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QT n. 2, febbraio 2025 Servizi

Make America Great Again: le conseguenze

Brivido per la DANA di Arco e Rovereto: ora rischia anche il Trentino industriale

Il Make America great again urlato da Trump, con balletto finale, fa tremare anche il Trentino. La Dana (Dana Holding Corporation), multinazionale americana, un migliaio di dipendenti negli stabilimenti di Rovereto ed Arco e un indotto che interessa una decina di altre nostre aziende industriali, ha annunciato a fine novembre che vuole vendere la divisione off-highway che in Italia conta 12 stabilimenti ed ora ha deciso di delocalizzare in Messico, dal 2026, parte della produzione degli stabilimenti trentini di Arco e soprattutto Rovereto. Anche se producono bene, fanno utili e, al di là delle contingenze, coprono una fetta di mercato con domanda stabile.

Se questo fosse solo un inizio, il Trentino rischierebbe di perdere una parte importante del suo tessuto industriale. Alla quale peraltro ha rivolto investimenti, costanti e continui, attraverso la contribuzione pubblica.

È presto per affermarlo, ma potrebbe trattarsi solo dell’inizio di quello sviluppo, annunciato dal presidente americano al mondo, di rientro degli investimenti yankees negli USA. Di quella fine della globalizzazione che dovrebbe portare, secondo i nuovi leader statunitensi, alla “cupola” della grandi potenze (Usa, Cina, Russia) che fanno e disfano, ma soprattutto decidono tra di loro e sulle spalle degli altri i destini del mondo. America first, chiaro. E per dirla con le parole del segretario generale della Fiom trentina Michele Guarda il rischio che “un’Europa disunita, vaso di coccio tra Stati Uniti e Cina, assista ad una fuga degli investimenti, con i grandi che si portano in patria le produzioni. Vedi i discorsi Trump: 'Il mio messaggio alle aziende di tutto il mondo è semplice: venite a produrre in America e le tasse che pagherete saranno tra le più basse al mondo. Altrimenti dovrete pagare i nostri dazi'”.

Ma ricostruiamo la storia trentina della Dana. Che parte nel 1962 ad Arco con la nascita della Hurth. Acquistata nel 1997 dalla Dana che oggi opera in Trentino ad Arco e Rovereto. “Producono gli assali per macchine che non vanno sulle strade: macchine movimento terra e trattori, destinati ai settori agricolo e delle costruzioni” specifica Guarda. Dana è una multinazionale statunitense che ha più divisioni al suo interno, mentre nel suo complesso si può dire che si occupa della parte meccanica del settore automobilistico: alberi motore, trasmissioni, cambi, assali. Per veicoli commerciali e non. “Meccanica di precisione insomma. Quasi 42.000 dipendenti nel mondo, con produzione in più di 30 Paesi.In Trentino e in Italia ha stabilimenti che non fanno esattamente le stesse cose ma operano nello stesso settore. È un distretto italiano delle trasmissione delle macchine di movimento terra che occupa 4.000 dipendenti”.

I numeri

Ed entriamo con i piedi nel piatto trentino. Oggi ad Arco la Dana occupa 507 lavoratori e 19 dirigenti, più 40 lavoratori in somministrazione, a Rovereto un dirigente, 335 dipendenti e 40 in somministrazione. I lavoratori in somministrazione sono in pratica dei precari che l’azienda richiede ad agenzie autorizzate per periodi determinati e per far fronte alle fluttuazione della domanda di mercato. 940 lavoratori in tutto che qualche tempo fa erano quasi 1.100, con un andamento ciclico che comunque da anni non si sposta di molto dai 1.000 occupati. “Ma alla Dana Trentino fanno riferimento anche due stabilimenti, uno in Piemonte e l’altro in Lombardia, che portano l’occupazione a 1.300 lavoratori. E tra il 2018 e il 2019 Dana ha fatto grosse acquisizioni in Italia: la Brevini di Reggio Emilia e la Graziano di Torino, 1.000 lavoratori la prima, 1.800 la seconda (di cui però 700 a Bari). Per quanto riguarda noi – continua Guarda – è cresciuto un tessuto industriale in Trentino, attorno e assieme alla Dana”.

