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QT n. 1, gennaio 2025 Servizi

Diga sul Vanoi: la lotta paga

Una vicenda che insegna a quanti lamentano la disaffezione al voto che quando la trasparenza propone un’alternativa al degrado, la cittadinanza è presente, partecipe.

Il 25 novembre Il Fatto quotidianotitolava: “Votare non salva più nessuno: lottare è la 'nuova' politica”. Per come si è auto-organizzata, la lotta contro la diga sul Vanoi imposta dal Consorzio del Brenta ha anticipato il titolo del giornale. Per un anno intero il Primiero e l’alto Veneto hanno visto svilupparsi una lotta sociale tenace. E si è dimostrato che la lotta paga, per questo è importante lasciare traccia dei tanti significati che questo movimento ha diffuso.

Un’azione tanto complessa attesta che i cittadini non sono in disarmo: se non votano è perché non trovano credibilità negli attuali partiti e nei candidati.

Le lotte di territori o categorie sociali sono da sempre presenti nelle nostre società, ovviamente laddove ci si misura su obiettivi chiari. Quando ci si confronta tra amici, nei paesi come nelle città, si constata indifferenza, stanchezza, si è portati a evitare il confronto, l’approfondimento, quindi l’impegno. Molte di queste persone sono le stesse che poi si fanno coinvolgere emotivamente nel gettare fango su tutti, partiti e persone, sempre generalizzando. Rifacendosi a slogan, frasi fatte, recuperando la spudoratezza e la rozzezza seminata da diversi politici, oggi anche ministri. Ma molte altre, a noi idealmente più vicine, sono stanche della rappresentazione dell’attuale politica.

Torniamo al Vanoi. Il Consorzio del Brenta ha riproposto a quasi trent’anni di distanza dalla precedente iniziativa il progetto di una diga sul torrente Vanoi. Prima cercando di utilizzare fondi del PNRR, poi facendosi finanziare un progetto di fattibilità dal Ministero dell’Agricoltura. Un’imposizione che, se accolta, propone la cementificazione dei territori per risolvere il tema della sete d’acqua delle coltivazioni lungo la Brenta, senza però confrontarsi col territorio a monte, ritenendolo marginale e leggendolo come ambito di conquista: la pianura all’assalto dei beni comuni della montagna.

Ma le popolazioni della montagna e dei fondovalle bellunesi, appena venute a conoscenza dell’iniziativa (tenuta secretata per tre anni dalla Regione Veneto e dalla Provincia di Trento), si sono ribellate: il progetto è stato ritenuto una rapina imposta al territorio e in poco tempo si è costruita una rete di associazioni e cittadini che ha dell’incredibile. Si è resa protagonista una straordinaria rete di volontari.

Il percorso seguito è stato lucido. Dapprima si è valutata una programmazione delle azioni decisa in assemblee pubbliche: studio, valutazioni tecniche e sociali. A seguire si è valutato come strutturarsi e quali azioni intraprendere. Si è avviato un processo di resistenza culturale e sociale ramificata, proiettata consapevolmente su tempi di lotta di lungo periodo grazie alla nascita di comitati locali, in Trentino come in Veneto. Si sono tenuti sui territori decine di confronti assembleari. Si è aperto il confronto diretto con i progettisti e quindi con i dirigenti del Consorzio del Brenta, sia in presenza che online. Si sono coinvolte le istituzioni pubbliche, dai Comuni alle Comunità di valle, alle Province, alla Regione Veneto fin dove è stato possibile. Si sono tessuti rapporti col mondo dell’informazione. Si è ottenuto il coinvolgimento di tutte le forze politiche, alcune particolarmente attive come il gruppo Verde Europa del Veneto, il PD bellunese e del Trentino, Campobase, più altre singole sensibilità. Si è portato il tema nelle aule parlamentari e nell’europarlamento. Si sono raccolte oltre 13.500 firme grazie a tavoli diffusi nei paesi, momenti che hanno favorito il dibattito diretto, adesioni poi portate in Regione dove i rappresentanti dei comitati sono stati ricevuti dalla sola presenza istituzionale del Consiglio Regionale accanto al rappresentante dei Verdi e della europarlamentare Cristina Guarda. Si sono presentate centinaia di osservazioni contro il progetto: attori del lavoro sono state le associazioni ambientaliste e alpinistiche nazionali, comitati locali, associazioni come pescatori, Ordine dei geologi, sezioni del CAI, la SAT, tecnici e altri gruppi. Ben 70 sono i documenti con le osservazioni piovute sul Consorzio del Brenta.

È stata un’alluvione travolgente e inattesa nelle dimensioni. Nel concreto si contano oltre mille puntualizzazioni negative. La sola provincia di Belluno ha presentato un documento di 21 pagine, la Provincia di Trento ha minacciato ricorsi all’autorità giudiziaria. Ma vi sono anche enti favorevoli alla diga, gran parte dei comuni vicentini e trevisani, ben 53.

