Mafia: quando il Trentino vuole fare il furbo
L’approdo in Parlamento del poco commendevole caso Carini. E il suicidio giudiziario del (presunto?) capo degli ‘ndranghetisti
E’molto interessante l’interrogazione parlamentare presentata al Ministro della giustizia e a quello dell'interno dall’on. Stefania Ascari - del M5S e membro della Commissione Parlamentare Antimafia - nella seduta della Camera del 20 dicembre.
Entra infatti decisamente nel merito delle ultime decisioni del Tribunale di Trento sul processo “Perfido”. In particolare, sulla mano leggera avuta nei confronti degli imputati eccellenti, come da QT peraltro ripetutamente rilevato, e che l’on. Ascari pure rileva, con un certo allarme per i possibili due pesi-due misure adottati nei confronti degli imputati: brutti sporchi e cattivigli uni, ammanicati in alto loco gli altri.
Così dunque l’on. Ascari scrive: “A fine novembre 2023, la Procura di Trento ha richiesto il rinvio a giudizio per numerosi ‘colletti bianchi’ e membri delle istituzioni accusati di supportare l'attività della locale ‘ndranghetista trentina, confermata come operativa da più sentenze della Cassazione (penale sent. sez. 6 num. 17511/2024 e 39218/2024). Tra gli imputati figurano sindaci, ex parlamentari e carabinieri, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e altri reati aggravati dal metodo mafioso”.
Poi entra nel cuore del problema, esplicitamente riprendendo le nostre perplessità, portando specifiche, durissime critiche, all’operato del Tribunale: “L'indagine su Giulio Carini e la sua successiva archiviazione pongono interrogativi specifici che sono stati sollevati dalla stampa locale ("Perfido": arrivato ai pesci grossi, il Tribunale si ferma – Questotrentino, settembre 2024).

L'archiviazione del procedimento relativo a Giulio Carini, figura chiave per comprendere i rapporti tra la criminalità organizzata e le istituzioni, è avvenuta senza un accertamento medico-legale indipendente. Tale decisione, a giudizio degli interroganti, appare in contrasto con la prassi consolidata, che prevede verifiche peritali dirette nei casi in cui le condizioni di salute mentale possano incidere sulla capacità di autodeterminazione o sulla valutazione di responsabilità penale.
A questo proposito, la sentenza n. 3659 del 2018 della Corte di Cassazione sottolinea che l'amministrazione di sostegno non implica automaticamente un'incapacità di intendere e di volere, ma è finalizzata a garantire una tutela proporzionata alle esigenze del soggetto, preservandone, ove possibile, l'autonomia decisionale. Questa mancanza di accertamenti pone interrogativi sulla coerenza delle procedure applicate e sul loro impatto sulla regolarità del procedimento, configurando una possibile grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile ai sensi del decreto legislativo n. 109 del 2006.
Tale archiviazione, visto il ruolo che sarebbe stato svolto da Carini quale raccordo con la Calabria e intermediario tra ‘ndrangheta e istituzioni locali e statali, rende particolarmente critica la comprensione del fenomeno infiltrativo”.
Quindi Ascari va oltre il pur clamoroso caso Carini: “Peraltro, alcuni nomi legati ad eventi rilevanti, come quelli di Franco Bertuzzi e del maresciallo dei carabinieri Luca Mattevi nella vicenda del pestaggio di Hu XuPai (v. l'articolo di stampa "Il pestaggio nella cava" - Questotrentino, marzo 2017 e “Perfido: i colletti bianchi” - Questotrentino, aprile 2024), sembrano essere stati esclusi da ogni approfondimento relativo alla loro posizione, nonostante pesanti elementi indiziari a loro carico; inoltre, rispetto alla vicenda risultano coinvolte figure istituzionali nelle «cene di capra», citate come occasione di contatto tra mafiosi e rappresentanti istituzionali di alto livello, che sollevano dubbi sul livello di permeabilità delle istituzioni locali e nazionali”.
A questo punto l’on. Ascari pone due domande chiave, che in realtà paiono due sollecitazioni. Sullo specifico procedimento “Perfido”, e in particolare sul caso Carini e su come esso è stato gestito dalla Procura e dal Tribunale di Trento, si chiede “se il Ministro della Giustizia non intenda valutare la sussistenza dei presupposti per l'adozione di iniziative ispettive, in relazione ai procedimenti citati in premessa, anche ai fini dell'eventuale esercizio dell'azione disciplinare”; poi c’è il tema generale su cui si chiede “se il Ministro della Giustizia non ritenga di adottare iniziative normative, per quanto di competenza, volte a introdurre protocolli più rigorosi per verificare documentazioni mediche che potrebbero compromettere la regolarità dei procedimenti giudiziari”.
Non basta: memore delle “cene di capra” in cui alcune delle massime autorità statali allegramente banchettavano assieme a soggetti come Giulio Carini, l’on. Ascari chiede, questa volta al Ministro dell’Interno “quali iniziative intenda assumere per contrastare il rischio d'infiltrazione della criminalità organizzata nelle istituzioni” con particolare riguardo al Trentino.