Passato e presente

Naturalmente l’Autonomia e, quindi, la Provincia, hanno avuto un ruolo importante in questo senso. È stata centrale la figura di Rino Tarolli, trentino di Trento, per anni presidente e Ceo di Dana Italia e sfortunatamente pensionato da qualche anno, un trait d’union tra le due realtà. Con lui a capo dell’azienda la Provincia ha conferito strettamente con la proprietà. Ecco ciò che diceva il presidente Lorenzo Dellai nel 2012: “Dana dà al Trentino l'idea che qui si possa avere ancora un forte settore industriale manifatturiero di grande qualità, dà la sensazione che un'impresa come questa è un luogo di produzione ma anche di formazione e ricerca, un sistema come quello del polo della meccatronica, nel quale Dana e l'ingegner Tarolli stanno dando una esperienza imprenditoriale fondamentale”.

“In Trentino la Dana è cresciuta lavorando in simbiosi con la Provincia, – ammette Michele Guarda - il dirigente l'ha fatta crescere con un rapporto fecondo. Si è fatto di tutto per portare qui le produzioni, continuare l’esperienza. Quindi finanziamenti ricerca e altro, normale politica industriale”. Che vuol dire anche soldi provinciali al progetto. Perché, inoltre, non sono solo i 1.000 dipendenti Dana ad essere preoccupati in questi tempi. Attorno a Dana Trentino c’è un importante indotto, tante aziende che lavorano per la multinazionale e anche di certe dimensioni, con 100 o più dipendenti: Capi Group, Meccanica Cainelli, OMP Piccinelli, Sata, Omr Rovereto (ex Mariani), Sapes.

Ma i tempi sono cambiati: l’America great again significa marcia indietro sulla globalizzazione, a cui possiamo aggiungere un paio di disastrose guerre, problemi di comunicazioni internazionali (gli Houti e i problemi che stanno creando al traffico merci con la pirateria). “Il quadro è instabile e le multinazionali cercano di riposizionarsi (soprattutto quelle americane, ndr). La cosa è iniziata con Biden, ma con Trump sta avendo un’accelerazione mostruosa”.

La Dana trentina gode di ottima salute, questo aspetto non interessa?

“Un eccellente stato di salute e proprio la divisione off-highways - non soprattutto automobilistica ma legata a produzioni per agricoltura e costruzioni - è un gioiello, ha possibili sviluppi migliori, margini più alti e anche i bilanci economici eccellenti. Una realtà, tra l’altro, che ha lunga tradizione di relazioni sindacali costruttive”.

Gli ultimi fatti. In novembre dalla proprietà è giunta la comunicazione della decisione di vendita della divisione e recentemente è stata comunicata la delocalizzazione in Messico di parte della produzione fatta a Rovereto e Arco.

Quanta parte? Guarda ha partecipato al tavolo di discussione aperto dal ministro dei trasporti Adolfo Urso:

“Al tavolo hanno comunicato che si dovrebbe delocalizzare un 30% (dal 20% al 40% in verità) della produzione roveretana. Per Arco solo indirettamente, intorno al 10%. L’azienda dichiara però che troverà produzioni alternative per evitare esuberi di lavoratori. Erano con noi a Roma i dirigenti di tutti gli stabilimenti italiani, i sindacati e i rappresentanti delle Regioni coinvolte. Noi abbiamo posto delle domande. Ciò che si farà a Rovereto si farà anche altrove? 'Si' è stata la risposta. Ma loro hanno colpito lo stabilimento di Rovereto, per intanto paga il Trentino. La produzione partirà a metà del 2026 verso il Messico”.

Il rischio quasi immediato è di perdere quella porzione di lavoratori: ma potrebbe anche essere, senza voler fare allarmismo, che nell’ottica trumpiana dell’America first in tempi ravvicinati la multinazionale decida di prendere su tutto e portarlo in America.

“Per quanto riguarda il Trentino – osserva il segretario della Fiom – chiuderebbe una parte rilevante del tessuto industriale”. In Italia si tratterebbe di un terremoto, sono 4.000 i lavoratori che rischiano se Dana deciderà di portarsi via l’intera divisione off-highway.

Che fare?

“Serve fare quadrato tra imprese, sindacato e istituzioni”.

Iniziative sindacali?

“Ci saranno mobilitazioni non solo in Trentino. Ci sono stati già anche scioperi. Ora cresceranno. La Pat ha promesso di fare il massimo, lo ha esplicitato l’assessore Spinelli”.

È piccolo il Trentino in questa partita che è mondiale. E del resto la giunta Fugatti non ha mai avuto un piano industriale, col suo strabismo verso albergatori, commercianti e contadini. Ma rischia di essere piccola anche l’Italia per gestire queste dinamiche. L’Europa, certo, la politica di Trump mira a destrutturare l’Europa. La salverà l’amicizia di Giorgia Meloni con il presidente e il suo sodale Elon Musk?

