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Il terremoto siriano e le nuove prospettive del Medio Oriente

Le complesse conseguenze geopolitiche della caduta di Assad

La caduta inaspettata di Bashar Assad nel dicembre 2024 ha sorpreso molti osservatori e forse gli stessi stati che hanno promosso questo terremoto geopolitico, in primis Turchia e Israele. Israele da anni martellava la Siria con la sua aviazione, nella quasi totale oscurità garantitagli da gran parte dei media mainstream occidentali in sintonia strategica con Tel Aviv e ilCENTCOM (il Central Command dell’esercito americano che presidia il Medio Oriente). L’obiettivo erano soprattutto le vie di rifornimento di Hezbollah che per raggiungere il Libano transitavano dal paese con i loro carichi di armi provenienti da Irak o Iran, protetti dalle milizie sciite del c.d. “Asse della Resistenza”: Iran, Irak, Siria e Libano.

Lo spazio aereo siriano, come quello libanese, era stato per anni aperto ai cacciabombardieri di Tel Aviv, poco o nulla ostacolati dalle misere difese antiaeree siriane. Ma attenzione alla sequenza degli eventi: 1. il 4 dicembre entra in vigore l’accordo di cessate il fuoco tra Hezbollah, stremato da un anno di guerra e l’esercito israeliano, pare con l’approvazione se non la promozione del governo iraniano del presidente moderato Pezeshkian 2. Il giorno dopo le truppe ribelli del movimento Tahrir al-Sham, partendo dalla loro roccaforte di Idlib (nella Siria nord-occidentale), iniziano una travolgente offensiva che le porteranno nel giro di una settimana a conquistare le principali città siriane, Aleppo, Hama, Homs e infine Damasco. Il tutto è in qualche modo agevolato da una serie di comportamenti omissivi piuttosto sorprendenti. In primis il rifiuto dell’esercito di Assad di combattere e respingere gli insorti, pur trattandosi di truppe regolari allenate da almeno una decina di anni di duri combattimenti; poi il rifiuto dell’Iran di intervenire in Siria, pur trattandosi di un paese che per Teheran riveste importanza strategica e geopolitica; ancora, il rifiuto di intervenire delle milizie irakene, in parte presenti in Siria, ma che decidono di ritirarsi. Ma soprattutto, dopo un iniziale appoggio dell’aviazione russa, si assiste a un rapido dietrofront di Mosca, probabilmente determinato dalla visione dell’esercito siriano che aveva in sostanza lasciato correre i ribelli verso la vittoria. Di fronte a questi comportamenti omissivi delle forze di Assad e dei suoi alleati, sta invece l’attivismo dietro le quinte della Turchia, che da anni armava e proteggeva le milizie d’opposizione a Assad, sostenendole con armamenti moderni (droni, missili ecc.), e rappresentandole a livello diplomatico nelle estenuanti trattative con la Russia e la stessa Siria per arrivare a un qualche provvisorio compromesso (con tregue a volte raggiunte, per poi essere sempre superate dagli eventi). La stessa Turchia peraltro è fortemente indiziata di avere corrotto i generali di Assad a suon di mazzette, convincendoli a non opporsi all’avanzata dei ribelli. Quanto a Israele, ha sostenuto con le sua aviazione la rapidissima avanzata di Tahrir al-Sham, prestando altresì assistenza medica ai suoi militanti feriti; e poi, a vittoria conseguita, si è dedicato alla sistematica distruzione con bombardamenti massicci di tutti i depositi d’armi dello sconfitto esercito di Assad, oltre ad occupare una ulteriore porzione del paese siriano sul Golan. Tutto questo avveniva nel silenzio alquanto imbarazzato del capo di Tahrir al-Sham, il carismatico Al-Julani.

Tirando le somme, è difficile sfuggire all'impressione che l’abbattimento del regime di Assad sia stato il frutto di una azione coordinata non solo tra Israele e Turchia col benestare degli USA, ma anche di un sostanziale nihil obstat dell’Iran e delle milizie irakene (le più vicine alla Siria che sarebbero state in grado di intervenire).

La Russia invece è il paese colto più di sorpresa: la sua reazione a fianco di Assad, storico alleato di Putin, era stata immediata e efficace, ma poi la fuga delle truppe regolari di fronte ai ribelli ha messo Putin nella necessità di ridurre i danni: di qui l’abbandono del paese da parte delle residue truppe russe e, al momento in cui scrivo, anche il probabile smantellamento della base navale russa di Tartus e di quella aerea di Hmeimim.

