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QT n. 1, gennaio 2025 Servizi

I giovani dicono no al manganello. In 50.000 sfilano a Roma

Contro il “ddl paura” e la timidezza delle sinistre, la democrazia scende in “piazza Grande”

Roma, 14 dicembre 2024: un cartello e uno striscione all’inizio del corteo: il ritratto di Giorgia Meloni che bacia in bocca Benito Mussolini, poi la frase "Se voi fate il fascismo, noi seminiamo Resistenza". Erano dai 40.000 ai 50.000, in grande maggioranza giovani dai 18 ai 40, a sfilare in una manifestazione di piazza organizzata da 200 associazioni della società civile contro il disegno di legge Sicurezza, ribattezzato “ddl Paura”. Già approvato dalla Camera in settembre, è ora al Senato, in attesa di approvazione. Una norma che crea nuovi reati ed aumenta le pene comminate previste da altri. Una ventina di nuove ipotesi di reato che si accaniscono contro la possibilità di dimostrare il dissenso in questo Paese, guidato da più di due anni da un governo in cui l’estrema destra domina ed esprime il presidente del consiglio.

E’ un ddl che calpesta i diritti minimi dei più deboli: vietando, ad esempio, l’acquisto di una scheda sim agli immigrati senza permesso di soggiorno o inventando per i carcerati, che si suicidano a centinaia annualmente nelle prigioni italiane, il reato di “resistenza passiva” (reclusione da 1 a 5 anni). I primi dovrebbero quindi rimanere “muti” anche con le loro famiglie, i secondi potrebbero vedere aumentati i loro anni di pena semplicemente aderendo ad uno sciopero della fame o della parola. Un disegno di legge “Paura” che se approvato appaierebbe l’Italia di Meloni all’Ungheria di Orbàn, dove ogni dissenso politico-sociale è stato annichilito e un duce di fatto guida un Paese europeo.

Tra i 10 maggiori canali televisivi italiani il giorno dopo nessuno ha messo in prima pagina la manifestazione di Roma, mentre il giorno appresso il TG Sport e l’intero telegiornale di RaiNews, alle 12.30 e alle 13, sono stati spintonati via per fare spazio ad un scenografico comizio gridato di Meloni alla festa di Fratelli d’Italia di Atreju.

La CGIL del Trentino c’era a Roma con una sessantina di persone almeno, vista l’adesione ufficiale alla manifestazione che si è aggiunta a quelle dell’ANPI, dell’ARCI, di Greenpeace nazionali. Mentre il Manifesto accusava per questo la sinistra istituzionale di volerci mettere il cappello (l’avrebbe ancor più duramente criticata se i suoi massimi rappresentati non avessero sfilato…). Tra gli altri c’erano, silenziosamente, Schlein, Conte, Misiani, Bonelli, Boccia, Boldrini e Fratoianni. Anche se risponde a verità l’informazione che i 40.000-50.000 manifestanti (per la Questura romana prima erano 1.500, numero corretto infine in 7.000) avevano sfilato perché si erano mosse le associazioni, non i partiti della sinistra, mentre solo alla fine una parte del sindacato aveva schierato anche i suoi per la democrazia e contro la paura. Peraltro il sindacato rosso è sfilato coi suoi striscioni, i partiti alla chetichella.

Perché a sinistra moltissimi sono certi che la cosa, pur tragica, sarà comunque risolta dalla Corte Costituzionale. Senza “spinte” di piazza?

Lo vedremo, ma fa venire la pelle d’oca pensare che nell’Italia repubblicana sorta dalla lotta antifascista, un governo che non si dichiara antifascista tenti di riportare il Paese a quei tempi senza scontrarsi con la veemente rabbia e l’ostracismo della sinistra. Luigi Giove, segretario organizzativo della CGIL, risponde a muso duro al governo: "Abbiamo bisogno di sicurezza, non della paura. Mentre questo ddl vuole impedirci di manifestare, scioperare. Colpisce la democrazia, va ritirato immediatamente". Per il resto la rabbia viene piuttosto dal mondo dell’arte. Michele Riondino, attore: "Dobbiamo essere qui perché vogliono criminalizzare il pensiero critico". Poi Elio Germano, pure attore: "Il governo vuole intimidirci, reprimere e punire chi lotta contro le ingiustizie".

A colloquio

col segretario trentino della CGIL

A Roma c’era anche il segretario generale della Cgil di Trento, Andrea Grosselli, al quale abbiamo posto alcune domande.