Dubitiamo che il ministro Piantedosi faccia alcunché. Il ministro della Giustizia Nordio, potrebbe e dovrebbe attivarsi: siamo scettici, ma vedremo. E’ comunque importante che anche da Roma, a livello ministeriale e in prospettiva di Consiglio Superiore della Magistratura, si accenda un faro su come il Tribunale di Trento sta gestendo quello che lo stesso CSM ha definito come “processo particolarmente importante”.
Macheda, intanto…
Per converso, risulta mirabolante, ma per opposti motivi a quelli di Carini, la posizione sanitaria\giuridica del capo (almeno secondo gli accusatori, supportati da millanta intercettazioni) della locale ‘ndranghetista, Innocenzio Macheda.
Noi avevamo già sottolineato, in questo caso, la tenacia della Procura nel non voler farsi scappare il supposto capobanda: il quale aveva presentato una perizia medica (malattia di Parkinson, e quindi pratica impossibilità di seguire con piena consapevolezza il processo) cui i PM avevano contrapposto una contro-perizia, che in definitiva diceva il contrario. Nell’attesa della prossima udienza e dell’importante decisione dei giudici, però, Macheda ne ha combinata una delle sue.
Per farci capire dobbiamo illustrare la figura di Saverio Manuardi. Calabrese anch’egli di Melito Porto Salvo, socio di un paio di ditte del porfido attenzionate nell’inchiesta “Perfido”, era stato condannato per spaccio di droga a un lavoro socialmente utile e al versamento di una donazione a una onlus.
Manuardi effettuava sia le ore di lavoro che la donazione (7.000 euro) presso un’associazione della Valsugana, salvo poi – dopo aver goduto dei benefici di legge in diminuzione della pena - pretendere indietro la somma, attraverso minacce e vessazioni al presidente. Intimidazioni sempre più pressanti, effettuate prima da solo, poi con il concorso di amici albanesi, infine con il supporto proprio dello stesso Macheda. Il quale, temendo di essere intercettato, invece di rivolgere minacce verbali al presidente (santo subito!) della onlus, gli si parava di fronte con un cartello minatorio attaccato al maglione, sotto al pastrano che apriva quando gli si trovava davanti.
Il risultato sembra comico: con Manuardi e i tre compari albanesi tradotti in carcere per estorsione, Macheda che colleziona un’altra denuncia.
Sono però da svolgere alcune considerazioni. La prima, ovvia quasi, che sarà difficile per la difesa sostenere l’inabilità ad assistere al processo da parte di una persona che se ne va in giro a minacciare ed estorcere.
La seconda è meno ovvia: perché, in un momento processualmente delicato, il capo della locale si inguaia in una maniera così plateale?
Le risposte possono essere molteplici. La prima: quella è la sua cultura; nel caso di Macheda, poi, che ha un passato infarcito di atti di violenza, quella è la sua natura.
La seconda: il gruppo calabrese non sembra dedito solo al settore del porfido; in alcune sue propaggini agiva nello spaccio, assieme a camorristi ed albanesi, probabilmente allargatisi con il ritrarsi dei calabresi colpiti da “Perfido”. Di qui l’esigenza, sentita dal capo, di marcare il territorio, in prima persona: “Qui ci siamo ancora!”
Infine una considerazione più di fondo: questa di Innocenzio Macheda è una cultura molto arretrata. Se oggi siamo alla mafia 3.0 o 4.0, Macheda, detto Ceggio, è rimasto alla mafia 0.0, quella che conosce solo la violenza.
Ora, l’uomo sa essere anche insinuante e duplice: a uno dei nostri incontri nell’area del porfido prima dello disvelarsi ufficiale delle infiltrazioni mafiose, aveva agganciato il più giovane di noi con mielose parole di incoraggiamento, presentandosi come un imprenditore onesto, disgustato dalla presenza di altri imprenditori malfattori – evidentemente cercava di carpire informazioni sui nostri agganci in loco. Però la sua modalità d’azione di gran lunga preferita è molto diversa, l’aggressione. Ricordiamo come si fosse scontrato con Giuseppe Battaglia, giunto prima in Cembra e di fatto amministratore delegato del gruppo, perché questi voleva fare impresa (sia pur non pagando gli operai ecc ecc), mentre lui preferiva esigere il pizzo dagli altri porfidari dietro minacce di sterminio per loro e famiglia.
D’altronde neanche Giuseppe Battaglia (la cui linea operativa era stata poi benedetta dalla casa madre calabrese) è risultato molto evoluto: diciamo che rappresenterebbe la mafia 1.0. Affetto da una libido di arraffamento, depredava perfino i suoi sodali, che difatti lo detestavano, come si è visto nelle intercettazioni e nel dibattimento processuale.
Ma allora, se erano così grezzi, come hanno potuto attecchire in Trentino?
Forse dobbiamo riconoscere di essere non solo impreparati, ma anche eticamente laschi. Di voler fare i furbi, giochicchiando con le persone sbagliate e pericolose.
E qui torniamo al caso Carini: che il Tribunale con ogni evidenza, per chissà quale combinazione di ragionamenti, convenienze, sottovalutazioni, non ha proprio saputo gestire.