì, tornando dall’Università, mi sono fermato con loro per vederli lavorare. Quando sono entrato Beatrice e Marta stavano proponendo alcune delle domande che avrebbero fatto ai ragazzi. Erano in otto: quattro giocatori, la preparatrice atletica, Marta, Serena Beatrice, membri del Direttivo e Lorena un’ex studentessa che su Intrecciante ha scritto la tesi prima di appassionarsi al progetto e decidere di iniziare a collaborare attivamente come volontaria. I temi li avevano scelti i giocatori un mercoledì a fine allenamento, ad esmpio: quali sono i gesti che fai prima di partire? Tommaso, che è un ottimo pianista e con le tastiere se la cava, copiava le domande al computer, cambiandone la forma, per semplificarle - diceva lui.

La partita

La seconda squadra in allenamento al Santissimo

Sulla tribuna sventola un tricolore italiano. Lo ha in mano un ragazzino. C’è foschia, il campo è in controluce, alle spalle si intravede il Calisio. Nel calcio, segnare durante la prima mezzora del primo tempo è un’arma a doppio taglio. La partita la decidono spesso proprio quei dieci minuti che separano il momento del gol dagli spogliatoi. Se gli avversari riescono a segnare, l’inerzia della partita può invertirsi. Davide è stato veloce ad approfittare di una respinta corta del portiere avversario su un calcio piazzato, ha raccolto la palla nell’area piccola e l'ha spinta in rete. È il primo gol che segna per Intrecciante. I dieci minuti successivi procedono lisci. Poi una respinta corta di Giovanni innesca l’11 avversario, che arriva in area, alza il pallone sopra Sergio e segna l’1 a 1. Un errore per parte.

L’arbitro fischia e si va negli spogliatoi, e lì il primo a prendere la parola è Francesco detto Benny, l’allenatore: “Se chiudiamo 11 e 17 non fanno più niente”.

“Sì, ma senza raddoppiarli, non serve”. “Adesso cambiamo subito quando rientriamo. Bailo al centro, fuori Aziz”.

Al rientro l’inerzia è cambiata: l’Intrecciante rimane più bassa, fatica a guadagnare la metà campo avversaria. I giocatori sono stanchi e iniziano a vedersi sempre più campanili. “Tenete il pallone basso, a terra. Giocate a terra!”.

Benny non rispetta mai l’area tecnica; la preparatrice atletica, Marta, figlia di una juventina e un’interista, è in panchina con Dawda e Lorenzo “il Biondo”. Ma in campo gioca Baylo. Forte tecnicamente e fisicamente è lui con Appo, al secolo Jacopo, che regge l’azione di Intrecciante. Prende palla, la tiene, cerca e crea gli spazi. Mancano cinque minuti più recupero. Intrecciante prende coraggio, alza il baricentro dell’azione. Il primo tentativo si schianta sul portiere avversario; il secondo è un taglio centrale di Appo, il portiere devia in angolo. Il terzo è quello buono. Baylo scende al centro, scarica verso Appo. Il pallone si alza, forse per una deviazione, Appo non ci pensa due volte: colpisce d’esterno al volo. Il tiro è una parabola perfetta ad uscire, scavalca il tuffo del portiere e finisce nel sette. 2 a 1. Esultiamo tutti in panchina, esulta Sergio, uscito per Martino a inizio secondo tempo, ed esulta anche Alì, in tribuna, venuto a vedere i suoi vecchi compagni di squadra. Gli ultimi minuti volano veloci. Questa volta Intrecciante porterà tre punti a casa. Al rientro negli spogliatoi per tutti c’è la pizza.

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