Vincenti e perdenti

In questa vicenda, che ha chiari vincitori, Israele Turchia, e un chiaro sconfitto, la Russia, resta solo un enigma: la strana condotta dell’Iran, che è l’altro grande perdente. Per comprendere la portata geopolitica del terremoto della caduta di Assad, a capo di una minoranza sciita (alawita) che aveva in mano le redini della Siria da oltre 50 anni, occorre ricordare qual era il senso della strategia iraniana in Medio Oriente portata avanti da decenni. Attraverso la costruzione di una alleanza con l’Irak sciita, la Siria di Assad e il Libano degli sciiti di Hezbollah - a cui bisogna aggiungere gli sciiti dello Yemen e il movimento Jihad (sciita) e Hamas (sunnita) a Gaza - l’Iran si era proposto due obiettivi: 1) costruire una linea avanzata di paesi e movimenti alleati, che avrebbero costituito la prima difesa nel caso di una guerra totale con Israele; 2) costruire un sistema di trasporti stradali/ferroviari/aerei e di oleodotti e gasdotti che portassero il petrolio e il gas dall’Iran fin sulle sponde del Mediterraneo, passando per Irak, Siria e Libano, nel contempo creando così una propria area di predominio commerciale in Medio Oriente. A questo disegno i concorrenti dell’Iran, Israele e Turchia in primis, si erano opposti con ogni mezzo, in particolare alimentando discretamente la creazione del caos e della guerriglia permanente nell’area, che trovò il suo culmine nella creazione del famoso Stato Islamico dell’ISIS negli anni 2013-14 tra Irak e Siria. Quello stesso ISIS che fu in competizione con al-Qaida dal quale deriverà per scissione il movimento siriano al-Nusra e infine il movimento Tahrir al-Sham di al-Julani. L’ISIS, come sappiamo, fu sconfitto sul campo da un'inedita coalizione tra i Pasdaran iraniani comandati dal generale Soleymani, i kurdi e la USAF (United State Air Force). In altre parole, gli americani ci misero le bombe della loro potente aviazione militare e gli iraniani e i kurdi ci misero gli scarponi dei loro soldati. Ma l’ISIS non scomparve del tutto: tuttora nel deserto siriano vi sono piccole porzioni di territorio da loro controllato e, soprattutto, i suoi confratelli siriani di al-Nusra e di Tahrir al-Sham hanno costituito negli ultimi anni una spina nel fianco nord-occidentale del paese che infine a dicembre, grazie ai potenti tutori summenzionati, ha conquistato l’intero paese.

Molti oggi si interrogano: il nuovo potere di questi ex terroristi di al-Julani, i gendarmi della nuova Siria, che al momento si mostrano moderati come lo furono all’inizio i Talebani in Afghanistan, a cosa ridurranno la Siria una volta consolidatisi al potere? Non è che faranno rimpiangere il laico Assad, che certamente aveva fatto strage dei suoi oppositori, ma almeno lasciava vestire le donne come volevano e promuoveva la pace tra le varie confessioni presenti nel Paese?

Il dilemma del governo iraniano

Ma a noi interessa comprendere meglio la posizione dell’Iran, il suo atteggiamento rinunciatario durante la rapida vittoria di Tahrir a-Sham e del suo capo al-Julani. Anzitutto, è chiaro che l’Iran deve fronteggiare una sconfitta strategica: i due obiettivi geopolitici - mantenimento di una linea avanzata di paesi alleati per contenere le minacce israeliane e creazione di una vasta area di influenza commerciale fino al Mediterraneo - sono al momento rimandati sine die: Hezbollah è isolato, Assad è in esilio a Mosca, gli Huthi dello Yemen devono ora vedersela con l’offensiva aerea di Israele. Al più l’influenza dell’Iran oggi si estende sino al suo vicino Irak, dove permangono potenti basi militari americane in forzata coabitazione con le milizie irakene filo-iraniane (ma niente di nuovo, questa situazione dura in Irak dalla caduta di Saddam Hosseyn). L’Iran di oggi è alle prese non solo con le minacce di Natanyahu, ma anche con uno scontento interno crescente che ha radici lontane, motivato anche dalla crescente disapprovazione popolare per le ingenti risorse che Teheran dirottava all’estero per sostenere i suoi alleati. Tempo fa, anche ai livelli più alti della classe dirigente iraniana, erano emerse divergenze e si faceva strada l’idea di un disimpegno graduale per poter usare le risorse così risparmiate destinandole alle esigenze di un paese che soffre da decenni sanzioni e boicottaggi di USA e UE. Peraltro, sperare di esportare in Europa il petrolio o il gas iraniano appare a molti una illusione, e del resto ormai l’economia iraniana attraverso i BRICS si va integrando con l’Asia più ricca e in espansione (Cina, India e i paesi dell’ASEAN del sud-est asiatico). Continuare a sostenere i paesi dell’Asse della Resistenza, si è rivelato per l’Iran oltre che dispendioso anche pericoloso: gli attacchi dell’aviazione israeliana in risposta ai due attacchi missilistici dell’Iran di aprile e ottobre hanno messo in luce la vulnerabilità del paese. Non a caso l’attuale presidente Pezeshkian ha proposto di riprendere i negoziati con l’Occidente a guida USA, nel tentativo di allentare la pressione internazionale e le tensioni foriere di esiti nefasti.