Nei prossimi mesi Meloni dovrà dimostrare quali sono le sue vere amicizie. Lei che rivendica per sé uno spazio europeo e mondiale, che sta simultaneamente con Trump e nel governo europeo di Ursula von der Leyen. E allo stesso tempo lotta a fianco di Orbàn, Fico, Marine Le Pen e, c’è da giurarci, da qui a poco anche di Alternative für Deutschland (è di questi giorni la stretta di mano di Musk, amico di Meloni, ai dirigenti tedeschi del movimento, con tanto di braccio levato alla moda nazi), movimenti e partiti che vorrebbero l’Europa delle nazioni, non l’Europa Unita. Di qui l’occhiolino del presidente americano, mentre l’Italia, per avere lo “zero virgola” di aumento annuale del Pil, deve “mettere a terra”, come dice la presidente, il PNRR europeo, senza il quale la nostra economia avrebbe il fiato grosso.

I lavoratori

E i lavoratori di Dana? Abbiamo sentito Rino Stinghel, delegato Fiom nella Rsu dello stabilimento roveretano. 46 anni, di Pomarolo, 26 anni passati al servizio di questa azienda, moglie e due figli di 16 e 21 anni. “Un fulmine a ciel sereno. Momenti di difficoltà ne abbiamo vissuti, come la crisi dei subprime del 2008. La preoccupazione di oggi è che sono delle produzioni che saranno spostate in Messico per geopolitica. La cosa si ripercuote sul nostro stabilimento. Intanto le linee si stanno liberando dei lavoratori precari: l’anno scorso da noi erano 110-120, oggi ne restano 32 attivi. Finiti quelli, si prospetta la Cassa Integrazione. A metà del 2026 si trasformeranno in esuberi. Sembra lontano il 2026, ma non è così”.

Se l’azienda chiudesse?

“Ho mutuo e figli e non sono solo io. L’età incomincia ad essere importante per cui io non sono di facile ricollocazione. Alle spalle abbiamo l’esperienza fatta da altri metalmeccanici come i compagni della Whilrpool, che lavorano con condizioni economiche e diritti inferiori, mentre chi ha accettato dei soldi per andarsene ha trovato poi lavori e salari non all’altezza. Se esci da Dana oggi difficilmente ti ricollochi bene. Vantiamo un lavoro ben retribuito e diritti che ci siamo costruiti negli anni”.

Naturalmente avrete già pensato a come reagire, almeno nell’immediato.

“Fare quello che hanno fatto alla Volkswagen in Germania: tutti i lavoratori di tutti gli stabilimenti del gruppo sono scesi in piazza, per dire che non si chiude nessuno stabilimento… Se ci sarà da soffrire, i patimenti si distribuiranno su tutti. Solidarietà insomma. Ci sono gli altri stabilimenti Dana, come a Bari o Brevini a Reggio Emilia, e con azioni solidali si potranno anche qui evitare le chiusure. La nostra preoccupazione è che avendo 12 stabilimenti non saturi al 100% il nuovo acquirente possa pretendere di portarli ad 8, 9, 10 ma a piena saturazione. Uno spettro che aleggia non solo in Trentino ma in tutte le regioni coinvolte”.

Qualche iniziativa a breve?

“Ora ci coordineremo, per fermate a livello nazionale. Vogliamo dare un segnale alla proprietà e ad eventuali nuovi acquirenti: per noi l’occupazione negli stabilimenti italiani deve rimanere ai livelli attuali. All’interno del Gruppo Dana siamo la divisione coi migliori risultati e come fatturato noi italiani rappresentiamo il 40% di questo gioiello, 12 stabilimenti su 30 sono in Italia, e 3.800 su 9.500 lavoratori. Ad oggi la società non ci dice che ci sono nuovi acquirenti. Ma il messaggio è per un eventuale nuovo acquirente. Oggi la certezza è che i 30 stabilimenti sono in vendita e che lo stabilimento in Trentino cederà il 30% della capacità produttiva di oggi verso il Messico. Non è la prima multinazionale che scappa dall’Italia. Apprezziamo che il ministro abbia appoggiato le preoccupazione delle parti sociali e si dica dalla nostra parte. E la Provincia con Spinelli dice che metterà in campo tutto per difendere l’occupazione. Ma alla luce di altre realtà scomparse dall’Italia desta preoccupazione la deindustrializzazione di questo Paese che era un potenza industriale. Se chiude l’industria cosa resta? Il turismo?”

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