Questo diffuso lavoro ha permesso a centinaia di soggetti, fino a quel momento poco attivi nel sociale, di confrontarsi su studi e pianificazioni; di apprendere conoscenze del territorio prima sottovalutate, storia dimenticata, valori trascurati. Un movimento che è diventato laboratorio di formazione diffusa. Cittadini e gruppi hanno dovuto affrontare, insieme, una vasta complessità di valutazioni multidisciplinari (sociale, storia, ambiente, normative, la Costituzione, i valori delle acque, della foresta, della biodiversità, i temi della sicurezza, della geologia, dell’idraulica, dell’ingegneria di dettaglio). Grazie a queste condivisioni si è poi passati ad affrontare un severo lavoro di sintesi che è stato trasferito nelle osservazioni.

Invece della diga

Come dimostrato nelle osservazioni, se si sono aperte tante energie positive è perché buona parte degli animatori del movimento erano a conoscenza di alternative alla costruzione della diga, molto meno costose in termini economici e ambientali. Anzi, qualora affrontate e realizzate, queste alternative porterebbero a una riqualificazione ambientale della montagna e della pianura, diffondendo nuove opportunità lavorative, sia manuali (la gestione delle opere) che intellettuali.

Si sono tenute oltre 40 assemblee: il 5 ottobre la piazza di Lamon è stata coinvolta in un confronto popolare quando si sono raccolte in sintesi le brevi e concrete testimonianze di oltre venti soggetti rappresentativi di interessi generali. Vedersi, ascoltarsi, condividere a quattr’occhi è stato fondamentale. Ha strutturato sicurezza, fiducia, si è rafforzata la coesione sociale.

A seguire, è stata organizzata una camminata che in otto giorni, da Pian de Mottes è arrivata a Lamon, fino a Venezia, nella sede della Regione Veneto dove sono state depositate le firme fino ad allora raccolte. Oltre 200 chilometri ricchi di umanità, per rafforzare la coesistenza fra le esigenze della montagna e quelle della pianura. In pieno stile gandhiano.

Durante la marcia si sono filmati tanti momenti: i paesaggi, i protagonisti e gli striscioni, gli incontri, i contenuti. In giorni lavorativi il cammino ha accolto oltre quaranta cittadini, che giorno per giorno venivano accompagnati da altre decine di protagonisti, finché a Venezia si sono ritrovati in oltre 100.

Il filmato autofinanziato con la raccolta di quasi 14 mila euro da parte di 308 sostenitori (cifra che rappresenta il 197% dell’importo ipotizzato) sarà disponibile a inizio primavera. Racconterà l’intera vicenda, e rimarrà così come testimonianza dell’orgoglio di territori dimenticati e abbandonati dalle pubbliche istituzioni. Racconterà cosa significa diritto di cittadinanza e come si debba pretendere che esso venga rispettato, investirà nei contenuti della nostra costituzione e della legalità, nei valori naturalistici che si sono difesi.

Nella consapevolezza che la lotta non è terminata, il Consorzio proseguirà a testa bassa nella strada intrapresa perché forte dell’appoggio politico a livello nazionale e nella Regione dove opera, con la certezza che quanto seminato produrrà frutti anche nel tempo.

A tutto questo il Consorzio del Brenta ha reagito in modo arrogante. I sostenitori, l’ingegnere Gennaro Mosca della Direzione generale per le dighe del Ministero delle Infrastrutture idriche e Trasporti e il Consorzio, nelle loro risposte alle osservazioni accusano gli oppositori di indifferenza nei confronti dei bisogni di sicurezza e scarsità d’acqua della pianura. Nessuna parola viene spesa sul valore delle proposte alternative alla diga, ritenendo che le misure di compensazione (ridicole quelle proposte) debbano cancellare ogni perplessità. La solidarietà verso la montagna è riassunta in questa misera parola: “compensazione”. Nessun accenno al furto di territorio, di storia, di prospettive di vita e di futuro cancellate per quanti vi abitano.

La solidarietà non può essere un'azione di puro colonialismo, di occupazione dei territori. I dirigenti del Consorzio nemmeno vengono sfiorati dal pensiero che solidarietà è reciprocità, unacondivisione che sostenga la componente più debole, quasi sempre rappresentata dalle popolazioni delle montagne.

Questa è una storia che segnerà fortemente il futuro di quanti abitano il Vanoi e il Primiero. È una vicenda che costruisce protagonismo attivo, dove centinaia di persone si sono riappropriate di una cultura e identità quasi perdute.

Insegna ai politici e a quanti lamentano disaffezione al voto che quando la trasparenza, unita alla coerenza, propone un’alternativa al degrado avanzante, la cittadinanza è presente, partecipe, contribuendo a costruire sviluppo condiviso.

È una vicenda che ci riporta al maestro della nonviolenza italiana, Aldo Capitini, il quale sosteneva che “il potere è di tutti”. Si è dimostrato che Capitini non era un sognatore, ma un realista: in questo piccolo contesto della montagna italiana è stato chiaro che la democrazia diretta è stata resa concreta grazie al coraggio di quanti i territori li vivono.

Questa vicenda dimostra che il conflitto è il sale della democrazia e può essere un laboratorio di formazione; invoca coerenza e trasparenza, sostegno alla partecipazione diretta su scelte strategiche; e dimostra come la montagna sia maestra di solidarietà, che le popolazioni di montagna sanno superare la contrapposizione città-montagna attraverso la costruzione di reti di comunicazione che rimarranno solide nel tempo.

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