Ci pare plausibile concludere che l’Iran abbia visto nella vittoria di Tahrir al-Sham in Siria, l’occasione per cominciare a sganciarsi da una politica estera ormai insostenibile sia dal punto di vista economico-finanziario che della sicurezza del Paese. L’Iran, o almeno una parte della sua dirigenza che fa capo al presidente Pezeshkian e all’ex-ministro degli esteri Zarif, sta capendo che la sua sicurezza dovrebbe poggiare su altri presupposti: allentare le tensioni coi paesi vicini (paesi del Golfo e Israele in primis), riprendere i negoziati sul nucleare, attuare una politica interna meno repressiva a partire dal codice di abbigliamento delle donne, nella speranza di far uscire il paese dalle strettoie economiche e geopolitiche e di riconciliare il regime con l’opinione pubblica. Tuttavia permane un dubbio: la politica estera di Trump. Il quale ha fatto sapere che dal 20 gennaio si impegnerà per la pace in Ucraina, ma riguardo il Medio Oriente ha in sostanza dato carta bianca all’alleato Netanyahu, che non perde occasione per ribadire che, dopo Hezbollah, Hamas, la Siria e magari lo Yemen, toccherà all’Iran assaporare la sua vendetta… E qui emerge l’altra opzione, quella del partito fondamentalista (ampiamente diffuso tra il clero, i Pasdaran, le potenti Fondazioni) che non ha mai creduto alla buona fede dell’Occidente e dà per scontato che l’Iran sarà il bersaglio di un attacco massiccio combinato di forze aeree israeliane e americane, un attacco che mira al crollo del regime sull’onda di una sconfitta militare. Questo partito pessimista ha avvertito più volte che l’Iran potrebbe anche abbandonare la politica di volontaria rinuncia alla costruzione dell’arma nucleare seguita finora, se le minacce di Usa e Israele continuassero. Un avvertimento a Netanyahu e a Trump che, in realtà, è molto ambiguo, perché dice e non dice. Spieghiamoci meglio. Da almeno un paio di anni si dà per scontato che l’Iran è tecnicamente a poche settimane dalla soglia che gli consente di costruire l’arma nucleare e, tra gli osservatori, non si esclude che esso già possegga un limitato numero di ordigni magari non sofisticati, tenuti di riserva come estremo strumento di dissuasione e difesa in caso di attacco. Ovviamente, come fa da sempre Israele, l’Iran non ammetterà mai di essere diventato una potenza nucleare. Ecco allora che l’avvertimento assumerebbe il significato di un messaggio in codice, che in sintesi dice: sapete che l’arma atomica la possediamo anche noi, non costringeteci a usarla. Significativo in questo contesto un altro strano avvertimento che i generali iraniani hanno di recente ripetuto: Israele è un paese molto piccolo. Traduzione: anche una piccola bomba nucleare rudimentale potrebbe rendere il suo territorio inabitabile per decenni. È solo un bluff? Non lo sappiamo, ma l’esempio della Nord Corea, che aveva tenuto testa alle minacce di Trump (durante la sua prima presidenza) perché tutti sapevano che è una potenza nucleare, deve aver fatto riflettere in questi anni la dirigenza iraniana. E forse Trump e Netanyahu farebbero bene a ponderare attentamente le prossime azioni in Medio Oriente, dopotutto l’Iran non è Hamas.

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