Fa venire i brividi, ma si può dire che la manifestazione di Roma sia stata organizzata per difendere la democrazia italiana?

"Sì. A difesa dei diritti costituzionali sanciti che stabiliscono che la partecipazione della gente alla vita civile, politica e sociale, passa anche attraverso il diritto di scendere in piazza. Questa occasione è nata dalla consapevolezza che sia in atto un tentativo di trasformare questo diritto costituzionale in una dimensione iperconflittuale, come se occupare una piazza fosse un atto rivoluzionario o eversivo, che comunque va contenuto. Invece è la quintessenza del nostro vivere civile, precedente anche alla dimensione democratica".

Lei rappresenta il vertice della maggiore organizzazione sindacale trentina. Cosa pensa del ddl Paura?

"Credo che qualora diventasse legge dello Stato, sarebbe progressivamente smontato dalla Corte Costituzionale. Perché l’impianto è eccessivo. Questo disegno di legge sì che è eversivo, non il diritto a manifestare. È chiaro che c’è un problema: se un Parlamento persegue per i propri fini delle modalità al limite della Costituzione, si pone egli stesso fuori dalla legalità costituzionale ed esercita un potere che esorbita dalle proprie potestà. In Italia esiste ancora un bilanciamento dei poteri. Ma è grave l’idea stessa che si possa concepire una norma di questo tipo, che l’idea di un certo ‘ordine’ possa entrare nella carne viva del Paese, che l’esercizio della democrazia sia considerato un orpello inutile. Proprio mentre sempre più persone vedono peggiorare le proprie condizioni di vita. Purtroppo, quando la qualità della vita peggiora, giungendo a creare sensazioni di paura, di irragionevole timore che quel poco che si ha ci possa venir portato via, quando si ha poca fiducia nel futuro, allora l’esercizio faticoso della democrazia può essere barattato con più facilità con qualcuno che ti dice ‘Lascia, faccio io, fidati’.La manifestazione di Roma ha sottolineato questo principio: un miglioramento della propria condizione si può perseguire seguendo il dettato democratico, manifestando in maniera forte, civile e pacifica il proprio disagio. Per chiedere a chi governa, chiunque esso sia, di modificare la rotta, leggi, ordinamenti, impostazione socio-economica".

Stanno colpendo con una durezza inusitata le manifestazioni studentesche, da Pisa a Torino, il governo aumenta il personale e le dotazioni delle forze dell’ordine. E nuove regole interessano la scuola, dove il voto in condotta viene brandito come un manganello (col 5 sei bocciato, col 6 vai a settembre con un debito formativo)…

"Alcuni provvedimenti del ddl sono stati pensati, disegnati proprio per limitare le possibilità di manifestazione dei giovani. Si aumentano le pene in maniera spropositata per chiunque blocchi il traffico durante una manifestazione di piazza o anche quando la persona che manifesta pacificamente resista allo sgombero da parte delle forze dell’ordine. Punendo persino la resistenza passiva. Si criminalizza la volontà di chi esprime un ideale, non solo chi manifesta contro qualcosa. Accade per le manifestazioni giovanili per il cambiamento climatico che criminalizzano quel movimento. Ma che armi hanno quei giovani che vivranno drammaticamente sulla propria pelle le variazione del clima per dire a noi, coloro che hanno goduto di un ‘diritto di inquinamento’, che bisogna fermarsi e subito? È loro diritto partecipare ad un dibattito pubblico alzando il livello della protesta. Nessuno può arrogarsi il diritto di dire che è sbagliato. Il limite è quello della Costituzione. Che prevede che un cittadino possa manifestare anche violando le norme se queste sono sproporzionate. Chi mette nell’ordinamento giuridico norme sproporzionate rischia di provocare un aumento della conflittualità".

Che giudizio dà sulla manifestazione del 14 a Roma? I giornali ne hanno parlato, ma sulle televisioni non si è praticamente visto nulla.

"Sappiamo che tutte le maggiori reti televisive sono in mano alla parte politica che ha una certa convenienza a celare certi avvenimenti…".

…e allora non ce ne scandalizziamo più?

"Per fortuna al giorno d’oggi i media tradizionali hanno come contraltare il sistema dei social, Internet. La comunicazione passa anche attraverso altri canali. Purtroppo sempre di più c’è il tentativo di derubricare le manifestazioni e gli scioperi come poco significativi, tali da non essere portati all’opinione pubblica. Lo abbiamo visto con lo sciopero generale di Cgil e Uil e così per il 14 dicembre a Roma".

