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QT n. 1, gennaio 2025 Servizi

20 anni di conflitto d’interessi

Una Società Gestione Cave, in teoria super partes, in realtà espressione dei padroni del porfido

Lo scorso 19 dicembre la stampa locale rendeva noto che con 29 voti favorevoli e 4 astenuti il Consiglio provinciale aveva approvato l’odg n.50, presentato da Vanessa Masè, indicante in So.Ge.Ca., la società “in house” del Comune di Albiano (da qualche anno partecipata anche dal Comune di Fornace), quale riferimento per la futura gestione delle cave di porfido (e non solo).

Nell’odg presentato dalla consigliera della Civica Trentina, che fa capo all’assessore Mattia Gottardi (con un considerevole bacino di preferenze a Lona-Lases), si sostiene la necessità di “valorizzare le competenze maturate da So.Ge.Ca. Srl, sia nell’attività di pianificazione e progettazione”, mantenendo “il necessario collegamento territoriale” ed assicurando “un efficace supporto al settore estrattivo, e del porfido in particolare, anche in vista delle procedure per il rilascio delle nuove concessioni”.

Masè sottolinea, infine, la necessità di “considerare la storia della società e riconoscere l’importanza dei soci fondatori” e proprio considerando questi aspetti comprendiamo il significato di quelle affermazioni, facendo emergere in piena luce l’intento, andato felicemente in porto, di legittimare venti anni di conflitto d’interessi.

Vediamo dunque di esaminare la storia della Società Gestione Cave, inventata dall’amministrazione comunale di Albiano guidata da Mario Casna (2000-2005), trasformatosi, da campione dell’opposizione e paladino degli interessi della comunità, in solerte difensore degli interessi particolari dei concessionari.

Vanessa Masè

L’idea nacque sotto la spinta della necessità di neutralizzare l’azione dell’allora commissario ad acta rag. Fabrizio Trentini, nominato dalla Giunta provinciale per adottare un Piano cave di competenza del Consiglio comunale, impedito in tale compito dal conflitto d’interesse nel quale si trovava la gran parte dei suoi componenti. Un commissario che, nonostante le pressioni, non era disposto ad accettare supinamente le pretese dei concessionari, fu così che si pensò ad un escamotage atto a mascherare tale conflitto d’interessi, eliminando una volta per tutte, anche per gli anni a venire, il problema.

A dimostrazione di ciò stanno le iniziative messe in campo in quegli anni dalla minoranza in Consiglio comunale, guidata da Aldo Sevegnani, forte anche dei pareri estremamente critici nei confronti della proposta della Giunta comunale provenienti dal Difensore civico, dal Servizio Autonomie Locali e dell’Ufficio Legale della Regione.

In un esposto presentato nel novembre 2003 alla Procura della Repubblica i consiglieri di opposizione evidenziavano come tale Srl venisse costituita per “aggirare il dovere dell’astensione di molti componenti il Consiglio comunale”, con “lo scopo di mantenere e consolidare dei privilegi” riguardanti la durata delle concessioni e i relativi canoni. Tuttavia un Consiglio comunale in pesante conflitto d’interessi ha istituito una società “paravento”, traslando il conflitto d’interessi all’esterno dell’amministrazione locale (per la quale è previsto l’obbligo di assentarsi da parte dei componenti con potenziale incompatibilità) e tuttavia aggravando, se possibile, tale situazione.

Non solo, infatti, quattro su cinque membri del CdA di So.Ge.Ca. Srl sono nominati dalla maggioranza che amministra il Comune (uno spetta alla minoranza, di fatto inesistente dopo il 2010), ma pure il personale chiamato a svolgere le funzioni tecniche è stato reclutato in gran parte tra soggetti che hanno svolto e continuato a svolgere anche la libera professione per conto degli stessi concessionari, replicando anche a questo livello il perdurante conflitto d’interessi. Tanto che nel 2007, la compianta Rita Cimadon, allora consigliera di opposizione a Fornace, aveva indirizzato una missiva a tutti i comuni della zona del porfido nella quale evidenziava come “i collaboratori/dipendenti di So.Ge.Ca. Srl lavorino anche per i controllati stessi”.

Cimadon faceva nomi e cognomi dei tecnici (tra i quali spiccava l’allora direttore), che “fanno consulenze, stendono progetti, fanno i direttori lavori ed altre mansioni nelle aziende degli stessi cavatori, che dovrebbero essere invece da loro controllati”.

Se buon sangue non mente, come è possibile ritenere che la scelta fatta dal Consiglio provinciale, su indicazione della consigliera Masè, sia volta alla tutela del bene pubblico o non piuttosto a legittimare il prosieguo di quella logica predatoria, all’insegna della privatizzazione dei profitti e collettivizzazione dei costi, che ha fin qui contrassegnato l’attività estrattiva di un bene pubblico quale il porfido?

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