Trump e Sinner, prepotenza e gentilezza
Dunque Trump vuole Panama, intende annettersi la Groenlandia e il Canada. Quando sorge una controversia, minaccia di alzare i dazi, e se non basta, ipotizza opzioni militari. A noi sembra, più che una
politica di potenza, una di prepotenza.
Non intendiamo qui addentrarci sui quesiti politici conseguenti (è economicamente sostenibile? Quanto può pagare? Rischia l’isolamento?). Qui parliamo dei quesiti cuturali che si aprono. Perchè Trump evidentemente piace.
Abbiamo già espresso la nostra opinione sulle basi economico-sociali della grande avanzata delle destre anche estreme nel mondo occidentale. E’ dovuta all’inesorabile compressione dei redditi subita da lavoratori e classe media negli ultimi trenta anni, in una fase di espansione economica generalizzata. Il lavoratore vede la ricchezza espandersi, e la sua fetta diminuire, in percentuale e in grandezza assoluta, e i servizi del welfare (per i paesi che lo hanno) sempre più ridursi. Allora lui - non a torto - si arrabbia, non vota più chi era deputato a difenderlo (la sinistra) e si trova disponibile a seguire chi promette un ribaltone, una palingenesi.
Queste le basi economico-sociali.
Ma quelle culturali? Come mai il pifferaio di turno è quello che fa il “sovranista” (termine adottato addirittura da frange dell’estrema sinistra, che una volta si stringevano invece attorno all’internazionalismo, che è l’esatto opposto)? Quello che disprezza i più deboli, all’interno (gli immigrati), e nelle relazioni internazionali (le nazioni più piccole)? Quello che semina l’odio. Il punto di

riferimento storico non è più, per nessuno, San Francesco; mentre per molti, troppi, inizia ad essere Hitler. O – almeno – Mussolini.
Federico Rampini sul Corriere vede in questa involuzione una reazione alla cultura woke (l’ideologia che si oppone alle ingiustizie verso le minoranze etniche e di genere) e ai suoi eccessi, come l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, ma anche alle sue conquiste, come i posti di lavoro o negli studi riservati alle minoranze.
Pensiamo che sbagli, che confonda la causa con l’effetto: è la diffusione della cultura dell’odio, del mito del più forte, che genera l’avversione ai woke, non viceversa.
Chiaramente non è la prima volta nella storia che questo accade, il mito del superuomo non è di questo secolo. Ma abbiamo visto a cosa ha portato.
Mi permetto, con modestia, di intravedere un antidoto: Jannik Sinner. Il supercampione gentile.
“Sìì, così, così deve fare un campione! Essere cattivo, egoista, cinico!” sbraitava ai microfoni uno sciagurato telecronista quando un pilota di proposito ostacolava il compagno di squadra alla ricerca della pole position. Quello (il cronista) è un imbecille. E dannoso. Purtroppo non è isolato.
Ma non è isolato neanche Sinner, che è l’esatto contrario: va ad abbracciare e consolare l’avversario sconfitto. Va a sincerarsi – unico in tutto lo stadio - che la raccattapalle, colpita da un proiettile a 200 all’ora, stia bene. Di sé dice “Sono un privilegiato”. Poi la vita non è una favola, neanche per un campione: è stato anche lui investito dall’invidia di chi gli vuol male e auspica un suo inciampo nella grottesca vicenda dell’antidoping. Ma non ha risposto con alcuna cattiveria.
Ecco, il punto è questo. Se le persone in tutto il mondo si innamorano di un ragazzo perché è semplice, buono e gentile è un ottimo segno. Lui dimostra che si può essere il più forte, e al contempo una persona cortese e sincera, la forza non è sinonimo di cattiveria. E la gente lo ama per questo. Si commuove perfino.
Insomma, siamo al bivio tra Trump e Sinner. Dovremmo ragionarci sopra.