Ma l’Italia è fatta di vecchi. E i risultati della manifestazione?

"In questo momento c’è un ritorno alla voglia di manifestare. Quella di Roma è stata una manifestazione molto partecipata e clamorosamente vivace e pacifica. A ribadire il concetto che la piazza non deve fare paura e che la piazza non ha paura. Perché è il luogo dell’esercizio dei diritti democratici".

C’era molta gente giovane, under 40.

“L’iniziativa partiva dall’Università La Sapienza, promossa dagli studenti. E i cittadini sono scesi in piazza per tanti motivi: dalla pace alle questioni sociali e ai diritti civili".

I numeri non sono indifferenti: 100.000 secondo Repubblica. Osservando viale Regina Margherita in tutto il suo lungo corso occupato dai manifestanti, si poteva pensare a 40.000-50.000 persone.

"Un preciso segnale di difficoltà da parte di questo governo di gestire il Paese. Sta crescendo la voglia di riappropriarsi dei luoghi pubblici e di esserci per far cambiare le politiche e far sentire la propria voce al Parlamento sulle questioni fondamentali. Un segnale di forza della nostra democrazia. Lo faceva anche chi oggi sta al governo e non si capisce perché non dovrebbe farlo chi oggi sta nella stessa condizione. La CGIL ha aderito anche per lanciare un segnale, noi avevamo già protestato sotto il Parlamento contro questo ddl. Eravamo lì per accompagnare i giovani e anche, un poco, per ‘mettere in sicurezza’ quel corteo. I partiti facciano la loro parte, cerchino di capire cosa voleva dire la piazza, non solo in funzione del consenso, ma costruendo delle proposte sulla base di queste manifestazioni. Per trasformarle in cambiamento".

La CGIL si è aggregata negli ultimi giorni.

"Ha deciso pochi giorni prima di aderire ufficialmente alla manifestazione ed ha raccolto in poco tempo significative adesione. Perché anche il movimento dei lavoratori ha bisogno che lo Stato gli permetta di manifestare le proprie opinioni in tutte le modalità previste dalla Costituzione. Anche a Trento vogliamo poter continuare a manifestare, ad occupare le piazze e farlo pacificamente".

Gli altri sindacati confederali mancavano.

"Credo sia più grave che ci siano delle assenze quando le organizzazioni sindacali promuovono le loro iniziative e fanno fatica, come in questo momento, a trovare una coesione su questioni che riguardano il piano sindacale. Certo, la mancanza di unità toglie linfa vitale alla capacità di procurare un cambiamento. Di fronte ad una società che è impaurita, impoverita, che guarda al futuro con minori certezze, un po’ più arrabbiata, il fatto che il sindacato non sia lì, pur nella pluralità delle modalità, rischia di ridurre anche la sua forza".

I giovani stanno scuotendosi. E non per nulla proprio nella scuola sta passando la volontà di bloccare questa nuova consapevolezza.

"C’è questo tentativo. Ma non andrà a buon fine, perché nessuno può impedire ai giovani di essere quello che sono e di contestare (in questo momento mi pare anche in modo molto disciplinato) una realtà che non ritengono adeguata. Alle volte i giovani danno anche la sensazione di avere degli obiettivi più legati alla crescita personale, dei singoli, della scuola, piuttosto che alla condizione della collettività più ampia. Non per pigrizia, questi giovani non sono pigri, ma probabilmente perché non trovano nella politica una consonanza. Si esprimono in altre maniere. E ciò ha anche a che fare con la dimensione demografica: oggi la società è una piramide rovesciata e loro sono pochi. E la politica, per la forza dei numeri, parla ai vecchi. Il mondo politico dovrebbe spronare di più i giovani alla manifestazione del loro pensiero. Sono loro il Trentino, l’Italia, l’Europa del prossimo futuro. Criminalizzarli serve ad allontanarli di più dalla dimensione collettiva. Ne perde la democrazia".

Possiamo dire che il 14 dicembre i giovani abbiano battuto un colpo, parlando al Paese, cosa assolutamente nuova negli ultimi decenni?

"Sì. E la questione centrale per loro è quella ambientale, un problema fondamentale per questa generazione di giovani. Che ci sia qualcuno che cerca, con nuove norme, di impedire le manifestazioni pubbliche, anche radicali ma condotte in maniera pacifica è proprio una contraddizione in termini. Il paradosso di queste norme darà più forza a questi giovani, radicali ma non violenti, attivi a partire da se stessi più che dalla dimensione collettiva. Deboli sono queste norme, non loro".

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